Come al solito dietro c’è l’Iran
Ci sono notizie che valgono molto più di quello che raccontano. Questa, riportata dal Jerusalem Post e rilanciata da Maurizio Molinari, è una di quelle.
L’Arabia Saudita, custode della Mecca e di Medina, i due luoghi più sacri dell’Islam, riceverebbe assistenza dall’intelligence militare israeliana nella guerra contro gli Houthi dello Yemen.
Fermiamoci sul significato politico di questa notizia.
L’Arabia Saudita non ha relazioni diplomatiche ufficiali con Israele.
Per decenni il rapporto tra il mondo arabo e lo Stato ebraico è stato segnato da guerre, ostilità, mancati riconoscimenti e contrapposizioni ideologiche e religiose.
Eppure oggi, secondo quanto riferisce il giornale israeliano citando una fonte della difesa, le informazioni raccolte dall’intelligence di Israele contribuirebbero alle operazioni saudite contro gli Houthi, attraverso una mediazione americana.
Non stiamo parlando di un incontro diplomatico o di una dichiarazione di buone intenzioni.
Stiamo parlando di informazioni militari, individuazione delle minacce, capacità operative e sicurezza nazionale.
Perché l’Arabia Saudita dovrebbe rivolgersi proprio a Israele?
La risposta è una sola parola: Iran.
Gli Houthi sono un movimento politico-militare yemenita di matrice zaidita sciita, che controlla Sana’a e una parte importante dello Yemen.
Sono diventati uno degli strumenti principali attraverso i quali Teheran esercita la propria influenza militare nella regione.
L’Iran li ha sostenuti con armamenti, tecnologia, addestramento e assistenza militare. Missili balistici, droni, sistemi d’attacco che hanno permesso agli Houthi di colpire obiettivi ben oltre i confini dello Yemen.
L’Arabia Saudita conosce perfettamente questa minaccia.
Nel 2015 ha guidato una coalizione militare intervenuta nella guerra civile yemenita contro gli Houthi.
Negli anni successivi il territorio saudita è stato bersagliato da missili e droni, con attacchi contro aeroporti, installazioni petrolifere e infrastrutture strategiche.
Ma gli Houthi non rappresentano un problema soltanto per Riad.
Dopo il 7 ottobre 2023 hanno intensificato gli attacchi contro Israele e contro il traffico marittimo nel Mar Rosso, dichiarando di agire a sostegno dei palestinesi.
Le loro operazioni hanno minacciato una delle arterie commerciali più importanti del pianeta, quella che collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb e il Canale di Suez.
E qui emerge il vero disegno regionale.
L’Iran ha costruito negli anni una rete di organizzazioni armate alleate:
Hezbollah in Libano, Hamas, Jihad islamica palestinese e milizie sciite in Iraq e gli Houthi nello Yemen.
Organizzazioni diverse per storia, religione e obiettivi, ma accomunate dal sostegno iraniano e dalla capacità di esercitare pressione sugli avversari di Teheran.
Non sono tutte identiche e non tutte rispondono automaticamente agli ordini iraniani.
Ma costituiscono una rete strategica che consente alla Repubblica islamica di proiettare il proprio potere ben oltre i suoi confini.
Israele combatte questa rete da anni. L’Arabia Saudita ne conosce il pericolo sulla propria pelle.
Ed ecco che due Paesi che non hanno ancora normalizzato i loro rapporti scoprono di avere un interesse vitale in comune.
La collaborazione nell’intelligence, se confermata nei termini riportati, sarebbe molto più di un episodio militare.
Sarebbe la manifestazione concreta di un riavvicinamento strategico che per anni si è sviluppato lontano dai riflettori.
Gli Accordi di Abramo del 2020, che hanno portato alla normalizzazione delle relazioni tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, avevano già dimostrato che il mondo arabo non è un blocco monolitico e che il riconoscimento di Israele può diventare una scelta politica fondata su interessi economici, tecnologici e di sicurezza.
L’Arabia Saudita, tuttavia, è un caso molto più importante e delicato.
Il suo peso religioso, economico e politico rende un’eventuale normalizzazione con Israele un passaggio potenzialmente storico.
La guerra a Gaza e la questione palestinese hanno complicato enormemente questo percorso, senza cancellare necessariamente gli interessi strategici comuni.
E in questa vicenda compare anche un altro protagonista: gli Stati Uniti.
Secondo la ricostruzione del Jerusalem Post, proprio Washington farebbe da intermediaria nel passaggio delle informazioni.
Una cooperazione indiretta che consentirebbe ai sauditi di utilizzare capacità israeliane senza dover necessariamente annunciare una svolta diplomatica.
Ma, attenzione: la notizia si basa su fonti giornalistiche e non equivale ancora alla conferma ufficiale di un’alleanza militare tra Riad e Gerusalemme.
Resta comunque un fatto politico di straordinario interesse.
“La Repubblica islamica iraniana ha costruito per decenni una parte della propria legittimazione ideologica sull’ostilità verso Israele.
E proprio la minaccia iraniana potrebbe contribuire ad avvicinare Israele a una delle maggiori potenze del mondo islamico”.
Trovo che questa sia la contraddizione più clamorosa di tutta la vicenda.
Non è l’Islam che si affida a Israele. È una grande potenza islamica che, di fronte a un pericolo concreto, potrebbe riconoscere nella capacità tecnologica e militare dello Stato ebraico una risorsa indispensabile.
La geopolitica, qualche volta, riesce a raccontare la realtà meglio di mille proclami ideologici.
E questa volta la realtà ci mostra un Israele che non è soltanto un Paese da difendere, ma anche un interlocutore strategico per la sicurezza di una parte del mondo arabo.
È una notizia che merita di essere seguita con grandissima attenzione.





