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La Cina rende irreversibile la crisi dell’UE

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Cina - UE

In Cina una fabbrica di componentistica grande come Parigi – L’impianto occuperà 120 mila persone – La sfida della Cina è sistemica

Le convinzioni ideologiche fortificano, a destra e a manca, le coscienze come il principale bisogno psicologico individuale: unico meccanismo di presunta difesa che ci possa proteggere da un esame di realtà e dalla barbarie della burocratica UE.

Tuttavia, la strategia confuciana di accerchiamento messa in atto dal governo cinese di Xi Jing oggi ci obbliga ad aprire gli occhi e a valutare oggettivamente la portata degli effetti su un futuro dell’evoluzione reale dell’automotive.

Ci aspetta un terremoto che va ben oltre il settore automobilistico specialmente in Europa sostanzialmente priva di difese e di visione prospettica e ricca solo di una burocrazia cieca e inefficiente, totalmente scollegata dalla realtà.

In Cina una fabbrica di componentistica grande come Parigi

La Cina si sta predisponendo a costruire la fabbrica di componentistica per l’automotive più grande al mondo. Grande come l’area di Parigi.

La regione cinese in cui sorge questo imponente polo industriale automotive è l’Henan (nella parte centro-orientale della Cina). Il mega-stabilimento, sviluppato dal gigante dei veicoli elettrici BYD, si trova nella città di Zhengzhou.

Il confronto con Parigi ci dà l’idea delle proporzioni. L’intero parco industriale ed ecosistema produttivo circostante copre un’area pianificata complessiva di circa 130 km^2, superficie superiore all’area urbana/amministrativa di Parigi intra-muros (circa 105 km^2).

L’impronta diretta dei capannoni e delle strutture di assemblaggio occupava già oltre 22 km^2 negli studi da satellite, rendendolo comunque uno dei complessi di produzione di auto, batterie e componenti elettrici più grandi al mondo.

Il sito integra l’intera filiera produttiva (motori elettrici, batterie, microcomponentistica e celle per veicoli elettrici e ibridi) e punta a una capacità produttiva a regime che può raggiungere oltre 1,5 milioni di veicoli all’anno.

L’impianto occuperà 120 mila persone

Quando la megastruttura di Zhengzhou (Henan) opererà a pieno regime insieme al suo indotto integrato, l’impiego complessivo raggiungerà circa 100.000 – 120.000 persone, suddivise in modo strategico tra forza lavoro di produzione, ingegneria e R&D.

L’impiego è ripartito nelle seguenti macro-categorie:

Tecnici specializzati e operai di linea (~70%–75%) – Stima: 70.000 – 85.000 lavoratori. Mansioni: nonostante un livello di automazione che supera il 98% nei reparti chiave di saldatura e stampaggio (con migliaia di robot antropomorfi operativi), l’integrazione verticale del sito richiedere un’imponente forza lavoro diretta per le linee di assemblaggio finale dei veicoli, il packaging delle batterie Blade, la produzione di motori elettrici e la sensoristica.

Progettisti e ingegneri di processo (~15% – 20%) – Stima: 15.000 – 20.000 specialisti. Mansioni: gestione delle linee di produzione automatizzate, controllo qualità, ingegnerizzazione della produzione di semiconduttori/chip proprietari, gestione termica dei pacchi batteria e ottimizzazione dei processi industriale-logistici.

Ricercatori e sviluppatori R&D (~8%–10%) – Stima: 8.000 – 12.000 ricercatori. Mansioni: BYD investe massicciamente nel capitale umano di ricerca (a livello globale l’azienda impiega oltre 100.000 ingegneri in R&D).

Il polo di Zhengzhou ospita centri applicativi dedicati allo sviluppo di:  architetture software per la guida autonoma e cockpit intelligenti; chimica avanzata per le celle batteria di nuova generazione; elettronica di potenza in carburo di silicio (SiC).

Personale logistico e di supporto (~5%). Stima: 5.000 – 7.000 addetti. Mansioni: gestione dei flussi interni alla Zhengzhou Airport Economy Zone, stoccaggio e logistica integrata verso lo scalo merci e la rete ferroviaria ad alta velocità per l’esportazione globale.

Strategia logistica multimodale

Trattandosi di una regione interna senza sbocco diretto al mare (il landlocked Henan), il megasito industriale BYD di Zhengzhou non si affida a un singolo porto marittimo, ma sfrutta una strategia logistica multimodale interconnessa basata su un hub primario, porti fluviali integrati e uno hub dedicato per la flotta navale proprietaria.

