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Calenda e la scommessa del pareggio

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scommessa del pareggio

L’autonomia per contare dopo il voto

La nuova legge elettorale, con la soglia del 42 per cento per l’attribuzione del premio di maggioranza, apre per Carlo Calenda e per la galassia riformista ed europeista che si sta aggregando attorno ad Azione – da Spazio Pubblico alla Federazione dei Riformatori, fino agli Europeisti – un’opportunità politica potenzialmente irripetibile.

A una condizione: comprendere la nuova architettura elettorale e trarne le dovute conseguenze.

Per il polo riformista, lo scenario più favorevole sarebbe quello in cui nessuna delle due principali coalizioni, né il centrodestra né il campo largo, raggiungesse la soglia necessaria per ottenere il premio.

In quel caso, tornerebbe a pesare la logica proporzionale.

Non è soltanto una questione tattica, ma di autonomia politica. Se uno dei due blocchi conquistasse il premio, Azione rischierebbe di restare ai margini per un’altra legislatura.

Se, invece, nessuno raggiungesse la soglia, i voti dell’area liberal-riformista potrebbero diventare determinanti nella costruzione di una maggioranza.

È questo lo spazio che Calenda dovrebbe conquistare: non una posizione ancillare nel centrodestra, né una collocazione subordinata al centrosinistra, ma un’identità autonoma, liberale, garantista, europeista e riformatrice.

Uno spazio per quanti non si riconoscono in un bipolarismo muscolare, sempre più condizionato dalla competizione identitaria.

Per questa ragione, correre da soli può essere una scelta non soltanto coerente, ma anche strategicamente vantaggiosa. Un accordo preventivo con uno dei due schieramenti rischierebbe di ridurre il margine di manovra di Azione, sacrificando proprio la specificità che dovrebbe distinguerla.

Prima vengono la proposta politica, la credibilità e il consenso; soltanto dopo, sulla base dei risultati, si potranno valutare eventuali intese parlamentari.

Il dialogo dopo il voto non contraddice l’autonomia: al contrario, può esserne il coronamento. Presentarsi agli elettori senza accordi precostituiti significa condurre una campagna elettorale più libera dai vincoli delle coalizioni e poter negoziare sulla base dei numeri e dei programmi, anziché accontentarsi degli spazi concessi da alleati elettoralmente più forti.

La differenza è sostanziale: una cosa è partecipare da comprimari a una coalizione, un’altra è diventare interlocutori necessari nella formazione di una maggioranza.

Il pareggio potrebbe così riaprire il confronto tra culture politiche differenti e attenuare la rigidità del bipolarismo. È questa la possibile, e forse l’unica, risposta al bipopulismo: non un’impossibile equidistanza tra gli schieramenti, ma un’alternativa capace di riportare al centro i programmi, la responsabilità di governo e la coerenza delle scelte.

In questo quadro, un polo liberal-riformista potrebbe incidere anche sugli equilibri del centrodestra. Se mancasse una maggioranza autosufficiente, Giorgia Meloni potrebbe cercare interlocutori moderati per ampliare la propria base parlamentare e contenere il peso delle componenti più radicali, a partire da quelle riconducibili a Roberto Vannacci.

Un confronto con l’area di Calenda, invece, potrebbe contribuire a rafforzare le sensibilità liberali, riformatrici ed europeiste già presenti nella coalizione.

Ciò non significa che un’intesa con Meloni sia scontata o necessariamente auspicabile. L’autonomia serve proprio a evitare che le scelte siano determinate da appartenenze precostituite.

Ogni eventuale accordo dovrà essere valutato sulla base dei contenuti, delle garanzie e degli equilibri parlamentari.

Più complicato appare, al momento, il rapporto con il centrosinistra. Le distanze su giustizia, politica estera, atlantismo e difesa europea investono la concezione dello Stato di diritto e la collocazione internazionale dell’Italia.

Le ambiguità sul sostegno all’Ucraina, le diverse sensibilità sull’integrazione europea e la presenza di componenti massimaliste rendono difficile individuare una base programmatica comune con Azione.

Escludere un’intesa nelle condizioni attuali non significa chiudere la porta a ogni confronto futuro. Significa riconoscere che un’alleanza non può reggersi soltanto sulla contrapposizione all’avversario.

Se il centrosinistra vorrà dialogare con i riformisti, dovrà prima affrontare le proprie contraddizioni, anziché chiedere alle forze esterne al suo perimetro di ignorarle.

Il fermento nell’area liberal-democratica segnala, del resto, un disagio rispetto all’offerta politica attuale. È un elettorato che non vuole necessariamente ritrovarsi nel centrodestra, ma non si riconosce neppure in un centrosinistra attraversato da posizioni distanti e da sensibilità talvolta massimaliste.

Per intercettarlo, Carlo Calenda deve costruire un’offerta politica autonoma e riconoscibile, non un progetto definito in funzione degli equilibri altrui.

La sfida è dunque duplice: consolidare un’identità autonoma e prepararsi a utilizzare il risultato elettorale per incidere sugli equilibri parlamentari. Correre da soli oggi e dialogare dopo il voto non sono scelte contraddittorie, ma due diversi passaggi della medesima strategia.

Il pareggio, dunque, non diventerebbe un’opportunità per il solo fatto di produrre un Parlamento senza una maggioranza autosufficiente.

Lo diventerebbe se il polo guidato da Azione arrivasse a quell’appuntamento con un’identità riconoscibile e un consenso sufficiente a far pesare le proprie idee.

Non per conquistare semplicemente un posto a tavola, ma per restituire agli elettori una libertà di scelta che il bipolarismo tende oggi a negare.

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