L’insegnamento nelle scuole pubbliche riguarda la religione cattolica, non altro. Se allarghiamo l’insegnamento, affidiamolo a insegnanti di storia che insegnino la storia di tutte le religioni presenti sul pianeta
Per arrivare a qualsiasi successivo ragionamento è necessario partire dal Concordato, ossia dall’accordo che regola i rapporti tra la Repubblica Italiana e la Chiesa Cattolica.
La sua prima versione risale ai Patti Lateranensi del 1929 (firmati da Benito Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri), ma la disciplina attuale si basa sulla profonda revisione del 1984 (l’Accordo di Villa Madama, firmato dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal Segretario di Stato vaticano Agostino Casaroli).
Tra i punti cardine stabiliti dal testo vigente c’è la laicità dello Stato e la reciproca indipendenza, con il superamento del “Cattolicesimo di Stato”. È stata formalmente abrogata la norma del 1929 che definiva la religione cattolica come “sola religione dello Stato”.
L’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche (dall’infanzia alle superiori) è garantito, ma è diventato opzionale per gli studenti, che possono liberamente scegliere se avvalersene o richiedere attività alternative.
Lo Stato riconosce alla Chiesa la libertà di istituire scuole e istituti educativi di ogni ordine e grado.
Vediamo per bene l’articolo 9.
- La Repubblica italiana, in conformità al principio della libertà della scuola e dell’insegnamento e nei termini previsti dalla propria Costituzione, garantisce alla Chiesa cattolica il diritto di istituire liberamente scuole di ogni ordine e grado e istituti di educazione. A tali scuole che ottengano la parità è assicurata piena libertà, ed ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole dello Stato e degli altri enti territoriali, anche per quanto concerne l’esame di Stato.
- La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado. Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento.
All’atto dell’iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno tale diritto, su richiesta dell’autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione.
Qui sta il vulnus fondamentale.
La Repubblica italiana continua ad assicurare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie perché riconosce “il valore della cultura religiosa”, “tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”.
Del patrimonio storico del popolo italiano può far parte, sia pure in piccola parte, l’ebraismo, ma l’Islam è totalmente estraneo alla nostra storia e alla nostra cultura.
In Italia gli arabi musulmani li abbiamo conosciuti grazie alle loro incursioni saracene lungo le coste italiane: un fenomeno geopolitico, militare ed economico durato dal IX all’XI secolo (con strascichi di pirateria barbaresca fino al XVIII secolo).
Non si è trattato solo di arrembaggi temporanei, ma di una complessa strategia di espansione marittima, insediamento e controllo delle rotte commerciali nel Tirreno e nell’Adriatico.
L’espansione arabo-berbera lungo la penisola si sviluppò su tre direttrici principali.
In primo luogo con la conquista della Sicilia (827–902), iniziata con lo sbarco a Mazara del Vallo da parte degli Aghlabiti di Kairouan, che portò alla caduta di Palermo (831) e Siracusa (878). La Sicilia divenne la base logistica principale per le scorrerie sul continente.
Per consolidare il controllo del Mediterraneo centrale, i Saraceni fondarono vere e proprie basi d’attacco sulla terraferma italiana: Emirato di Bari (847 – 871, uno stato musulmano indipendente nel cuore della Puglia bizantina, guidato dagli emiri Kalfun, Mufarrag e Sawdan; Base sul Garigliano (880 – 915, una roccaforte al confine tra Lazio e Campania da cui venivano condotte incursioni verso l’entroterra laziale, fino ai monasteri di Montecassino e Subiaco); il Presidio di Frassineto (890 – 972, situato sulla costa provenzale, proiettava incursioni in Liguria e sui valichi alpini del Piemonte).
Le flotte saracene colpirono i maggiori centri costieri e fluviali, tra cui il famoso saccheggio delle basiliche di San Pietro e San Paolo fuori le mura a Roma nell’846.
