La solita riesumazione dell’accusa di colpa collettiva
“Io ci ho creduto, sai? Fino a ieri potevi dire: è il governo, non è il popolo. Ma oggi avete votato. Non avete più scuse: da oggi siete complici di un massacro. Sono deluso, Israele. Deluso”.
Scorrevo questo testo, rimbalzato con migliaia di condivisioni sui social, e ho avvertito quel senso di vertigine storica e antropologica che si prova quando si vede riattivare, con sconcertante candore, il più antico e collaudato dispositivo della persecuzione antiebraica: l’imputazione della colpa collettiva, travestita da ferita etica e delusione morale.
L’autore si accomoda sullo scranno del tribunale universale della coscienza, sbatte i pugni sul tavolo, ritira solennemente la sua benevolenza a sette milioni di cittadini e proclama che il tempo delle scuse è scaduto.
È la messa in scena perfetta del moralismo narcisistico occidentale, unita a una dinamica psicologica regressiva infantile, la sindrome del “papà brutto e cattivo”.
Leggendo quell’incipit – “Io ci ho creduto, sai?”, “Sono deluso, Israele. Deluso” – non siamo certo di fronte a un’analisi geopolitica, ma alla drammatizzazione di un capriccio emotivo.
È la tipica reazione dell’adolescente che sbatte la porta della stanza perché il genitore non si è conformato all’immagine idealizzata e rassicurante che lui pretendeva di cucirgli addosso.
Chi è cresciuto nella bambagia della sicurezza garantita da decenni di pace, senza mai dover correre in un rifugio antiaereo o temere l’intrusione notturna di terroristi nella stanza dei propri figli, proietta su Israele il ruolo del “padre severo”.
Da una parte pretende che questo padre incarni una purezza angelica, un martirio sacrificale e una condotta irreale. Deve lasciarsi colpire, disarmare e persino immolare, pur di meritarsi la paghetta morale dell’approvazione occidentale.
Dall’altra parte, verso i nemici giurati di quello stesso padre, le teocrazie, i movimenti jihadisti, i despoti che appendono i dissidenti alle gru, gli sgozzatori, il commentatore progressista applica un’indulgenza totale, quasi materna.
A loro non si chiede conto di nulla: non hanno democrazia, non hanno libertà, educano i bambini al culto del martirio, ma vengono trattati come forze della natura irresponsabili delle proprie azioni, esentati da ogni giudizio etico.
E così, quando il “padre” si rifiuta di farsi scannare e compie la scelta brutale di difendere i propri confini e votare per la propria sicurezza materiale, scatta il risentimento: “Sei brutto, sei cattivo, non ti voglio più bene, sei complice di un massacro”.
Ecco il bambino in tutta la sua impotenza infantile.
Sotto questa regressione psicologica si spalanca, però, un abisso ben più sinistro, la solita riesumazione dell’accusa di colpa collettiva.
La frase “Non avete più scuse: da oggi siete complici” riattiva parola per parola il medesimo schema con cui l’Europa cristiana per secoli ha perseguitato le comunità ebraiche della diaspora.
L’ebreo non è mai un individuo titolare di diritti, opinioni, paure e differenze, è sempre un corpo collettivo monolitico, marchiato da una colpa metafisica che si trasmette di generazione in generazione.
Quando i cittadini russi o iraniani non riescono a rovesciare Putin o la dittatura dei pasdaran, l’intellettuale da tastiera si affretta a distinguere, ricordando che il popolo è innocente e che non bisogna confondere la gente comune con il tiranno.
Quando nel 2006 la popolazione di Gaza ha votato a maggioranza assoluta Hamas, il cui statuto fondativo prescrive all’articolo 7 lo sterminio mondiale di ogni ebreo, le redazioni occidentali hanno intimato di non giudicare i popoli e di contestualizzare la miseria.
Quando il 7 ottobre folle di residenti hanno festeggiato l’esibizione dei cadaveri per le strade di Gaza distribuendo dolci, ci è stato spiegato che la folla non aveva facoltà morale autonoma.
Ma quando il popolo israeliano va alle urne, l’alibi crolla all’istante. Diventano tutti complici di assassinio. Questa non è analisi politica, è il ritorno dell’antigiudaismo, dove verso l’ebreo il metro di giudizio è sempre punitivo.
O sei una vittima inerme chiusa in un campo di concentramento, oppure sei un mostro da condannare in blocco.
È in questo equivoco che si annida l’ipocrisia del cosiddetto “antisionismo che non sarebbe antisemitismo”.
Nella neolingua della propaganda militante, il termine sionismo è stato svuotato del suo significato storico e trasformato in un’ingiuria. lo spacciano per colonialismo, suprematismo o razzismo, ma la storia documentale dice l’esatto contrario.
