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La codardia di un compromesso

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La codardia di un compromesso

I dovuti distinguo per preservare la nostra cultura occidentale

Peggio di chi fa finta di non vedere la realtà c’è soltanto chi racconta bugie al proprio elettorato. Ancor più quando lo fa con il deliberato intento di ingannarlo.

Nelle politiche cosiddette “umanitarie”, nello spirito di un’accoglienza indiscriminata della sinistra, non ho mai visto nulla di buono.

Semmai, una sottile ipocrisia: quella di chi ha fatto dell’accoglienza uno slogan, senza mai interrogarsi seriamente su come accogliere i migranti, su quali prospettive offrire in termini di sicurezza, lavoro e integrazione, su come costruire una concreta possibilità di convivenza pacifica tra loro e noi.

Incapaci di politiche serie, li hanno consegnati al caporalato, condannandoli a una vita spesso più infame di quella che avevano lasciato nei loro Paesi.

E, al contempo, hanno condannato gli italiani a salari più bassi, alimentando una concorrenza sleale fondata sul lavoratore più sottopagato.

Ora si ergono a maestri di virtù. Paradossale: il loro disastro sulle spalle di tutti!

Copiamo sempre male, guardando alle sperimentazioni e alle esperienze degli altri Paesi, senza preoccuparci di valutarne gli esiti.

Da decenni, in Francia, Belgio e Gran Bretagna, le conseguenze di determinate politiche migratorie e, soprattutto, di un atteggiamento troppo spesso remissivo nei confronti dell’islamismo radicale, hanno fatto emergere problematiche gravissime.

Avremmo potuto farne tesoro. Invece, abbiamo continuato a percorrere un binario disastroso, come dimostrano i fatti di questi giorni.

Ma il problema non è soltanto l’incapacità di governare l’immigrazione. È il prezzo politico che si è disposti a pagare pur di conquistare il consenso.

La sinistra riscuote l’obolo della complicità nell’aprire le porte a tutti e chiama al voto, fingendo di non vedere la saldatura tra anarchici, rivoltosi e determinate frange dell’Islam radicale: quello che inneggia alla distruzione di Israele e celebra il 7 ottobre.

Nonostante tutto, continua a fingere di non vedere. O, peggio ancora, nella debordante arroganza che la contraddistingue, è forse convinta di poter governare qualcosa che già oggi le sfugge, che vola ben al di sopra delle sue capacità di controllo.

Priva di idee e di programmi, sembra avere un’unica strategia per sperare di vincere la prossima tornata elettorale: conquistare il consenso dell’Islam politico, chiamando a raccolta anche le sue frange più radicali, talvolta prossime al terrorismo.

Senza comprendere che, una volta raggiunto il proprio obiettivo, sarà essa stessa a essere scalzata e sostituita. Perché quelle forze non sono alleati: sono strumenti che la sinistra, nella propria codardia, accetta di diventare pur di ottenere l’unica cosa cui sembra davvero aspirare.

Il potere. Non certo il bene del Paese.

Sia ben chiaro: non coltivo alcun pregiudizio razzista nei confronti dei musulmani. Molti di loro, soprattutto i primi arrivati, hanno costruito qui la propria vita, lavorano, rispettano le nostre leggi e condividono i valori fondamentali della convivenza civile.

Ma proprio per questo occorre distinguere. Tra chi cerca una vita migliore e chi pretende di imporre una visione incompatibile con le nostre libertà. Tra l’accoglienza e la resa. Tra il rispetto delle differenze e la rinuncia ai nostri principi.

Il pericolo che attraversa l’Europa non è l’Islam in quanto religione, ma l’islamismo radicale che trova spazio nella nostra debolezza e nella codardia di chi, pur di non perdere consenso, preferisce non vedere.

E il compromesso, quando si consuma sulla libertà e sulla sicurezza dei cittadini, non è più una scelta politica. È una resa.

È questo il grande compromesso: svendersi. Anzi, svendere l’Italia per trenta denari, prima ancora che il gallo canti.

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