
di Giuseppe Augieri
Certo che questa sinistra è sfigata. Ogni volta che tira fuori una critica al Governo riguardante la strutturalità della sua politica economica, gli indici internazionali e quelli ISTAT, Banca d’Italia, Comunità Europea – ben poco contestabili – ed i giudizi della finanza li smentiscono. Eppure, per la legge delle probabilità, qualche volta in più dovrebbero azzeccarla.
Credo di capire il perché. I dati economici riportati da questi istituti sono ovviamente medie. Che siano medie alla Trilussa non è vero, almeno non del tutto: ma qualcosa di Trilussa c’è. Esaminare i parametri più negativi credo sia cosa giusta, soprattutto per chi fa opposizione in nome di una rappresentanza delle classi meno abbienti. Ma essi vanno inseriti nel “contesto”: non temperati ma neanche assolati. Senza contare i miei dubbi sulla tendenza delle sinistre a escludere dai loro ragionamenti – quelli non strumentali – la classe media: indice della propensione a far prevalere le ideologie – condivisibili nel loro intento di colpire ingiustizie gravi – sulla concreta possibilità di guidare un Paese che, senza l’assenso della “borghesia”, non si gestisce. Lasciando, in definitiva, che l’ “idea” prevalga, senza compromessi e mediazioni, ma resti inapplicata.
Il vero problema è, a mio parere, che l’innegabile difficoltà nella quale si dibatte un pezzo non trascurabile della popolazione viene attribuito ad errori e carenze di politica economica anziché a profonde strutturali ingiustizie nella distribuzione della ricchezza ed all’arretratezza di un contratto sociale che è urgente ridefinire. La conseguenza è che si fa opposizione anche molto accesa su questioni che andrebbero invece guardate con diversa – e talvolta favorevole – attenzione e si fa melina su questioni concrete che riguardano la modifica della struttura distributiva dei redditi reali e di una nuova configurazione dei diritti. Si oscura il welfare e si spinge il contrasto, sbagliando, sulla macroeconomia. Di conseguenza, l’attenzione verso riforme che, se non proposte dal Governo – e non lo sono – andrebbero sollecitate dall’opposizione, è estremamente carente. Di contro, forzando la mano sui ragionamenti macroeconomici, si commettono svarioni.
Qualche malpensante direbbe che il motivo stia nel fatto che queste proposte andrebbero accompagnate da progetti a scadenze medio-lunghi, che non hanno dunque “sbocchi politici” e cioè effetti immediati sulla messa in crisi del governo, e perciò sono poco appetibili; ovvero che la capacità progettuale su problemi molto complessi come quelli da affrontare langue in ogni settore della nostra politica e non solo all’interno della maggioranza. E infine che dalla difficoltà dell’autocritica all’autoassolvimento per gli errori passati (vedi autonomia differenziata) il passo è breve, ma soprattutto comodo.
Non escludo che tutto ciò sia vero: ma a me interessa annotare che l’unico vero modo per mettere in crisi il Governo, la sua “coesione” e dunque la sua possibilità di essere maggioranza viene messo in secondo piano. Si resta in attesa di una implosione, auto-generatasi dall’interno, che molti elementi dicono ormai probabile più ancora che possibile. Lo scontro con Salvini, sia di Tajani e sia di Meloni, è sotto gli occhi di tutti e riguarda questioni internazionali, gestioni dei processi interni, alcuni principi etici e di contratto sociale. Quello dello ius soli / ius scholae / ius culurae è eclatante, se appena lo nobilitiamo rispetto all’attuale livello del dibattito; ed un approccio dell’opposizione teso ad allargare i contrasti finalmente si vede. Ma resta un caso. Immaginiamoci cosa succederebbe se si ponesse con forza ad esempio – magari con progetti di legge seri, meditati – la discussione sulla riforma dell’istruzione o quella sul diritto di famiglia o quella sulla modifica della legislazione anti-infortunistica o sulla rappresentatività sindacale o persino, più prosaicamente, sulla modifica dei livelli di percussione delle imposte. Con l’effetto, anche ma non per ultimo, di arrivare a chiarimenti indispensabili nell’attuale opposizione: che di incomprensioni interne non ne ha di meno della maggioranza, e sono divaricazioni che non può trascinare con se fino a… quando?
Si privilegia il contrasto frontale con tutti.
La reazione finora è stata quella di far stringere le fila nel Governo, ritardando i necessari chiarimenti tra le sue forze. Dovesse verificarsi una rottura nella maggioranza, sarebbe difficile spiegare al corpo elettorale – la sola che determina gli equilibri del potere – che ci siano meriti in chi ha fatto opposizione. Che oltretutto ha problemi gravi di tenuta unitaria dello stesso spessore di quelli che porterebbero ad un nuovo voto. E ci si presenterebbe con l’immagine, ampiamente strumentalizzabile, di aver sbagliato infiniti giudizi anziché con la concretezza di aver colto il cosa fare da subito. Chi vota, lo capisce.