I principali snodi marittimi e la strategia commerciale globale di questo impianto includono:

Il porto marittimo primario: Qingdao (Shandong) – Il porto di Qingdao, situato sulla costa nord-orientale, costituisce lo sbocco marittimo naturale più diretto ed efficiente per il megasito di Zhengzhou.

Connessione corridoio intermodale: Zhengzhou è collegata direttamente a Qingdao da una direttrice ferroviaria ad alta capacità (Freight Rail Corridor). Le auto e le componenti uscite dalla fabbrica vengono caricate su treni blocco e raggiungono i terminali del porto di Qingdao in circa 10 – 12 ore.

Specializzazione – Qingdao è uno dei porti con le infrastrutture Ro-Ro (Roll-on/Roll-off) più avanzate d’Asia, specializzato nello stoccaggio e nella movimentazione ad alta velocità di veicoli e di batterie al litio.

Lo snodo oceanico globale: Ningbo-Zhoushan (Zhejiang) – Per le tratte intercontinentali a lungo raggio (verso Europa, America Latina e Medio Oriente), BYD utilizza massicciamente il porto di Ningbo-Zhoushan, il primo al mondo per tonnellaggio merci. Le merci da Zhengzhou vi giungono principalmente tramite trasporto ferroviario merci navetta (sistema mare-ferrovia Sea-Rail Express).

L’infrastruttura di supporto fluviale: Il fiume Giallo e il fiume Yangtze – Per ridurre i costi di spedizione della componentistica pesante (come batterie e motori) le merci vengono inoltrate tramite ferrovia verso i terminal fluviali vicini lungo il bacino del fiume Yangtze (come il porto  di Taicang o Jiangyin vicino a Shanghai), dove vengono caricate su chiatte e trasferite verso i porti oceanici di Shanghai e Ningbo.

Il polo integrato e la flotta navale BYD (BYD Explorer) – Per non dipendere dalle fluttuazioni delle compagnie marittime tradizionali, BYD ha commissionato la costruzione di una propria flotta di mega-navi porta-automobili (Ro-Ro da 7.000 – 9.200 veicoli ciascuna).

Tra queste c’è la BYD Zhengzhou, battezzata specificamente in onore del polo produttivo dell’Henan, che opera collegando i porti di assemblaggio e quelli costieri di esportazione (inclusi gli hub meridionali di Shenzhen / Xiaomo Port) verso i mercati europei, sudamericani e dell’Asia-Pacifico.

Il ruolo dell’aeroporto di Zhengzhou (CNOEZO) – Mentre le auto e le componenti pesanti viaggiano via mare attraverso Qingdao e Ningbo, la componentistica elettronica ad altissimo valore (chip, centraline, sensori avanzati) viene spedita direttamente per via aerea tramite il Zhengzhou Xinzheng International Airport (CGO), adiacente al megasito e integrato nella Zhengzhou Airport Economy Zone.

Per un approfondimento visivo sul funzionamento della flotta navale dedicata all’esportazione di questo specifico polo si può vedere questo video (https://www.youtube.com/watch?v=oJJ-MCwxWg4) che mostra la nave car-carrier BYD Zhengzhou impegnata nelle operazioni di scarico merci, evidenziando la scala della flotta navale proprietaria sviluppata per esportare i veicoli prodotti nell’hub dell’Henan sui mercati internazionali.

La sfida della Cina è sistemica

L’imponente strategia cinese (esemplificata dal megasito BYD di Zhengzhou nell’Henan) rappresenta una sfida sistemica. Non si tratta di un semplice “dumping di prezzo” da sovracapacità, ma di un dumping strutturale ed ecosistemico, guidato da un’integrazione verticale totale (dalle materie prime alla flotta navale proprietaria) e da sussidi statali d’impianto.

Di fronte a questa “guerra industriale ad altissima scala”, l’Unione Europea – nata con il Trattato di Maastricht sull’architettura del libero mercato, del rigore di bilancio e del controllo dei sussidi interni (aiuti di Stato) – si trova strutturalmente indifesa.

Il modello originario dell’UE presenta tre vulnerabilità geopolitiche di fondo.

In primo luogo, asimmetria delle regole. Maastricht e le normative UE proibiscono severe distorsioni della concorrenza tra i membri europei, mentre la Cina opera come un’unica grande “azienda – Stato” in grado di sussidiare la filiera con capitali pubblici senza limiti di bilancio.

Poi, iper-frammentazione dei mercati della difesa e dell’industria. La governance UE è coordinata sul piano monetario (BCE), ma rimane frammentata sui piani fiscale, industriale e geopolitico.

