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Da grillini a sangallini à la mode chinoise

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Conte e Xi

Il miracolo di san Giuseppi e il PD senza riferimenti internazionali

Come ho tentato di rendere evidente ieri (https://www.nuovogiornalenazionale.com/il-movimento-cinque-stelle-da-grillo-a-zuppi/), il  M5S è oggi il vero esponente delle strategie della Mafia di San Gallo, la qual cosa lo inserisce in una strategia che ha una copertura internazionale, in quanto il papato di Francesco (che della Mafia di San Gallo è stato il frutto pontificale) ha aperto una linea diplomatica con la Cina che ha anche dei risvolti politici per l’Italia repubblicana.

Il protagonista chiave del rapporto con la Cina è il cardinale Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato.

Segretario di Stato della Santa Sede, dal 15 ottobre 2013, nominato da Papa Francesco, Parolin coordina la diplomazia vaticana, gli affari generali della Santa Sede e rappresenta il Pontefice in molte questioni internazionali e interne.

Pietro Parolin è anche Presidente della Fondazione Sacra Famiglia di Nazareth e dell’Associazione Comunità Domenico Tardini (dal 2020), una delle roccaforti della Mafia di San Gallo, il gruppo di cardinali modernisti guidato dal cardinale gesuita Carlo Maria Martini.

In precedenza Parolin era già stato direttore della stessa istituzione durante la sua permanenza in Segreteria di Stato negli anni ’90/2000.

Villa Nazareth è storicamente legata alla diplomazia vaticana: molti suoi ex allievi, o figure vicine, hanno ricoperto ruoli importanti nella Santa Sede e nella politica italiana (un esempio noto è l’ex premier Giuseppe Conte).

È stata a lungo considerata un centro di formazione per diplomatici e dirigenti con orientamento “progressista” o legato alla sinistra cattolica italiana (sotto la lunga guida del cardinale Achille Silvestrini).

Con l’elezione di Papa Leone XIV, nonostante alcuni incarichi curiali siano decaduti, salvo conferma, Parolin risulta ancora in carica come Segretario di Stato e continua a svolgere funzioni pubbliche di alto profilo, come ad esempio, il rifiuto di partecipare al “Board of Peace” promosso dagli USA.

Pietro Parolin ha gestito questioni delicate come i rapporti con la Cina (accordo provvisorio del 2018 sul riconoscimento dei vescovi), la diplomazia multilaterale e varie crisi internazionali.

Parolin è considerato l’architetto dell’accordo del settembre 2018, che mira a normalizzare la situazione dei vescovi cinesi (unendo la Chiesa “ufficiale” controllata dall’Associazione Patriottica e quella “clandestina” fedele al Papa).

Già durante il pontificato di Benedetto XVI aveva riavviato i contatti formali con Pechino come sottosegretario per i Rapporti con gli Stati.

Parolin ha rilasciato numerose interviste e interventi in cui spiega le ragioni dell’intesa (definita “provvisoria” e focalizzata su aspetti essenziali per la vita della Chiesa in Cina), ne difende il rinnovo (avvenuto nel 2020 e successivamente) e sottolinea che serve a garantire l’unità con il Papa e a favorire la missione evangelica.

Ha scritto prefazioni a libri sulla Chiesa in Cina e ha partecipato a convegni sul tema (ad esempio all’Università Urbaniana).

Secondo Parolin, l’accordo non è un punto di arrivo, ma di partenza, basato sul riconoscimento della “buona fede” della controparte e sul principio che i cattolici cinesi possano essere “”.

Un altro attore che ha contribuito alle relazioni con la Cina è la Comunità di Sant’Egidio (un movimento internazionale di laici cattolici fondato nel 1968 a Roma da Andrea Riccardi) che intrattiene da decenni rapporti con la Cina, principalmente attraverso attività di dialogo, solidarietà e diplomazia parallela, spesso in collegamento con la Santa Sede.

La Comunità ha organizzato incontri e delegazioni in Cina, inclusi colloqui con alti rappresentanti del governo cinese. Un esempio significativo risale al 2010, quando una delegazione di Sant’Egidio ha visitato il Paese per una serie di incontri ufficiali.

Sant’Egidio ha anche ospitato conferenze sulla Chiesa cattolica in Cina (ad esempio nel 2017 a Roma) e promosso eventi di dialogo interculturale che coinvolgono figure o temi cinesi, come convegni su personalità storiche quali Xu Guangqi (scienziato e cristiano cinese del XVII secolo, simbolo di incontro tra Oriente e Occidente).

La Comunità è stata spesso citata come attore informale nei tentativi di migliorare le relazioni tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese (interrotte diplomaticamente dal 1951).

Già negli anni 2000, Sant’Egidio ha facilitato scambi e incontri tra delegazioni cinesi e vaticane, contribuendo a un clima di apertura che ha portato a ipotesi di visita papale e, più tardi, all’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi (2018, rinnovato più volte).

Il fondatore Andrea Riccardi e altri esponenti (come il cardinale Matteo Zuppi, legato alla Comunità) hanno espresso in varie occasioni interesse per la Cina come “promessa e speranza” per la Chiesa, pur nel rispetto delle specificità del contesto cinese (sinizzazione, regolamentazione delle religioni).