Per difendersi dalle scorrere improvvise, gli stati costieri italiani (dalla Repubblica di Genova al Regno di Napoli) svilupparono tra il Medioevo e il Cinquecento una fitta rete di segnalazione visiva: le torri di guardia costiere (spesso chiamate impropriamente torri saracene), che erano posizionate a distanza d’occhio l’una dall’altra lungo i litorali.
In caso di avvistamento di vele nemiche, gli avvistatori comunicavano con le torri adiacenti usando segnali di fumo di giorno e fichi di fuoco di notte, allertando le popolazioni locali affinché si rifugiassero nei borghi fortificati collinari.
Con la progressiva reazione dei regni cristiani e l’avanzata dei Normanni (che completarono la conquista della Sicilia nel 1091), il potere militare saraceno in Occidente declinò, lasciando però importanti influenze culturali.
Se vogliamo parlare di islamici in Italia, affidiamoci ai professori di storia, che ci possono informare anche su Federico II di Svevia, giusto per fare un accenno denso di molti aspetti interessanti.
Insegnare la religione cattolica, non l’Islam
Per quanto riguarda la religione, gli insegnanti concordatari devono insegnare la religione cattolica.
In Italia, i posti complessivi in organico per gli Insegnanti di Religione Cattolica (IRC) nella scuola pubblica – interamente remunerati dallo Stato su idoneità e intesa delle Curie – sono circa 23.500 – 24.000 unità.
L’inquadramento del personale IRC è regolato dalla Legge 18 luglio 2003, n. 186 (Norme sullo stato giuridico degli insegnanti di religione cattolica), la quale stabilisce che per legge, fino al 70% della dotazione organica può essere coperto da docenti assunti a tempo indeterminato (di ruolo) tramite concorso pubblico statale e il restante 30% è destinato a docenti incaricati con contratti a tempo determinato (non di ruolo / precari) nominati direttamente dalle Curie diocesane.
Oggi la quota di docenti di ruolo sta tornando ad attestarsi verso il tetto massimo del 70% previsto dalla legge, ossia circa 16.000-16.500 insegnanti di ruolo.
Il doppio vincolo (Stato – Curia)
Tutti gli insegnanti di religione in servizio nelle scuole statali (sia di ruolo, sia precari) sono stipendiatati dal Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), ma dipendono da un doppio canale: lo Stato gestisce lo stipendio, il ruolo giuridico ed effettua il concorso di reclutamento; la Curia Diocesana rilascia e può revocare in qualsiasi momento il certificato di idoneità all’insegnamento (Art. 9 del Concordato e Legge 186/2003).
Se la Curia revoca l’idoneità a un docente di ruolo, lo Stato deve trasferirlo a un’altra classe di concorso o alla mobilità della pubblica amministrazione.
Lo Stato italiano spende attualmente circa 860 milioni di euro all’anno per la copertura degli stipendi del personale docente dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) e per l’organizzazione dell’ora di religione nelle scuole pubbliche.
L’insegnamento concordatario riguarda la religione cattolica, non altro
Il documento «Schede per conoscere l’Islam», realizzato congiuntamente dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana – Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso, Ufficio Nazionale per l’Educazione, la Scuola e l’Università e Servizio Nazionale per l’IRC) e dal PISAI (Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica) è un sussidio è pensato come strumento di consultazione e supporto per gli autori dei libri di testo dell’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) e per la formazione dei docenti.
In realtà il sussidio si compone complessivamente di 11 schede tematiche (redatte in modo paritario da esperti cattolici e musulmani): che cos’è l’Islam (distinzione tra Islam/religione, Islam/civiltà e islamismo politico) breve storia dell’Islam; fede e teologia; il Corano: parola rivelata di Dio; l’imitazione del modello profetico; l’adorazione (‘ibāda) nell’Islam (pilastri e pratiche cultuali); la comunità islamica (Umma); la spiritualità islamica; cristianesimo e Islam: convergenze e divergenze; la presenza dell’Islam in Italia; cristiani e musulmani: la sfida del dialogo interreligioso.
