
Maurizio Ballistreri
Sarebbe un grave errore sottovalutare i risultati delle elezioni politiche in Austria e quelli recenti nei Lander tedeschi, con la grande avanzata delle forze politiche di ultradestra, che condividono gli stessi elementi programmatici di fondo: xenofobia, populismo, anti-europeismo, lotta al cosiddetto “mondialismo” intrisa di contestazione alla finanza globale e al melting pot.
Infatti, i risultati della Fpo in Austria e di Afd in Germania rappresentano il prolungamento dell’ ”orda nera” in Europa, con le posizioni di Orban in Ungheria e della Le Pen in Francia che costituiscono l’apripista di una deriva politica e culturale autoritaria e razzistica.
Per descrivere questa tendenza, viene alla memoria il volume del 2010 dello storico Nicola Tranfaglia “Il populismo autoritario. Autobiografia di una Nazione”, che ricostruisce con rigore storiografico il percorso dei cosiddetti populisti, a partire da quello dei paesi latinoamericani, nel dopoguerra Vargas in Brasile e Perón in Argentina, e sul peso del consenso nell’egemonia, secondo l’inascoltata lezione di Antonio Gramsci, e che ben si adatta ai partiti dell’ultradestra europei. Più di recente tre docenti inglesi, David Sanders dell’University of Essex, Jason Reifler dell’University of Exeter, Tom Scotto dell’University of Strathclyde, hanno svolto uno studio sulla politica dei nostri giorni, evidenziando il profilo di un populismo autoritario, che è alternativo, culturalmente e politicamente, dall’azione politica di chi vuole, genuinamente, parlare al popolo e rappresentare i suoi interessi.
Un tempo era la sinistra, nelle sue varie declinazioni, a rappresentare il popolo, ma oggi, dopo il crollo del comunismo e la deriva centrista di gran parte della socialdemocrazia europea con una sorta di sintesi liberista-tecnicista realizzata, si è prodotta quella “fine della Storia”, non solo sistemica secondo lo schema di Fukuyama, ma prima ancora ideologica, con le attuali società omologate culturalmente verso il basso, e gerarchizzate con uno schema censuario e piramidale.
I partiti socialisti europei sembrano ormai incapaci di sfuggire a questa deriva mercatistica, mentre non parlano più di pace, altro valore genetico del socialismo, con le polemiche al tempo della I guerra mondiale, tra gli altri, di Giacomo Matteotti sia contro la parola d’ordine “né aderire né sabotare”, sia contro i cosiddetti “interventisti democratici e di sinistra”.
Si guardi al nuovo premier laburista Starmer e ai suoi primi atti di politica economica sulle orme di Blair e del laburismo di mercato, con tagli sociali, al perdurare della politica deflazionistica del Cancelliere tedesco, il socialdemocratico Scholz, con l’influenza sulle scelte dell’UE, in primo luogo della Banca centrale, che ha ridotto di solo lo 0,5% i tassi di interesse, decisione ininfluente per stimolare la domanda per consumi e investimenti e, quindi, il ciclo economico e l’occupazione.
Ciò avviene anche in Italia, nonostante le contraddizioni palesi della destra al governo e l’inadeguatezza di gran parte del suo ceto politico, con il perdurante politicismo del Partito Democratico, la cui proposta di “campo largo è priva di elementi programmatici basati sui diritti sociali e, comunque, si è già arenata su quelle che un tempo si definivano le “premesse di valore” degli ipotetici alleati, prive di quella “nobilità della politica” che dieci anni dopo la fondazione del Partito socialista, nel 1892, Filippo Turati, richiamava come elemento essenziale della democrazia. il nume tutelare del riformismo italiano – quello vero! – poneva già alla fine dell’800’ per l’Italia la grande questione della democrazia politica e delle sue poco solide basi, con la vocazione alla “maldicenza e alla civetteria”.
Una sinistra ed una Unione Europea immemori che i fascismi e il nazismo, quest’ultimo nella crisi della Repubblica di Weimar, si imposero devastando l’Europa, purtroppo, con il consenso, invocando, strumentalmente, “Patria e popolo”, come avviene oggi in molti paesi del Vecchio Continente.