Sant’Egidio non ha una presenza strutturata e pubblica ampia in Cina continentale (a causa delle norme sulle attività religiose straniere), ma intrattiene contatti attraverso Hong Kong e la diaspora cinese. In Italia, invece, la Comunità ha da anni iniziative con la comunità cinese (doposcuola, integrazione di bambini cinesi, ecc.).

Giuseppe Conte

Giuseppe Conte, quando era il Presidente del Consiglio del Governo M5S – Lega ha effettivamente concretizzato l’adesione dell’Italia alla Via della Seta cinese (Belt and Road Initiative).

Nel marzo 2019, durante la visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping in Italia, è stato firmato un Memorandum d’Intesa (MoU) non vincolante tra i due Paesi. L’Italia è diventata così il primo (e unico) Paese del G7 a aderire formalmente all’iniziativa cinese di infrastrutture e connettività euro-asiatica.

Conte ha difeso l’accordo come una scelta puramente economico-commerciale, volta ad aumentare gli investimenti cinesi in Italia, a migliorare l’export italiano verso la Cina; ad aprire nuovi mercati per le imprese italiane, soprattutto nei settori di porti, logistica, energia e trasporti.

La firma è stata molto criticata dagli USA (all’epoca con Trump) e da parte di UE e alleati, che vedevano rischi di dipendenza strategica, mancanza di trasparenza e possibili implicazioni geopolitiche.

Nel dicembre 2023, il governo Meloni ha formalizzato l’uscita dell’Italia dalla Via della Seta con una nota verbale inviata a Pechino, senza clamore per evitare tensioni diplomatiche.

Oggi Conte e il Movimento 5 Stelle continuano a difendere quella scelta del 2019, sostenendo che abbia portato benefici commerciali e che l’uscita sia stata un errore o un passo indietro nelle relazioni con la Cina.

La Cina ha in Italia uno dei massimi sostenitori, dichiarati, in Massimo D’Alema.

Negli anni Duemila e soprattutto dopo il 2013, D’Alema è diventato, infatti, uno dei principali sostenitori italiani dell’iniziativa cinese Belt and Road Initiative (BRI).

Uomo di punta della sinistra comunista italiana, ex Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, che rimane uno dei politici italiani più intelligenti, ha partecipato a forum e cerimonie legate alla Via della Seta, ha ricevuto riconoscimenti cinesi (tra cui il premio di “super ambasciatore” della Nuova Via della Seta) e ha promosso attraverso la sua Fondazione Italianieuropei incontri e cooperazione con delegazioni del PCC.

D’Alema ha espresso più volte l’idea che la BRI rappresenti un’opportunità di sviluppo comune per l’Europa e la Cina, criticando derive isolazioniste o ideologiche dell’Occidente e ha fatto parte anche della Silk Road Cities Alliance, un network internazionale a sostegno del progetto cinese.

Uno degli episodi più recenti è stato la sua presenza a Pechino nel settembre 2025 per la parata militare della “Vittoria” organizzata da Xi Jinping (commemorazione della fine della Seconda Guerra Mondiale). D’Alema era tra gli ospiti internazionali insieme a figure come Vladimir Putin e Kim Jong-un.

Nel 2024 D’Alema ha partecipato al Terzo Forum Internazionale sulla Democrazia a Pechino, lodando aspetti del “modello cinese” (capacità di rispondere ai bisogni della popolazione) e criticando la perdita di credibilità del modello democratico occidentale.

Non va dimenticato che Massimo D’Alema è stato nominato “nobiluomo” (o “Gentiluomo”) della Santa Sede, un riconoscimento onorifico legato alla nobiltà pontificia o alla Famiglia Pontificia, che gli conferisce il titolo di N.H. (Nobiluomo) e alcuni privilegi protocollari nei Palazzi Apostolici.

Nel 2006, durante il pontificato di Benedetto XVI, D’Alema ricevette la Gran Croce dell’Ordine Piano (il più alto ordine cavalleresco della Santa Sede, riservato a capi di Stato, diplomatici e personalità di rilievo).

Un altro protagonista del rapporto con la Cina è Romano Prodi, legato da anni da amicizia e da condivisione di linea politica con il cardinale Matteo Zuppi e frequentatore di Villa Nazareth.

Prodi ha intrattenuto per decenni un rapporto stretto e positivo con la Cina, sia in ambito politico-economico che personale.

Durante i suoi governi e il mandato a Bruxelles, Prodi ha visto la Cina come un’opportunità strategica per l’Italia e l’Europa e ha sostenuto lo sviluppo delle relazioni bilaterali, favorendo missioni imprenditoriali italiane in Cina e promuovendo il dialogo UE-Pechino.

Prodi ha guardato con favore alla Belt and Road Initiative (BRI) lanciata da Xi Jinping, definendola in passato una «grande rivoluzione» e un’opportunità per l’Italia e l’Europa, in particolare per i porti e le infrastrutture.

Per concludere, il M5S, essendo nella sfera d’azione politica del partito di Zuppi, ha un riferimento internazionale cinese, mentre il PD è completamente allo sbando, essendo ormai privo di qualsiasi rapporto con gli USA (i Dem sono cotti e a loro volta allo sbando) ed essendo i riferimenti piddini nell’Unione europea in profonda crisi ovunque.

L’ultimo segnale è arrivato dalla Danimarca dove i i Socialdemocratici della premier uscente Mette Frederiksen hanno vinto le elezioni, ma con il peggior risultato della loro storia: 21,9% dei voti.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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