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La libertà e l’eclissi del padre

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Una crisi spirituale e antropologica radicale

Osservo un’illusione tenace che sta divorando dall’interno la civiltà occidentale ed è la convinzione che la libertà possa sussistere a prescindere dalla responsabilità.

Si confonde l’emancipazione dal giogo con l’assenza di gravità, la rottura delle catene con la liquidazione di ogni asse portante.

Ma un individuo che non risponde di nulla a nessuno, che non riconosce alcun confine interiore e non assume su di sé il peso sacro del proprio destino, non è affatto un uomo libero, ma un relitto alla deriva, un frammento in balia delle correnti che scambia il vagabondare caotico per autodeterminazione.

Quando manca una solida architettura interna, quando non si impara ad abitare il proprio tempio psichico e si vive nell’ignoranza di sé, la libertà concessa dall’esterno cessa di essere una promessa di fioritura e si tramuta in una condanna insostenibile.

La libertà di fare cosa, se non si sa chi si è?

La libertà di desiderare cosa, se non si possiede alcuna vocazione, nessuna scintilla che parta dal profondo a indicare una missione nel mondo?

È la tragedia di quella modernità che Zygmunt Bauman ha diagnosticato con precisione chirurgica sotto la categoria della liquidità: una condizione in cui ogni legame solido si dissolve, le istituzioni perdono aderenza, le forme comunitarie si liquefanno e l’individuo viene abbandonato al flusso instabile e precario di desideri indotti e identità usa-e-getta.

Ma come ammoniva Bauman, la privatizzazione totale dell’esistenza e la dissoluzione dei punti fermi non generano individui appagati, bensì una profonda angoscia da incertezza.

Privata del suo correlato etico, del radicamento e della disciplina spirituale, la libertà degrada rapidamente in una superficie luccicante che intossica senza mai saziare realmente.

Si accumulano consumi, si inseguono approvazioni effimere, si gridano parole d’ordine per colmare un vuoto sordo: l’abisso di un essere umano che non ha radici nella terra e non ha occhi capaci di guardare l’orizzonte.

La superficialità diventa allora la più claustrofobica delle prigioni, perché in assenza di profondità interiore nulla ha il potere di nutrire, nulla resta, tutto svanisce nell’istante del consumo.

La psiche non regge a lungo il vuoto della dispersione liquida. L’anarchia perpetua dell’anima produce un terrore sotterraneo. Se l’individuo non impara a strutturarsi dal centro, proietterà all’esterno, con violenza raddoppiata, il disperato bisogno di un argine che non possiede dentro.

Chi rischia di annegare in una realtà priva di sponde cercherà disperatamente qualsiasi scoglio a cui ancorarsi, scambiando la pietra tombale del fanatismo per saldezza morale, la ferocia dogmatica per radicamento e pienezza.

Per decifrare questa patologia occorre risalire alle intuizioni di James Hillman sulla tragedia del padre assente. Nei suoi lavori sull’archetipo del senex e sulla perdita della paternità simbolica, Hillman ha chiarito che il padre non è semplicemente l’autorità punitiva o il custode del conformismo sociale, ma la funzione archetipica che dona forma, misura, tenuta nel tempo e orientamento al caos primigenio.

Il padre è colui che introduce il figlio al principio di realtà, che insegna che ogni atto produce conseguenze inevitabili, che la vita impone confini e che il sacro si incontra attraverso il rigore del discernimento e la fedeltà a una legge superiore.

Quando l’Occidente ha liquidato il padre nel giusto moto di liberazione dai suoi cascami autoritari, non ha tuttavia emancipato la coscienza.

Ha lasciato la scena al dominio incontrastato del puer aeternus, l’eterno fanciullo velleitario, narcisista, emotivamente instabile, costantemente indignato contro il mondo, ma incapace di assumersi la responsabilità di un solo millimetro di realtà.

Hillman ci ammonisce sul destino ineluttabile di questo vuoto. Quando l’archetipo paterno scompare nella sua luce feconda di guida e orizzonte, non si dissolve nel nulla. Cade nell’ombra inconscia.

E dal profondo dell’ombra ritorna sotto forma di caricatura grottesca e vendicativa: il tiranno, il carnefice, il Saturno che divora i propri figli.

Chi rifiuta la disciplina interiore e non impara a governare se stesso cercherà sempre, prima o poi, un padrone esterno che gli imponga con il terrore quell’ordine che non ha saputo edificare nella propria coscienza.
​L’albero maestro teorico di questa catastrofe culturale è incarnato dalla traiettoria di Michel Foucault.