Sedici schede per conoscere l’ebraismo
La CEI ha elaborato anche 16 schede relative alla religione ebraica.
Le sedici schede relative all’insegnamento della religione ebraica come sussidio didattico ufficiale
nato dalla collaborazione tra la (CEI) e L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI).
Questo progetto congiunto è rivolto principalmente agli Insegnanti di Religione Cattolica (IRC) e agli editori scolastici. Il suo obiettivo principale è garantire una corretta trasmissione dei contenuti scolastici, eliminando i vecchi pregiudizi storici e teologici, promuovendo il dialogo e contrastando l’antisemitismo sin dai banchi di scuola.
I contenuti del documento originale si articolano in tre macro-aree tematiche.
Area 1 – I Concetti Fondamentali: la Bibbia ebraica (Il Tanakh: Torah, Profeti e Scritti); la Torah scritta e la Torah orale (L’interpretazione dinamica e il Talmud); il Nome di Dio (Significato e rispetto formale del Tetragramma); l’Elezione di Israele (Il concetto teologico del patto e dell’alleanza); Giustizia e misericordia (I pilastri dell’etica ebraica); precetti e valori (Le 613 mitzvot/precetti della vita quotidiana).
Area 2: La Vita della Comunità Ebraica: Il Calendario ebraico e il ciclo delle feste (Shabbat, Pesach, Yom Kippur, ecc.); il ciclo della vita (Nascita, Bar/Bat Mitzvah, matrimonio, lutto); sacerdoti, rabbini e… preti (Chiarimenti terminologici sui ruoli e le funzioni); la donna nella cultura ebraica (Ruolo sociale, rituale e familiare).
Area 3: La Storia dell’Ebraismo; il popolo d’Israele e la terra d’Israele (Il legame storico e spirituale con la terra); Gesù/Yeshua ebreo (La radice ebraica di Gesù e il suo contesto storico); Paolo/Shaul ebreo (La figura dell’Apostolo contestualizzata nel mondo farisaico); cenni di storia degli Ebrei italiani (Una presenza bimillenaria nel nostro Paese); il Dialogo ebraico-cristiano dal Concilio Vaticano II ad oggi (I passi avanti da Nostra Aetate); La complessità del mondo ebraico contemporaneo (Le diverse anime e correnti dell’ebraismo moderno).
Conoscere l’ebraismo, per un cristiano, è fondamentale
Il cristianesimo è in larga parte figlio dell’ebraismo ed è pertanto fondamentale, per un cristiano, conoscere cosa pensavano e pensano gli ebrei.
Nel celebre discorso tenuto all’Università di Ratisbona il 12 settembre 2006, Papa Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) ha affrontato proprio il nodo teologico e storico dell’incontro tra la fede biblica e l’ellenismo, evidenziando come la traduzione dei Settanta non sia stata una semplice operazione linguistica, ma un passaggio provvidenziale.
Ratzinger ha sottolineato che il processo di inculturazione e sintesi tra fede e ragione ellenica era già iniziato all’interno dell’Antico Testamento.
Nel III secolo a.C., ad Alessandria d’Egitto, la Scrittura ebraica viene tradotta in greco. Questa versione — la Septuaginta — non è una mera trasposizione letterale della Torah e dei libri profetici, ma una reinterpretazione teologica matura.
Benedetto XVI evidenzia come la tradizione cristiana abbia riconosciuto in questa traduzione un vero e proprio intervento divino (un’ispirazione dello Spirito Santo).
La LXX costituisce un testo autonomo e un momento fondamentale della Rivelazione, senza il quale la diffusione del Messaggio al mondo greco-romano non sarebbe stata intellettualmente possibile.
Ratzinger cita il momento emblematico del roveto ardente (Esodo 3,14), dove Dio rivela il suo nome come “Io sono colui che sono”. Nella versione dei Settanta, questa frase viene resa con ó ὤν (ho ōn – “Colui che è”), raccordando la rivelazione biblica con la ricerca filosofica greca sull’Essere ed eliminando ogni deriva mitologica o puramente etnica della divinità.
