
Era la notte del 20 agosto 1968. Un anno cruciale per la vita dell’intero pianeta.
Qualche mese prima, il 2 maggio, gli studenti francesi avevano occupato la Sorbona accendendo la miccia che innescò quel grande movimento di contestazione di massa chiamato “Sessantotto”.
Gli echi francesi non ebbero difficoltà a fare breccia nelle contraddizioni della società americana, che appena qualche settimana prima, il 2 aprile, aveva assistito sgomenta all’assassinio di Martin Luther King, e così la grande rivoluzione culturale che nacque nel quartiere latino della “ville lumière” si estese al mondo intero.
Anche in Cecoslovacchia, da qualche mese, spinte riformiste e libertarie avevano cominciato a serpeggiare tra la popolazione e l’avvento di Alexander Dubček al seggio di Primo Segretario del Partito Comunista di Cecoslovacchia, avvenuto il 5 gennaio 1968, ne aveva favorito la proliferazione.
La nazione danubiana aveva cominciato ad assaporare i profumi della libertà e già l’anno prima l’Unione degli scrittori aveva manifestato la volontà di liberare la attività letteraria dai legacci dell’osservanza della ortodossia comunista.
Dubcek aprì a una svolta ancora più decisa e diede vita a riforme che concessero ai cittadini ulteriori diritti che sfociarono in un vero processo di decentramento parziale dell’economia e di democratizzazione del paese.
Le libertà concesse includevano un allentamento delle restrizioni sulla stampa, sul diritto di parola, sulla possibilità di attraversare il confine e di viaggiare.
Il territorio del paese fu diviso in tre repubbliche, Boemia, Moravia-Slesia e Slovacchia legate tra loro da un vincolo federativo e si pensò addirittura di dividere il paese nella Repubblica Socialista Ceca e nella Repubblica Socialista Slovacca.
Ma la Cecoslovacchia non era uno dei tanti stati che compongono quelli “Uniti d’America” e neanche una delle nazioni dell’Europa Occidentale.
La adesione al patto di Varsavia la sottometteva allo strapotere della dittatura sovietica e, dalle parti di Mosca, mal si digerivano spinte che potessero incrinare la graniticità del blocco comunista. Breznev, che era succeduto a Krusciov, temeva che i flussi libertari che erano stati concessi, tra cui la fine della censura e la sorveglianza politica da parte della polizia segreta, potessero contagiare altri stati satelliti ma soprattutto che la Cecoslovacchia potesse separarsi dal blocco orientale facendo venire meno la base industriale militare che era florida nel suo territorio.
Erano tutte spinte libertarie che sarebbero potute pervenire anche in Russia dove il potere del regime si fondava sulla totale mancanza di ogni libertà dell’individuo e sulla repressione sul nascere di ogni forma di dissenso.
E fu così che anche il dissenso della Cecoslovacchia fu stroncato sul nascere.
La notte del 20 agosto di 64 anni fa, alle 23,00, 250.000 soldati, provenienti dalla Unione Sovietica, Polonia, Bulgaria e Ungheria, invasero il paese e occuparono Praga.
Alla “Operazione Danubio”, si rifiutarono di prendere parte la Romania di Ceaușescu e l’Albania di Hoxha, mentre le forze della Germania Est (RDT), fatta eccezione per un piccolo numero di specialisti, non parteciparono all’invasione vera e propria perché poche ore prima dell’operazione militare, dall’URSS arrivò l’ordine di non attraversare il confine cecoslovacco.
Quello che circa dieci anni prima successe in Ungheria si ripetette grosso modo nella capitale Boema.
Il numero di militari occupanti aumentò via via fino a raggiungere, nella sua fase finale, quello di 500.000.
Durante l’occupazione le vittime, tra i civili cecoslovacchi, furono 137 e 500 furono gravemente feriti
L’invasione riuscì nel suo scopo di fermare il processo di liberalizzazione avanzato da Alexander Dubček e rafforzò la supremazia dell’ala autoritaria all’interno del Partito Comunista di Cecoslovacchia.
Nell’aprile del 1969 con la elezione di Gustáv Husák a segretario generale del Partito Comunista iniziò una fase di normalizzazione del paese nella quale fu ripristinato un solido governo fedele al partito (e all’Urss) ristabilendo lo status della Cecoslovacchia come membro impegnato del blocco comunista.
Quella che fu chiamata la “Primavera di Praga” era ormai solo un dolce ricordo, un sogno di libertà che trovò il suo simbolo nel sacrificio di uno studente che il 19 gennaio 1969 si diede fuoco in Piazza San Venceslao a Praga per protestare contro la rinnovata repressione della libertà di parola.
Il nome di Jan Palach rimbalzò in tutto il mondo e il suo ricordo durò a lungo perché l’umanità dovette aspettare quasi venti anni per vedere il sogno di Jan realizzarsi.
Il 9 novembre 1989 veniva abbattuto il muro di Berlino e il blocco comunista, che nacque con la rivoluzione del 1917, fu cancellato dalla storia.





