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La tassazione aggiuntiva di banche e assicurazioni

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La tassazione aggiuntiva di banche e assicurazioni

Dovere costituzionale e morale

Il governo ha varato la manovra economica per il prossimo anno, prevedendo una contribuzione aggiuntiva per banche e assicurazioni.
Il tema della tassazione aggiuntiva a carico di banche e compagnie assicurative rappresenta una questione di particolare rilevanza nel dibattito economico e politico contemporaneo, poiché richiama interrogativi fondamentali riguardanti il rapporto tra capacità contributiva, responsabilità sociale delle imprese, giustizia fiscale e distribuzione delle risorse all’interno della collettività.

In una fase storica caratterizzata da profonde disuguaglianze economiche, dalla progressiva concentrazione della ricchezza e dalle difficoltà che ampie fasce della popolazione incontrano nel sostenere il costo della vita, dei servizi essenziali e degli impegni finanziari quotidiani, appare legittimo interrogarsi sull’opportunità che i settori economici caratterizzati da elevati livelli di redditività, contribuiscano in misura maggiore al finanziamento della spesa pubblica.

In questo contesto, il settore bancario e quello assicurativo assumono una posizione particolarmente significativa, non soltanto per il ruolo strategico che svolgono nel funzionamento del sistema economico, ma anche per la loro capacità di generare profitti attraverso attività che si fondano, direttamente o indirettamente, sul risparmio, sugli investimenti e sulle disponibilità finanziarie di famiglie e imprese.

Le banche, in particolare, beneficiano delle dinamiche dei tassi di interesse, dell’attività creditizia e della gestione delle risorse finanziarie, mentre le compagnie assicurative operano attraverso la raccolta dei premi e l’investimento delle riserve, collocandosi in una posizione centrale nella gestione del risparmio e dei rischi economici della collettività.

Il principio che dovrebbe orientare ogni ragionamento in materia è quello dell’equità contributiva, che trova un preciso fondamento nell’articolo 53 della Costituzione italiana, secondo il quale «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva», mentre il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Si tratta di un principio che non può essere interpretato come una semplice regola contabile, finalizzata a ripartire il fabbisogno finanziario dello Stato tra i diversi soggetti economici, ma che esprime una precisa concezione della solidarietà sociale, secondo la quale il contributo richiesto a ciascuno deve essere commisurato alle effettive possibilità economiche, affinché il peso della fiscalità non finisca per gravare prevalentemente su coloro che dispongono di minori risorse, come nel caso italiano: lavoratori dipendenti e pensionati.

L’equità fiscale, infatti, non significa necessariamente imporre a tutti lo stesso sacrificio economico, bensì riconoscere che situazioni economiche differenti possono e, in determinate circostanze, devono comportare livelli di contribuzione differenti.

Un contributo teorico sul tema proviene dall’economista Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l’economia, che ha dedicato una parte rilevante dei propri studi al rapporto tra disuguaglianza, distribuzione del reddito e politiche fiscali.

Stiglitz sostiene che in una società caratterizzata da crescenti disuguaglianze, il sistema tributario debba necessariamente considerare gli effetti che le imposte producono sulla distribuzione della ricchezza, affermando la necessità di una fiscalità progressiva, nella quale chi dispone di maggiori risorse contribuisca in misura superiore.

Il ragionamento di Stiglitz assume particolare importanza nel momento in cui si affronta la questione dei profitti del sistema finanziario, poiché suggerisce che la politica fiscale non debba essere considerata esclusivamente uno strumento attraverso il quale lo Stato reperisce le risorse necessarie per sostenere le proprie spese, ma anche un mezzo attraverso il quale correggere gli squilibri prodotti dal mercato e favorire una distribuzione più equilibrata delle opportunità economiche.

In questa prospettiva, la tassazione aggiuntiva su banche e assicurazioni può essere interpretata come uno strumento di redistribuzione della ricchezza, a condizione che le risorse raccolte vengano effettivamente destinate a finalità di interesse generale, quali il rafforzamento della sanità pubblica, il sostegno alle famiglie in difficoltà, il miglioramento dei servizi educativi, il finanziamento delle politiche abitative e la riduzione della pressione fiscale sui redditi medio-bassi.

La redistribuzione della ricchezza costituisce, sotto questo profilo, una delle funzioni più importanti della fiscalità moderna, poiché consente di intervenire sulle disuguaglianze generate dal funzionamento dei mercati, attraverso un sistema di prelievo e di spesa pubblica che favorisca una maggiore coesione sociale.

La finalità di una politica fiscale equa non può essere quella di penalizzare un determinato settore economico per ragioni di opportunità politica o di consenso, ma deve consistere nell’individuare un corretto equilibrio tra la capacità di generare profitti, il contributo al finanziamento della collettività e la tutela degli interessi dei cittadini.

In altri termini, il principio di equità contributiva deve essere applicato con rigore, evitando sia privilegi ingiustificati sia forme di prelievo che possano compromettere gli investimenti, la competitività e la stabilità del sistema finanziario.

Il dibattito sulla tassazione aggiuntiva di banche e assicurazioni, dunque, non dovrebbe essere ridotto a una contrapposizione ideologica tra chi difende il sistema finanziario e chi auspica una maggiore imposizione fiscale sui suoi profitti.

La questione riguarda, più profondamente, il modello di società che si intende costruire e il ruolo che la fiscalità deve assumere nella distribuzione delle risorse, nella tutela dei soggetti economicamente più vulnerabili e nella promozione di uno sviluppo che non lasci indietro una parte significativa della popolazione.

Si pensi alla proposta dell’economista francese Thomas Piketty di un referendum per introdurre una “tassa di solidarietà nazionale” imperniata su due misure: la prima di un contributo straordinario del 50% sull’incremento di patrimonio accumulato nell’ultimo decennio; la seconda di un’imposta permanente del 10% l’anno sui patrimoni che superano i 100 milioni di euro.

In una società democratica, la ricchezza non può essere considerata esclusivamente il risultato di iniziative individuali o aziendali, poiché essa si sviluppa all’interno di un sistema composto da infrastrutture, istituzioni, servizi pubblici, competenze collettive e garanzie giuridiche che richiedono risorse per essere mantenuti e rafforzati.

Ne consegue che coloro che beneficiano maggiormente del funzionamento di tale sistema, e che dispongono di una più elevata capacità economica, devono essere chiamati a partecipare in maniera adeguata al suo finanziamento, non come semplice obbligo di versare imposte, ma come espressione concreta di solidarietà, responsabilità collettiva e giustizia sociale, in primo luogo di tipo morale.

Autore

  • Maurizio Ballistreri

    Maurizio BallistreriMaurizio Ballistreri, Ordinario ab. di Diritto del Lavoro Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell'Università di Messina. Delegato della Rettrice dell'Università di Messina alle Relazioni sindacali. Direttore degli "Annali" della Facoltà di Economia dell'Università di Messina. Componente del Centro de Estudos, Jurídicos Económicos e Ambientais dell'Universidade Lusíada di Lisbona. Rank Full Teaching Professor International Academy of Social Sciences of Catholic University of New Spain, Florida, USA. Presidente Istituto di Studi sul Lavoro, Roma.

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