Non basta guardare quanto si spende. Conta come, per cosa e con quale qualità. L’Italia deve ridurre e riqualificare, altrimenti il declino continuerà
Antonio Martino ripeteva una verità scomoda: un’elevata spesa pubblica uccide la crescita.
Non era un’ossessione ideologica, ma la sintesi di una lunga tradizione filosofica e di evidenze empiriche ricorrenti.
Dal liberalismo classico di Locke e Smith allo scetticismo di Milton Friedman e della Scuola di Chicago, fino alla Public Choice di James Buchanan (di cui Martino fu amico), il filo conduttore è lo stesso. Lo Stato non è un attore neutrale e benevolo. Ogni euro prelevato con le tasse è un euro sottratto alla scelta individuale.
La spesa pubblica genera crowding out: assorbe risorse finanziarie e umane che il settore privato impiegherebbe in modo più produttivo. E i politici e i burocrati, come dimostrava Buchanan, tendono a massimizzare potere e budget, non il bene comune.
A questo si aggiunge la Curva di Armey (o di Rahn): una spesa pubblica troppo bassa impedisce la crescita (mancano regole e infrastrutture di base), ma oltre una certa soglia – collocata da molti studi empirici tra il 25% e il 35 – 40% del PIL nei Paesi sviluppati – l’effetto netto diventa negativo.
I confronti internazionali lo confermano. Gli Stati Uniti, con una spesa complessiva del governo intorno al 37 – 38% del PIL, hanno registrato negli ultimi decenni tassi di crescita e innovazione superiori a quelli dell’Eurozona.
Le “Tigri asiatiche” realizzarono i loro miracoli economici con spesa pubblica stabilmente sotto il 25%. Numerosi lavori di FMI e BCE individuano soglie oltre le quali la crescita di lungo periodo ne risente.
Il controcanto più frequente è quello dei paesi nordici. Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia mantengono una spesa pubblica vicina o superiore al 50% del PIL (Finlandia intorno al 57%, Svezia e Italia intorno al 50 – 51%, Danimarca poco sotto il 50%) e ottengono risultati elevati in qualità della vita, istruzione e salute. Sembrano smentire la tesi. In realtà la precisano.
I nordici non hanno i “carrozzoni” statali tipici di certi modelli continentali. Una parte rilevante dei servizi (scuola, sanità, assistenza) è erogata da fornitori privati o indipendenti che competono tra loro, mentre lo Stato fa soprattutto da finanziatore e regolatore.
Questo riduce l’inefficienza tipica del monopolio pubblico. Hanno investito molto e a lungo sul capitale umano – istruzione di qualità, competenze, salute – e dispongono di vantaggi strutturali che l’Italia non ha: densità di popolazione molto più bassa (Italia circa 195 – 200 abitanti per km², contro i 24 – 26 della Svezia, i 15 – 17 della Norvegia e i 16 – 18 della Finlandia; solo la Danimarca si avvicina con circa 140- 150) e, soprattutto in Norvegia, un’abbondanza di risorse naturali pro-capite.
Le rendite da risorse naturali in Norvegia hanno spesso superato il 7 – 10% del PIL (fino a oltre il 12% in alcuni anni di boom petrolifero), mentre in Italia restano vicine allo zero.
Anche così, i dati mostrano i costi della coercizione fiscale elevata: crescita della produttività più lenta rispetto agli Stati Uniti negli ultimi due decenni, minore capacità di scalare le innovazioni e minore offerta di lavoro in termini di ore.
Il modello nordico funziona meglio dove già esistono alta fiducia, bassa corruzione e capitale sociale elevato. Non è un kit esportabile ovunque.
Per l’Italia la lezione è chiara. Non si tratta solo di discutere “quanto” spendere, ma soprattutto “per cosa” e “come”. La spesa pubblica italiana supera stabilmente il 50% del PIL e presenta una composizione sbilanciata verso consumi correnti, trasferimenti e interessi sul debito, mentre gli investimenti produttivi e quelli sul capitale umano restano insufficienti o inefficienti.
La strada non è imitare i nordici alzando ulteriormente le tasse o difendendo ogni euro di spesa esistente. È ridurre il peso complessivo dello Stato sull’economia e, nello stesso tempo, riqualificare radicalmente ciò che rimane: di più e meglio su infrastrutture materiali e immateriali, istruzione di qualità, ricerca, competenze e salute.
Meno carrozzoni e più concorrenza anche nell’erogazione dei servizi. Meno assistenzialismo indiscriminato e più investimento sulle persone e sulla produttività.
Se non si inverte questa rotta, il rischio è quello che i dati già segnalano anche per i paesi ad alta spesa: un trend di crescita debole e, alla lunga, non sostenibile.
L’Italia non ha le rendite energetiche della Norvegia né il capitale sociale scandinavo. Può però scegliere di spendere meno e meglio.
È l’unica via realistica per tornare a crescere senza illudersi che lo Stato possa sostituire per sempre la responsabilità e l’iniziativa individuale.