L’argomentazione centrale del discorso di Ratisbona è che l’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non è stato un caso storico, ma una disposizione della Provvidenza.
Cristo è il Logos. Il Prologo del Vangelo di Giovanni (“Nel principio era il Logos…”) sancisce la convergenza definitiva. Logos significa contemporaneamente Parola e Ragione. Di conseguenza, Dio non agisce in modo irrazionale (alōgos, senza ragione). La fede cristiana è strutturalmente legata al primato della Ragione creatrice.
Per Benedetto XVI, l’impronta greca appartiene all’essenza stessa della fede cristiana. Il Cristianesimo si è espresso nella lingua e nei concetti della filosofia greca per rendere la Rivelazione universalmente accessibile e criticamente vagliabile dalla ragione umana.
Ratzinger mette in guardia contro i tentativi storici e moderni di separare la fede cristiana dalla sua radice greca (la cosiddetta de-ellenizzazione, iniziata con la Riforma protestante, proseguita con la teologia liberale del XIX secolo e oggi presente nel relativismo culturale). Privare la fede del Logos greco significa ridurla a mero sentimentalismo o a un volontarismo irrazionale.
Con Ratzinger siamo nel cuore della cultura e della tradizione dell’Occidente, siamo in prossimità delle parole principiali della filosofia, siamo radicati nelle profondità essenziali della cultura occidentale.
Benedetto XVI non si sottrasse al confronto con l’Islam
Nell’incontro con i rappresentanti della scienza, nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg
(martedì, 12 settembre 2006), Benedetto XVI disse: “Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi presumibilmente l’imperatore stesso ad annotare, durante l’assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano. Il dialogo si estende su tutto l’ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull’immagine di Dio e dell’uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre “Leggi” o tre “ordini di vita”: Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema “fede e ragione”, mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema. Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. L’imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. “Dio non si compiace del sangue – egli dice -, non agire secondo ragione, “σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…”. L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L’editore, Theodore Khoury, commenta: per l’imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest’affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un’opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria. A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: “In principio era il λόγος”. È questa proprio la stessa parola che usa l’imperatore: Dio agisce „σὺν λόγω”, con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l’evangelista. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso”.
L’insegnamento della religione e i fondamenti dell’Occidente
Quello che ci dice Benedetto XVI è fondamentale per l’insegnamento della religione cristiana, in quanto si avvale della Bibbia, la cui traduzione è stata oggetto di ispirazione divina e sulla cultura greca.
Senza fare i conti con la filosofia greca, con la forma mentis di chi a quella cultura ha dato vita, senza la conoscenza dei sophoi, i sapienti, e dei filosofi, gli amanti di σοφία (sophía, sapienza), è assai difficile comprendere i Vangeli, scritti in greco, con parole principiali greche.
Di questo dovrebbe preoccuparsi la CEI nel proporre i suoi insegnanti allo Stato e di questo dovrebbe preoccuparsi lo Stato.
Conoscere l’Islam e i suoi fondamenti, per l’insegnamento della religione cristiana non è necessario.
L’Islam è nato nel VII secolo d.C. nella Penisola araba. Secondo la tradizione musulmana nel 610 d.C. Maometto riceve le prime rivelazioni divine da parte dell’arcangelo Gabriele (Jibril).
L’Egira è del 622 d.C.
A quel tempo il cristianesimo si era affermato e consolidato a aveva accettato, dopo il Concilio di Nicea (325), il credo.
Credo Niceno (Concilio di Nicea, 325 d.C.)
Testo originale in greco
Πιστεύομεν εἰς ἕνα Θεόν, Πατέρα παντοκράτορα, πάντων ὁρατῶν τε καὶ ἀοράτων ποιητήν.
