
di Marco Pugliese
Da Assad a Mosca al trionfo del fanatismo: la Siria è l’inganno dei “ribelli”
Assad è a Mosca. Quindi impossibile da processare, Biden lo sa perfettamente.
La narrazione proposta dai media su questi eventi in Siria è permeata di semplificazioni e terminologie inadeguate che rischiano di distorcere la comprensione del contesto. Definire “ribelli” i jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham, un gruppo di matrice islamista radicale, è non solo improprio, ma anche stucchevole. Questo termine, spesso associato a lotte per la libertà e contro l’oppressione, non riflette né gli obiettivi né le pratiche di formazioni che si rifanno a ideologie incompatibili con valori democratici o laici.
Inoltre, è cruciale ricordare che i partiti baathisti, come quello che ha dominato la Siria per decenni, si fondano su principi di laicità e nazionalismo arabo. La loro sconfitta segna non solo il crollo di un regime, ma anche un cambiamento radicale nella natura del potere che ora si affaccia nella regione. Non stiamo assistendo a un semplice avvicendamento politico, ma a una sostituzione ideologica di fondo, dove la laicità dello Stato viene rimpiazzata da una visione confessionale e integralista.
La presunta “vittoria per la nazione islamica”, proclamata dal leader di Hayat Tahrir al-Sham, Abu Mohammed al-Jolani, è un segnale allarmante per il futuro della regione. Parlare di un “nuovo capitolo” senza interrogarsi sul contenuto di questo capitolo è una grave omissione. Dietro l’apparente trionfo si cela il rischio di un arretramento dei diritti civili, delle libertà individuali e della stabilità regionale.
Anche le reazioni internazionali, come quella del presidente americano Joe Biden, si inseriscono in una narrazione polarizzata, che fatica a distinguere tra il crollo di un regime autoritario e l’emergere di nuove forze potenzialmente altrettanto oppressive. Invocare la giustizia contro Assad è legittimo, ma ignorare chi e cosa ne prende il posto è miope e pericoloso.
Per decenni, il Medio Oriente ha trovato una forma di equilibrio sotto la guida dei regimi baathisti in Siria e Iraq, caratterizzati da un nazionalismo arabo laico che, pur con i suoi limiti autoritari, garantiva una certa stabilità interna e la neutralizzazione di spinte settarie. Il partito Baath, nel suo pragmatismo, conteneva le tensioni religiose e tribali, permettendo una coesistenza tra diverse comunità. La caduta di queste strutture ha spalancato le porte al caos, con l’ascesa di forze settarie e integraliste che non solo destabilizzano la regione, ma minano anche qualsiasi prospettiva di convivenza pacifica e progresso sociale.
Questo cambio di potere in Siria non è una rivoluzione, ma un passaggio di testimone fra oppressori di diversa matrice. Qualsiasi analisi seria dovrebbe concentrarsi su questo, evitando la superficialità di etichette fuorvianti come “ribelli”.