Maestro supremo dell’archeologia del sapere, Foucault ha consegnato alle università occidentali l’idea che la verità oggettiva non esista, ma sia solo un inganno del linguaggio, un artificio manipolatorio istituito dal potere per soggiogare i corpi e reprimere i margini.

Per decenni si è insegnato che smontare, decostruire, desacralizzare e fluidificare qualsiasi confine etico e ontologico fosse l’atto supremo della libertà. Ma l’esito finale della decostruzione perpetua è il deserto del nichilismo.

E quando hai raso al suolo il padre, le istituzioni e ogni canone condiviso, lasciando l’uomo orfano in una stanza vuota, scatta l’invidia furiosa verso chi ha ancora la spietatezza di credere in qualcosa.

​Non fu una coincidenza se nel 1978, recandosi a Teheran tra le folle oceaniche dell’ayatollah Khomeini, proprio Michel Foucault rimase abbagliato da quella rivolta, celebrando sulle pagine dei giornali europei l’avvento di una mirabile “spiritualità politica”.

L’intellettuale più raffinato e laico d’Europa si prosternava davanti a una teocrazia totalitaria e sanguinaria, vedendo nella sharia e nel velo una liberazione dalle catene dell’Occidente borghese.

L’abbaglio di Foucault è il paradigma esatto del nostro tempo: l’intellettuale decostruzionista, svuotato di sostanza spirituale e incapace di tollerare il nulla che egli stesso ha generato, scambia la violenza repressiva del boia per rigenerazione morale e corre a consegnare il proprio pensiero a dogmi che farebbero scempio di ogni sua libertà.

Si consuma qui il cortocircuito descritto da Hillman: il puer occidentale, spaventato dalla propria inconsistenza liquida e orfano di una vera spina dorsale, abbraccia l’oscurantismo arcaico pur di non dover fare i conti con il vuoto che si porta dentro.

​L’economia, le relazioni internazionali, i trattati e i bilanci degli Stati non sono costruzioni metafisiche astratte, ma il riverbero su larga scala dello stato di salute dell’anima umana.

Se la persona non si conosce, non si ha e non si abita, se vive nella lacerazione perenne contro l’esistenza, la società che ne scaturirà sarà un teatro di ombre affamato di distruzione.

L’odio feroce che attraversa oggi le piazze delle nostre città, dove il massacro terroristico viene trasfigurato in resistenza e la vittima trasformata in colpevole a priori, non è solo disinformazione politica, ma una crisi spirituale e antropologica radicale.

È il grido d’aiuto deformato di generazioni a cui è stata tolta la bussola del padre, a cui è stato fatto credere che la vita sia un mero catalogo di diritti privi di doveri, e che ora cercano nell’annientamento dell’altro, la redenzione che non trovano in se stesse.

La ricostruzione del nostro presente non potrà mai compiersi unicamente nelle aule parlamentari o nelle cancellerie diplomatiche, per quanto l’onestà dei fatti e l’esame dei documenti storici restino barricate irrinunciabili contro la menzogna.

La vera trincea è a monte, nella custodia dell’interiorità. Riconquistare la libertà significa riscoprire che non c’è emancipazione autentica senza responsabilità, che non c’è dignità senza spina dorsale e che il limite non è una castrazione, ma la condizione prima affinché una forma possa esistere e durare.

Bisogna riaccendere il principio del padre sano: quello che custodisce la legge dentro l’anima, che educa al rigore del discernimento e che sa puntare lo sguardo oltre la terra bruciata dell’invidia, verso la luce dell’orizzonte.

Solo chi possiede una casa dentro di sé, smette di desiderare di bruciare quella del vicino.

La fascinazione per i sistemi repressivi di cui parlo in questo saggio, è solo il riflesso esterno di un vuoto più profondo: la scomparsa dei riti di passaggio, la paura della disciplina e l’eclissi di un maschile sano capace di dare direzione e contenimento.

Ho esplorato la radice interiore di questo smarrimento nel mio articolo “Abbiamo perso il maschile e si vede” che potete leggere qui
https://www.facebook.com/share/p/19brRNgmZc/

 

La caduta di Icaro di Jacob Peter Gowy (1635–1637), Museo del Prado, Madrid.
L’illusione dell’emancipazione senza misura: quando l’archetipo del padre non viene integrato dentro la coscienza, la libertà non schiude il cielo, ma spalanca la vertigine dell’abisso

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