Καὶ εἰς ἕνα Κύριον Ἰησοῦν Χριστόν, τὸν Υἱὸν τοῦ Θεοῦ, γεννηθέντα ἐκ τοῦ Πατρὸς μονογενῆ, τουτέστιν ἐκ τῆς οὐσίας τοῦ Πατρός, Θεὸν ἐκ Θεοῦ, Φῶς ἐκ Φωτός, Θεὸν ἀληθινὸν ἐκ Θεοῦ ἀληθινοῦ, γεννηθέντα οὐ ποιηθέντα, ὁμοούσιον τῷ Πατρί· δι’ οὗ τὰ πάντα ἐγένετο, τά τε ἐν τῷ οὐρανῷ καὶ τὰ ἐν τῇ γῇ·
Τὸν δι’ ἡμᾶς τοὺς ἀνθρώπους καὶ διὰ τὴν ἡμετέραν σωτηρίαν κατελθόντα καὶ σαρκωθέντα καὶ ἐνανθρωπήσαντα, παθόντα καὶ ἀναστάντα τῇ τρίτῃ ἡμέρᾳ, ἀνελθόντα εἰς τοὺς οὐρανούς, ἐρχόμενον κρῖναι ζῶντας καὶ νεκρούς.
Καὶ εἰς τὸ Ἅγιον Πνεῦμα.
Τους δὲ λέγοντας· ἦν ποτε ὅτε οὐκ ἦν, καὶ πρὶν γεννηθῆναι οὐκ ἦν, καὶ ὅτι ἐξ οὐκ ὄντων ἐγένετο, ἢ ἐξ ἑτέρας ὑποστάσεως ἢ οὐσίας φάσκοντας εἶναι, ἢ κτιστόν, ἢ τρεπτὸν ἢ ἀλλοιωτὸν τὸν Υἱὸν τοῦ Θεοῦ, τούτους ἀναθεματίζει ἡ καθολικὴ καὶ ἀποστολικὴ ἐκκλησία.
Traduzione italiana
Crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili.
E in un solo Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, generato dal Padre, unigenito, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre (homoousios); per mezzo del quale tutte le cose sono state create, quelle che sono nei cieli e quelle che sono sulla terra.
Per noi uomini e per la nostra salvezza discese, si incarnò e si fece uomo; patì e risuscitò il terzo giorno, salì al cielo e verrà a giudicare i vivi e i morti.
E nello Spirito Santo.
Ma coloro che affermano: «Vi fu un tempo in cui Egli non era», oppure «Prima di essere generato non era», oppure che Egli è stato creato dal nulla, o che deriva da un’altra sostanza o essenza, o che il Figlio di Dio è creato, mutevole o soggetto a cambiamento, la Chiesa cattolica e apostolica li condanna.
Una precisazione storica importante: questo è il Credo promulgato nel 325 al Concilio di Nicea. Non va confuso con il più lungo Credo niceno-costantinopolitano del 381, che è quello normalmente recitato oggi durante la Messa cattolica. La differenza è particolarmente importante nella formulazione relativa allo Spirito Santo e nella professione di fede.
Nel 325 era chiaro che per i cristiani Gesù Cristo era Dio incarnato. Conseguentemente non vi è altro Dio, altra rivelazione se non quella narrata da Gesù Cristo, ossia Dio, e riportata nei Vangeli.
Non a caso nel corso della Messa, dopo la lettura del Vangelo, si dice che quello che è stato letto è parola di Dio.
La storia della rivelazione divina per i cristiani si chiude qui. Ci possono essere infiniti studi per interpretare al meglio i Vangeli canonici e anche le varie testimonianze derivanti dai vangeli apocrifi e dal quelli gnostici, ma l’Islam, per un cristiano, non aggiunge nulla a quanto è già avvenuto: Dio si è incarnato e ha parlato. Amen.
Non c’è un altro dio e nemmeno un altro profeta che meglio di Gesù Cristo, ossia di Dio, possa avere detto quello che andava detto.
Il relativismo può andar bene ad un laico, non al Papa
Il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” (3 – 5 febbraio 2019), firmato dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb e da Papa Francesco, pieno di buone intenzioni e di nobili propositi relativi alla fratellanza, nella prefazione è descritto come un “documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli”.