Il sionismo è semplicemente il movimento di autodeterminazione e liberazione nazionale del popolo ebraico nella propria terra ancestrale. Nulla di più, nulla di meno.
Negare la legittimità del sionismo non significa criticare un governo, una coalizione o una manovra militare, significa negare a un solo popolo sulla terra, il popolo ebraico, autoctono del Levante da tre millenni, il diritto primario a possedere uno Stato sovrano e a non essere più alla mercé dei massacratori altrui.
Delegittimare Israele nella sua stessa esistenza significa auspicare che sette milioni di ebrei tornino alla condizione medievale della sottomissione, del ghetto o della fuga con la valigia di cartone.
Ecco perché l’antisionismo radicale è la maschera contemporanea dell’antisemitismo. Applica all’unico Stato ebraico al mondo standard, condanne e pretese di dissoluzione che non verrebbero mai invocate per nessun’altra nazione del globo.
E da quale pulpito morale parla l’Occidente? Da dove nasce questa superbia nel distribuire sentenze a chi difende la propria terra?
C’è una favola comoda e ipocrita che le democrazie occidentali si raccontano dal 1945, la Shoah come un’anomalia improvvisa, un delirio esclusivo di un manipolo di gerarchi nazisti in camicia bruna a Berlino, comodamente condannati a Norimberga per lavare la coscienza di tutti gli altri.
La Germania sconfitta è diventata il perfetto capro espiatorio su cui scaricare le colpe dell’intero continente europeo, permettendo a tutte le altre nazioni di proclamarsi innocenti, vittime o liberatrici. Ma gli archivi non mentono, e la realtà materiale della storia è un’altra: nessuno li ha aiutati, e tutti hanno chiuso le porte.
Dov’erano le grandi democrazie nel luglio del 1938, alla Conferenza di Évian, quando Hitler disse chiaramente al mondo che era pronto a cedere gli ebrei su navi di lusso a qualunque Stato li avesse voluti?
Trentadue nazioni, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dall’Australia alla Francia, si riunirono per pronunciare frasi di circostanza e decidere che nessuna di loro avrebbe aperto le frontiere, né aumentato le quote d’ingresso.
Dov’era il mondo libero nel maggio del 1939, quando il transatlantico MS St. Louis, carico di oltre novecento profughi ebrei con regolari visti di fuga dalla Germania, fu respinto a cannonate prima da Cuba, poi dalle coste della Florida dagli Stati Uniti e infine dal Canada, costretto a fare rotta inversa verso l’Europa per consegnare centinaia di passeggeri alle camere a gas?
Dov’era l’Inghilterra, che con il famigerato Libro Bianco del 1939 blindò le coste del Mandato di Palestina con le navi da guerra della Royal Navy, intercettando i battelli di stracci e ossa dei superstiti dei lager per deportarli nei campi di concentramento di Cipro, arrivando a speronare i battelli dei disperati in mare aperto?
Dov’era la Francia, il cui governo collaborazionista di Vichy non si limitò a eseguire gli ordini, ma anticipò le richieste naziste rastrellando con i propri gendarmi tredicimila ebrei al Vélodrome d’Hiver nel luglio 1942, tra cui oltre quattromila bambini, per spedirli direttamente ad Auschwitz?
Dov’era l’Italia, che nel 1938 firmò le infami Leggi Razziali fasciste, espellendo i bambini ebrei dalle scuole, i docenti dalle cattedre, revocando la cittadinanza e allestendo campi di internamento come Fossoli e la Risiera di San Sabba per collaborare attivamente alla deportazione e al sequestro di ogni patrimonio?
E cosa fecero i bravi cittadini dell’Europa orientale e centrale mentre gli ebrei salivano sui carri bestiame? Non rimasero a guardare, banchettarono sulle loro spoglie, come avvoltoi.
L’intera classe rurale e media ha ereditato a costo zero un patrimonio immenso. Il vicino di casa prese possesso dell’appartamento, il negoziante riaprì la bottega sotto nuovo nome, i contadini scucirono i materassi per cercare l’oro e presero possesso delle terre.
L’assunto rassicurante su cui si è fondato il benessere postbellico di mezza Europa era uno solo: non torneranno mai più.
E quando nel 1945 e nel 1946 quei reduci spettrali tornarono a bussare ai propri portoni con le vecchie chiavi in mano, non trovarono le scuse o le lacrime, trovarono il terrore e la violenza.
In Polonia, a guerra finita, oltre mille ebrei scampati ai lager furono assassinati a sprangate e asciate dai propri concittadini; il 4 luglio 1946 a Kielce, quarantadue sopravvissuti ad Auschwitz furono trucidati dalla folla e dai soldati polacchi al grido medievale dell’omicidio rituale.
Il motivo reale non era la religione, era eliminare fisicamente il creditore tornato dall’oltretomba per non restituire la casa, il letto e le coperte rubate.
