Il moderatismo astioso e sistematico malato di politicismo
In campo giuridico dottrina e giurisprudenza hanno elaborato il principio dell’abuso del diritto – con cui la condotta del singolo si pone fuori dalla sfera del diritto soggettivo esercitato, in contrasto con gli scopi etici e sociali per cui il diritto stesso viene riconosciuto e protetto dall’ordinamento giuridico positivo.
Parimenti, in campo politico esiste l’abuso del termine riformismo.
Come noto, il riformismo è una corrente di pensiero del socialismo, alternativa a quelle rivoluzionarie, che in Italia ha come padre Filippo Turati che si contrappose ai primi del ‘900 al massimalismo, e ha avuto come esponenti di spicco, tra gli altri Giacomo Matteotti, Claudio Treves, Giuseppe Emanuele Modigliani, Bruno Buozzi e, in senso più generale, anche il socialismo liberale di Carlo Rosselli, e, nel dopoguerra, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni autonomista dopo il 1956 e l’invasione sovietica dell’Ungheria, Bettino Craxi.
Il riformismo affermava che l’emancipazione delle classi subalterne dovesse avvenire modificando le strutture capitalistiche, utilizzando il metodo parlamentare e l’azione sindacale.
A ben vedere, la svolta di Bad Godesberg del 1959, con cui la socialdemocrazia tedesca abbandonò la prospettiva della socializzazione dei mezzi di produzione, ispirandosi alle teorie di Eduard Bernstein, che alla fine dell’Ottocento, con la sua opera I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia criticò il “marxismo ortodosso”, indicando, invece, la strada revisionista, apprezzata anche da Engels, aveva alla base i principi del riformismo socialista.
Cosa abbia a che vedere con queste teorie il sedicente riformismo di certa parte della sinistra italica, non è dato comprenderlo.
Infatti, la sinistra, autodefinitasi “riformista”, dentro e fuori il PD, sulle orme di Tony Blair, si propone come garante dell’austerity, tanto cara ai partiti liberali e popolari europei, vestali dell’ortodossia monetarista, rischiando di perpetuare una certa anomalia della sinistra italiana di ceppo marxista-leninista, riletto nell’interpretazione gramsciano-togliattiana, che per l’affermazione dell’egemonia del partito nella società, oltre il perimetro delle classi popolari verso i ceti borghesi soprattutto intellettuali e dell’imprenditoria sedicente “illuminata”, è disponibile a scelte moderate.
Fu così per “svolta di Salerno”, dell’aprile del 1944, con cui Palmiro Togliatti, anche su impulso dell’Unione Sovietica, favorì il compromesso tra i partiti antifascisti, la monarchia e Badoglio, per un governo di unità nazionale al quale partecipassero i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nel Comitato di Liberazione Nazionale, accantonando in quella fase la questione della Repubblica, approvando l’art. 7 della Costituzione, sui rapporti tra Stato italiano e Vaticano.
E poi, il vecchio PCI, negli anni dei governi di “Unità nazionale”, nella visione di Berlinguer prodromico al compromesso storico con la Democrazia cristiana, e i suoi eredi del PDS – DS – PS dal 1993 in avanti, hanno sostenuto una linea di politica economica rigorista, in cui il moralismo e l’elitismo della tradizione comunista hanno sposato una visione di austerità, che è stata definita con un ossimoro di “riformismo liberista”, fortemente influenzata dalle tesi di Giorgio Amendola dei “sacrifici della classe operaia quale classe generale” e da quel socialismo mercatistico di salveminiana memoria incentrata sulla figura del “buon contribuente” elaborata da Luigi Einaudi.
Così, se il PCI sostiene la lotta all’inflazione e i sacrifici per gli operai tra il 1976 e il 1979, ingaggiando, però, negli anni del governo Craxi, una feroce battaglia contro quel taglio alla scala mobile, che portò l’Italia ai vertici dell’economia mondiale, i D’Alema, i Veltroni, i Letta delegando la politica economica a tecnici come Ciampi, Dini, Prodi, Padoa-Schioppa, Monti e Draghi, hanno sostenuto quei tagli sociali e quell’incremento della pressione fiscale, che, assieme alla drammatica riduzione dei salari, hanno gravemente impoverito gli italiani.
Altro che riformismo, si tratta di un moderatismo astioso e sistematico malato di politicismo per contrattare cadreghini elettorali, funzionale a inibire ogni modifica dei rapporti di forza, politici e sociali, in favore dei ceti più deboli.
Ma il vero riformismo era quello delle socialdemocrazie del ‘900, fondato su redistribuzione della ricchezza con il fisco, Welfare State, diritti sociali, che il premier svedese Olaf Palme sintetizzava nella formula “il capitalismo va tosato non ucciso”, in cui libertà ed uguaglianza sociale sono un binomio inscindibile.


Maurizio Ballistreri, Ordinario ab. di Diritto del Lavoro Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell'Università di Messina. Delegato della Rettrice dell'Università di Messina alle Relazioni sindacali. Direttore degli "Annali" della Facoltà di Economia dell'Università di Messina. Componente del Centro de Estudos, Jurídicos Económicos e Ambientais dell'Universidade Lusíada di Lisbona. Rank Full Teaching Professor International Academy of Social Sciences of Catholic University of New Spain, Florida, USA. Presidente Istituto di Studi sul Lavoro, Roma.