Infine pressione sul consumatore verso protezione dell’industria. I dazi alzano i prezzi dei veicoli elettrici per i cittadini europei, creando un dilemma per le politiche comunitarie di transizione ecologica.

Le leve di risposta dell’Unione Europea

Per contrastare una pianificazione produttiva di tali dimensioni senza rinunciare ai propri principi costitutivi, l’UE si sta muovendo attraverso una strategia multidimensionale:

Misure di Difesa Commerciale (TDA) e Dazi Compensativi – Dazi anti-sussidio (Countervailing Duties): l’UE applica dazi punitivi aggiuntivi sulle auto elettriche e sui veicoli ibridi importati dalla Cina (fino a oltre il 35% oltre al dazio base del 10%) per compensare i sussidi statali cinesi.

Controlli antielusione: vigilanza per evitare che i produttori cinesi bypassino le barriere assemblando componenti tramite paesi terzi (transshipment via Messico, Turchia o Sud-Est asiatico).

Regole di Localizzazione e “Industrial Alliance Acts” (IAA) – I soli dazi non bastano, perché i margini di profitto della produzione cinese consentono di assorbire parte dei costi. L’UE sta quindi passando ai criteri di contenuto locale (Local Content Rules)

Requisiti di valore aggiunto europeo: per accedere agli incentivi pubblici europei, alle flotte aziendali o agli appalti pubblici (procurement), i veicoli devono contenere quote rilevanti di componentistica prodotta all’interno dell’UE (celle batteria, inverter, sistemi elettronici).

Paletti sugli investimenti diretti (FDI): quando colossi come BYD investono in stabilimenti all’interno dell’UE (es. Ungheria o Turchia), l’UE valuta la richiesta di joint venture obbligatorie con aziende europee, trasferimenti tecnologici e un radicamento effettivo della filiera locale, evitando il mero “assemblaggio cacciavite”.

Politica Industriale Comune e Deroga agli Aiuti di Stato – Transizione verso un’Europa della Difesa e dell’Industria: l’UE sta allentando le norme di Maastricht sugli aiuti di Stato nei settori strategici (tramite gli IPCEI – Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo) per consentire ai governi europei di finanziare la produzione nazionale di batterie, microchip e materie prime critiche.

Strategia sul modello del Rapporto Draghi:mobilitazione di massicci investimenti pubblici e privati europei (debito comune o sovvenzioni mirate) per colmare il divario di costo energetico e tecnologico che penalizza le fabbriche europee nei confronti di quelle cinesi.

FSR (Foreign Subsidies Regulation): normativa che consente alla Commissione UE di indagare e sanzionare aziende estere operanti nel mercato unico che beneficiano di sussidi da governi extra-UE distortivi della concorrenza.

Diversificazione e accordi sulle materie prime: Chiusura di alleanze commerciali strategiche con paesi ricchi di litio, cobalto e nichel (America Latina, Africa, Australia) per evitare la dipendenza totale dalla filiera di raffinazione cinese.

Il bivio strategico per l’UE

L’Unione Europea si trova di fronte a un’alternativa di fondo: subire il dumping ed evolvere verso un’economia di puro consumo basata su tecnologia importata dall’Asia, a discapito del settore manifatturiero e dell’occupazione, oppure superare l’ortodossia del rigore di Maastricht, passando da una pura “unione di regole e mercati” a una vera potenza geopolitica e industriale, capace di coordinare la politica di bilancio e sostenere direttamente i campioni industriali europei.

Tutti i nodi di una mancanza strategia politica della Ue di Maastricht arrivano al pettine e la risposta non può essere solo di proseguire una visione che incentiva una burocrazia pletorica e inefficace.

La posta in gioco che la Cina con il tempo ha messo in campo una politica di “dumping a tenaglia” di lunghissimo periodo di conseguenza gli effetti in primis per l’UE di Maastricht si presume saranno devastanti, anche considerato le scelte del passato di delocalizzare la produzione verso la Cina alla cieca.

Ecco perché serve un vero esame di realtà come condizione di un consuntivo sui disastri prodotti e acquisire una coscienza geopolitica dello scontro in atto al fine di iniziare ad elaborare strategie e alleanze strategiche reali ed efficaci.

I sogni UE sono morti all’alba. O quanto meno serve averne consapevolezza.

Autore

  • Pietro Imberti

    Pietro Imberti, sindacalista della UILM (metalmeccanici) di Brescia, Membro della Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio) dal 1980 al 1992. Presidente del CREL (Centro Ricerche Economia del Lavoro) della Lombardia. Giornalista, ha contribuito attivamente al dibattito sociopolitico ed economico, firmando interventi e saggi.

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