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SIRIA, VITTORIA TATTICA E STRATEGICA?

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di Paolo Falconio*

È difficile parlare della Siria in questo momento, sia perché i media occidentali sono in pieno giubilo, sia perché è possibile che qualcosa mi sfugga nell’ equazione di questa vicenda. Indubbiamente il crollo del regime di Assad è una buona notizia per due semplici considerazioni. La prima è che segnala la difficoltà russa di protezione dei suoi interessi extra territoriali, la seconda perché è una sconfitta anche per l’Iran e le sue ambizioni di potenza regionale. Le modalità con cui si sono ottenuti questi obiettivi, ossia la cavalcata dell’HTS e milizie collegate fino a Damasco è tale da far pensare che dietro al successo, ci sia stata una decisione regionale e internazionale per la quale l’esercito siriano ha smobilitato per consentire l’avanzata di cui sopra, a scapito della Russia e dell’Iran. Fermo restando la caduta di Assad, va sottolineato che la guerra civile non è terminata, la Siria al momento non ha ancora raggiunto una vera pacificazione.

Lasciamo perdere le considerazioni umanitarie perché è vero che era un regime oppressivo e sanguinario, ma a sostituirlo è una coalizione Jihadista, ex Al Qaeda, poi Daesh e poi rinominatasi HTS (Hayat Tahrir al-Sham – «Organizzazione per la liberazione del Levante») che nella parentesi precedente di questa guerra civile siriana attaccava letteralmente con ondate di autobombe e con grande disponibilità di martiri. Certo è ovvio che sono stati appoggiati dalla Turchia (con un accordo di spartizione del potere con HTS e già si segnalano scontri a nord tra le milizie filo turche e i Curdi), che estende in questo modo la propria influenza nella regione che d’altra parte per centinaia di anni gli è appartenuta. Il nuovo regime promette protezione per le minoranze, ma visto il DNA che lo caratterizza non è detto che quelle promesse saranno mantenute.

Il problema però è a livello geopolitico. Innanzitutto le formazioni terroristiche sono controllabili fino ad un certo punto e questo è un dato di fatto storicamente acclarato. Rimango , perciò perplesso dalla benedizione data dall’ amministrazione Americana che con questo dato si è già dovuta confrontare in passato. Va detto che in parallelo gli USA hanno effettuato bombardamenti sugli accampamenti del Daesh nella regione e fonti governative hanno dichiarato che gli Stati Uniti vigileranno sulle possibili infiltrazioni di cellule e milizie terroristiche.

Tuttavia dichiarazioni a parte, di fatto si avalla la nascita di uno stato jihadista (non abbiamo nessuna garanzia sul piano securitario e/o di proiezione della minaccia terroristica) che non è detto non vada oltre le finalità della Turchia. E’ vero che l’HTS ha fatto un grande sforzo per dimostrare di aver cambiato pelle, ma è anche vero che lo stesso sforzo fu fatto dai Talebani prima del ritiro precipitoso dall’Afghanistan voluto da Biden e poi abbiamo visto che non erano affatto cambiati. Ma anche se il cambiamento fosse reale, al di là dei manuali in materia, sappiamo quanto le cellule terroristiche più estreme possano riattivarsi velocemente in questi contesti.

Rischio terrorismo a parte, le finalità Turche rappresentano la seconda incognita geopolitica, visto che non sempre incontrano il favore (uso un eufemismo) di Washington. Più chiaramente Ankara punta ad estendere la sua area di influenza dal mediterraneo orientale all’ atlantico e questo non è negli interessi degli Stati Uniti e costituisce una minaccia ai nostri interessi, come Italia, ma anche come Europa.

È una scommessa molto pericolosa che avrebbe senso se la Russia fosse costretta a rinunciare alle sue basi o quantomeno fosse ridimensionata al punto di fallire l’aggiramento del fianco sud della NATO. Ricordo che sabato scorso a Doha si sono incontrati Russia, Turchia e Iran proprio per discutere le sorti di Assad, dove di fatto Iran e Russia hanno lasciato al suo destino l’ormai ex dittatore siriano. Inutile fare supposizioni , nei prossimi giorni capiremo l’ entità del colpo inferto alla Russia. Al momento ufficialmente il Cremlino fa sapere che la sua presenza sul territorio non è in discussione, ma pare (per ora non hanno conferma) che alcuni blogger filo russi affermino che le forze di Mosca potrebbero riparare in Russia entro poche settimane. Certamente gli aeroporti siriani di Homs e Palmira, dove era segnalata la presenza di bombardieri russi, ora sono in mano ai ribelli. 

Insomma bisognerà aspettare per capire se la Russia abbia avuto garanzie dalla Turchia circa la permanenza in territorio siriano e nel caso se tali garanzie siano realmente in grado di condizionare le azioni dell’HTS, ovvero se assisteremo a quanto già visto altrove, ossia all’esplosione di una realtà frammentata e radicale con una pluralità di fazioni in guerra tra loro, dove di fatto l’ingerenza esterna (Russia compresa) diventerà scontata. In ambo i casi saremmo di fronte ad una vittoria tattica, ma anche all’ ennesimo possibile errore strategico.

Purtroppo quest’ultima ipotesi (la frammentazione e quindi l’impossibilità di costituire una entità statale reale) non è pura fantasia: le frasi e i commenti ufficiali sono esattamente uguali a quelli già visti nel passato. E’ il peggiore scenario possibile e davvero c’è da augurarsi che non si verifichi. In tal senso va segnalato un ulteriore tavolo che si è sempre svolto a Doha in cui hanno partecipato Stati Uniti, Germania Francia, Inghilterra e l’inviato speciale dell’ONU per la Siria. Di fatto in questo vertice si è decisa una riunione da tenere in Svizzera dove parteciperanno tutti gli attori coinvolti, Iran compreso, e rappresentanti dell’HTS, ufficialmente con formazioni con sigle nuove non inserite nelle liste internazionali del terrorismo (operazione di puro Maqulliage) e cosa importante rappresentanti del sistema del potere politico preesistente non eccessivamente compromessi. In questo tavolo si discuteranno le proposte di negoziato che ovviamente saranno a favore della Turchia e dell’Occidente e quindi anche di Israele (fonte Limes). Staremo a vedere

Quanto alla sorte dell’antichissima comunità cristiana siriana, si dovrà attendere per capire se le garanzie circa l’incolumità della stessa, fornite dall’HTS a Mons. Hanna Jallouf, vicario apostolico di Aleppo, siano reali. Gli Armeni (parliamo di decine di migliaia di persone) si sono già rifugiati in Libano. Si susseguono comunicati del leader dell’HTS, Al-Jolani che invitano alla calma, alla gentilezza e alla non violenza sulla popolazione. Apprezzabile, ma il fatto che questi comunicati siano diramati in continuazione non è proprio un segnale di tranquillità.

Israele ne approfitta e già pubblica mappe dove estende la sua zona di sicurezza, l’ Europa valuta (non si sa bene cosa), mentre qualcosa di analogo potrebbe accadere in Libia, anche a parti invertite.

*Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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