Nel documento è detto che “Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”.
La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani.
Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano.
Al-Azhar e la Chiesa Cattolica domandano che questo Documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi.
Chiaramente le schede predisposte dalla CEI rispondono a questo intento.
La questione che il testo solleva tocca un punto delicato della teologia cristiana: il rapporto tra la volontà di Dio, la pluralità delle religioni e l’unicità della rivelazione cristiana in Gesù Cristo.
Il problema non consiste semplicemente nel riconoscere che esistono religioni diverse e che ogni persona deve essere libera di professare la propria fede. Su questo punto la dottrina cattolica riconosce la libertà religiosa. Il problema nasce quando si afferma che la diversità delle religioni, in quanto tale, sarebbe voluta da Dio.
La libertà di fede e il libero arbitrio
È necessario, però, distinguere due affermazioni. La prima che Dio vuole che l’uomo sia libero e non venga costretto ad abbracciare una fede. Questa affermazione è collocabile nell’ambito del libero arbitrio, in base al quale è anche possibile non credere in alcuna religione o avere un’idea di Dio del tutto personale.
Giordano Bruno ex frate domenicano e Baruch Spinoza, ebreo, hanno superato l’immagine di un Dio personale, trascendente, separato dal mondo e creatore dall’esterno. Entrambi riconoscono una dimensione divina immanente alla Natura. Uno è stato bruciato, l’altro è stato cacciato dalla sinagoga.
Ayn al-Quḍāt al-Hamadānī (1098-1131), filosofo, teologo e mistico sufi persiano, nato a Hamadan, fu giustiziato a Hamadan il 6-7 maggio 1131, per ordine del sultano selgiuchide Mahmud. Fu accusato di eresia per le sue concezioni mistiche e teologiche.
Mansur al-Hallaj(858 circa-922) è probabilmente il più famoso martire del sufismo. Fu giustiziato a Baghdad nel 922. La sua frase più celebre fu: «Ana al-Haqq», traducibile come «Io sono la Verità» oppure «Io sono il Reale». Al-Haqq, la Verità, è uno dei nomi divini nella tradizione islamica.
La frase venne interpretata da alcuni come una pretesa di identificazione con Dio, mentre nella lettura mistica esprimeva l’annullamento dell’ego individuale nella realtà divina. La sua esecuzione è diventata uno degli eventi simbolici più importanti della storia del sufismo.
Shihab al-Din Suhrawardi (1154 – 1191), filosofo e mistico persiano, fondatore della filosofia illuminativa, detta Ishraq. Fu ucciso ad Aleppo nel 1191, per ordine del sovrano al-Malik al-Zahir.
La sua filosofia attribuiva alla Luce un significato ontologico fondamentale: tutta la realtà è organizzata secondo una gerarchia di gradi di luce, la cui origine è la Luce delle Luci (Nur al-Anwar).
Meglio sempre ricordare gli arretrati.
Fatti i conti con la storia, torniamo alla questione della sapienza divina
Diverso è dire che Dio vuole positivamente la pluralità delle religioni, comprese le loro differenti concezioni della divinità e della salvezza.
La frase controversa è questa: “Il pluralismo e le diversità di religione […] sono una sapiente volontà divina”.
Se la interpretiamo nel senso che Dio abbia voluto positivamente le diverse religioni, con le loro dottrine anche contraddittorie, allora sorge una seria difficoltà con la fede cattolica.
Infatti, per il cristianesimo: Dio ha rivelato sé stesso in modo definitivo in Gesù Cristo, il quale non è semplicemente un profeta, ma il Figlio unigenito di Dio, della stessa sostanza del Padre. Inoltre, la Trinità non è una concezione secondaria o accessoria di Dio: appartiene al cuore della fede cristiana.
La concezione islamica di Dio esclude la divinità di Gesù e la Trinità.
Non possiamo quindi sostenere che le due concezioni siano entrambe vere nello stesso senso. Il Dio trinitario della fede cristiana e il Dio concepito dall’Islam non sono teologicamente intercambiabili.
