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365 ALL’ALBA – LA CIFRA DI UN POPOLO, CHE NON SA PIU’ COSA SIA IL SERVIZIO MILITARE

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di Paolo Falconio*

Questo potrebbe sembrare un articolo di costume un po’ retrò, ma in realtà ha un valore strategico, che mi si perdonerà la presunzione, penso abbia carattere fondante.

È un breve articolo che riguarda la cifra culturale di un popolo, cifra che dovrebbe vedere nel sistema scolastico la propria palestra, ma che in questa nostra Patria in una guerra civile strisciante che non ha mai visto un otto settembre ne impedisce la formazione.

Tuttavia le sciagurate contingenze attuali costringono la politica a ripensare al concetto di forze armate, non più soltanto come strumento per guerre asimmetriche, ma come dispositivi imponenti per poter assicurare la pace attraverso un complesso militare adeguato, anche nei numeri. Conflitti ad alta intensità come quello ucraino sono una realtà con la quale dobbiamo fare i conti . Ma al di là della guerra in Europa, è ancor di più un mondo che cambia verso il caos e innalza il rischio di un conflitto convenzionale a livelli che forse nemmeno ai tempi della guerra fredda, avevamo ipotizzato.

Gli scenari all’ epoca erano tutti di carattere nucleare, ma in questa sede tralascerò i dettagli

In ogni caso una capacità complessiva militare che ad oggi all’ Italia manca. In tal senso le parole dell’Ammiraglio Cavo Dragone sono lapidarie.

Ecco tutto questo basterebbe forse a ripensare la reintroduzione della leva obbligatoria e tuttavia non è forse la principale delle ragioni e certamente non è un tuffo nostalgico nel passato.

Forse le ragioni principali sono due. La prima ha il carattere dell’unità nazionale. Perché con una divisa indosso, ogni mattina si saluta una bandiera e si è fratelli sotto il fuoco nemico. E i fratelli non si lasciano indietro.

La seconda ragione è di forgiare il carattere di un popolo che è l’erede di Roma e non lo sa o peggio lo rifiuta. Lasciamo perdere il   fascismo che tentò di appropriarsene, il servizio di leva avrebbe il compito di ricordare che siamo i figli della più grande civiltà e potenza militare della storia. Un’ eredità che vogliamo, ma meglio sarebbe dire dobbiamo raccogliere, altrimenti saremo solo contemporanei di scarso valore. Non è essere anacronistici. Tutti gli imperi attuali si basano sulla continuità, nella narrazione, della loro storia (Così gli iraniani che nei libri di scuola si descrivono figli dei persiani, o i turchi o gli inglesi… tutti hanno una narrazione spesso con molte invenzioni antistoriche).

Forse vaneggio il ritorno alla cifra di un popolo e alla sua eredità storica.

Se volessimo anche eclissare le ragioni strategiche e geopolitiche  alla base di un ritorno alla leva, rimarrebbero altre ragioni, magari non così altisonanti eppure fondanti nella formazione di un uomo come disciplina interiore e senso del dovere. Un qualcosa che manca nelle strade. Se volessimo  esagerare potremmo pensare ad intere generazioni oggi incapaci di affrontare la vita senza gli agi (anche della tecnologia), o atei nella malattia che consegnano i loro genitori a cronicari in attesa di morte, ecco forse il servizio militare insegnerebbe valori oggi solo disegnati e non vissuti quando addirittura rifiutati. O forse nella peggiore delle ipotesi insegnerebbe loro solo a farsi una valigia per affrontare un viaggio. Un piccolo passo mi si dirà, ma  pur sempre un passo in avanti rispetto alla deriva umana su cui le nostre opulente società si sono incamminate.

*Membro della Faculty della Luiss – Centro Studi Paradigma

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