L’Europa li ha spogliati, li ha venduti, gli ha chiuso i porti in faccia quando cercavano salvezza e li ha presi a bastonate quando hanno osato tornare vivi.
E oggi, dall’alto di questa mostruosa voragine morale, gli eredi di quelle stesse nazioni si sentono in diritto di puntare il dito contro Israele e dire: siamo delusi da voi.
Con quale sfrontatezza e arroganza, un commentatore comodamente adagiato nella sicurezza europea, al sicuro e al caldo nella propria casa, osa giudicare il voto di una popolazione accerchiata da milizie genocidarie?
Cosa ne sa lui della realtà di un Paese che vive a quindici minuti di volo dai missili balistici dell’Iran e a poche centinaia di metri dai tunnel del terrore?
Cosa ne sa del culto del martirio armato, dove la morte dei propri stessi bambini a Gaza viene cinicamente pianificata e usata come scudo umano e carburante mediatico per impietosire l’Occidente?
Cosa ne sa dello slogan millenario “Khaybar Khaybar ya yahud, jaish Muhammad saufa ya’ud”, o ebrei, l’esercito di Maometto tornerà?
Un grido di guerra scandito prima, durante e dopo il 7 ottobre 2023 non solo tra le macerie di Gaza o nei comizi armati di Teheran, ma nelle piazze del Cairo, di Amman e di Riyadh.
E, cosa ancor più allarmante, intonato a pieni polmoni sui viali di Londra, Parigi, Milano, Berlino e New York da generazioni di musulmani residenti in Occidente.
Individui teoricamente scolarizzati, inseriti nel tessuto civile e definiti moderati, che nei momenti di mobilitazione collettiva dismettono istantaneamente la patina liberale per riallacciarsi all’archetipo tribale del massacro.
Quello slogan non contesta i confini del 1967, non menziona l’occupazione e non cita Netanyahu. Evoca l’assedio, la decapitazione e la sottomissione delle comunità ebraiche della Penisola Arabica del 628 d.C., quando il sionismo politico, lo Stato moderno d’Israele e l’Occidente secolarizzato non erano neppure lontanamente concepibili.
E cosa ne sa del cinismo dei governi arabi, che a parole piangono per la Palestina, ma nei fatti blindano con muri di cemento armato e barriere sotterranee il confine di Rafah per non accogliere neppure un profugo gazawi, scaricando interamente sulle spalle di Israele l’onere securitario del fanatismo armato?
Israele è una democrazia parlamentare ruvida, frammentata, divisa. Le piazze di Tel Aviv hanno visto centinaia di migliaia di cittadini manifestare duramente contro Netanyahu, contro la corruzione e per la liberazione degli ostaggi.
Ma quando un popolo subisce il massacro del 7 ottobre, con neonati bruciati vivi, stupri di massa ed eviscerazioni a mani nude, quando sa che non si fermeranno mai e si rende conto che sei eserciti teocratici coordinati da Teheran ne pianificano l’annientamento finale, il voto non risponde alle categorie morali del salotto borghese. Risponde all’imperativo biologico della deterrenza militare.
Il cittadino israeliano non vota per esportare morte, vota per garantire che i suoi figli non vengano sgozzati nelle loro culle.
Pretendere che una nazione sotto attacco voti per compiacere l’estetica pacifista di chi non rischia nulla, significa pretendere il suicidio assistito di un intero popolo.
E come sarebbe bello vero, svegliarsi domani mattina e scoprire che lo Stato di Israele non esiste più. Antisemiti.
Il testo si conclude con la consueta concessione moralista. Il rispetto andrebbe solo a quella metà che ha votato contro la coalizione di governo.
Questa è la riproposizione della solita trappola che divide gli ebrei tra buoni, quelli che chiedono scusa di esistere, che si cospargono il capo di cenere, che firmano l’abiura per farsi accarezzare dall’opinione pubblica progressista, e cattivi, quelli che pretendono di difendere la propria nazione e non abbassano lo sguardo.
Questo tempo è finito.
La sovranità dello Stato d’Israele, il suo diritto a difendere i propri confini, a respingere il terrore e a decidere il proprio destino nelle urne non sono una licenza d’uso concessa a tempo determinato dai salotti morali d’Occidente, revocabile all’occorrenza con un post indignato sui social.
Israele non è rinato per mendicare l’assoluzione etica di chi non ha mai rischiato un solo respiro sotto una pioggia di missili balistici, né per interpretare la parte della vittima inerme che piace alle anime belle europee.
È rinato per un solo, categorico imperativo: fare in modo che mai più nessun ebreo sulla terra debba dipendere dalla pietà intermittente del vicino di casa, dalla falsa tolleranza degli Stati o dalle buone intenzioni di chi, davanti alla prima minaccia reale, è sempre pronto a voltare lo sguardo e a indicare il colpevole.
L’ebreo.