Qui è importante richiamare il Concilio Vaticano II, in particolare la dichiarazione Dignitatis humanae.
Al paragrafo 1 si legge che la libertà religiosa, intesa come immunità dalla coercizione, lascia intatta la dottrina cattolica tradizionale sul dovere morale verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo.
Al paragrafo 2 si afferma che nessuno deve essere costretto ad agire contro la propria coscienza in materia religiosa. Ma, ecco il punto, il Concilio non afferma che tutte le religioni siano ugualmente vere, né che Dio abbia voluto tutte le loro dottrine. Anzi, sostiene che ogni uomo ha il dovere morale di cercare la verità religiosa e di aderirvi una volta conosciuta.
Questa distinzione è fondamentale: la libertà di professare una religione non significa che tutte le religioni siano espressioni ugualmente vere della volontà divina.
La teologia cattolica dispone di una distinzione importante: quella tra volontà positiva di Dio e volontà permissiva di Dio.
Dio può volere positivamente un bene, ma può anche permettere che accadano cose che non corrispondono alla sua volontà salvifica.
Per esempio: Dio vuole la verità, ma permette che l’uomo cada nell’errore; Dio vuole l’unità, ma permette le divisioni; Dio vuole che tutti conoscano Cristo, ma permette che alcuni non lo conoscano o lo rifiutino; Dio vuole la libertà umana, ma permette che questa libertà venga utilizzata anche contro la verità.
Applicando questa distinzione al documento di Abu Dhabi, si potrebbe intendere che Dio abbia voluto la libertà dell’uomo e abbia permesso la diversità delle religioni, senza volere positivamente gli errori dottrinali che esse possono contenere.
Questa sarebbe un’interpretazione teologicamente compatibile con la dottrina cattolica. Il problema è che il documento non formula esplicitamente questa distinzione.
Il punto fondamentale: Gesù Cristo
L’evangelista Giovanni scrive: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16).
E ancora: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6).
Più chiaro di così. Il mezzo per giungere al Padre, ossia a Dio, è Dio stesso nella sua incarnazione in Gesù Cristo.
La fede cristiana non può rinunciare a queste affermazioni per costruire un dialogo interreligioso.
Non esistono due verità, altrimenti cadiamo nella doxa. Cristo diventa un’opinione.
Il dialogo con i musulmani deve essere autentico, rispettoso e fraterno, ma non può comportare la sospensione della verità cristologica e trinitaria.
La fratellanza universale non richiede il relativismo religioso. La pace tra le religioni non richiede di considerare equivalenti le rispettive verità di fede.
Proprio perché i cattolici credono che Cristo sia il Figlio unigenito di Dio, hanno il dovere di testimoniare questa verità anche davanti a chi non la condivide. Il rispetto dell’altro non significa tacere ciò in cui i cattolici credono.
Rivediamo il Concordato
Se ha senso per un insegnante di religione concordatario collegarsi correttamente, come indica Benedetto XVI, alla tradizione ebraica, che del cristianesimo è una radice, non ha alcun senso fare lo stesso con l’Islam, che è una delle tante religioni di questo mondo che nulla ha a che fare con il fatto, dichiarato dai cristiani, che Dio si è incarnato in Gesù Cristo e che per bocca di lui (parola, logos, ragione) ha annunciato agli uomini la via, la verità e la vita.
Vogliamo cambiare le regole? Niente da dire. Mandiamo a casa gli insegnanti di religione cattolica e istituiamo nella scuola pubblica l’insegnamento delle religioni da affidare a degli storici: Islam, Zoroastrismo, Buddismo, Animismo, Scintoismo, e via discorrendo. Siamo in ambito storico, non teologico.
Per i cristiani, in ambito teologico, c’è, come recita il Credo niceno, “un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. E in un solo Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, generato dal Padre, unigenito, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre (homoousios); per mezzo del quale tutte le cose sono state create, quelle che sono nei cieli e quelle che sono sulla terra”.





