Il vero motivo del referendum è rimasto in un cantuccio
Non è successo nulla che non fosse assolutamente prevedibile.
La speranza non si abbandona mai ma, per quanto mi riguarda, bisogna abituarsi a temperarla con la freddezza di ragionamenti.
E, dunque, nel caso del referendum, non mi sono mai fatto illusioni – speranze sì, ma appunto temperate: e di questa dualità ho scritto – sapendo cosa è stato il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, il suo perché, le forze che lo hanno originato, il progressivo e continuo accumularsi di poteri che mettono in discussione la politica.
E, così facendo, mettendo in discussione gli unici organismi eletti dal popolo. Eletti, non nominati, che sono le vere caste.
Il referendum era politico: era contro quelle caste e quelle responsabilità di “anormale passaggio”. Il rischio che non riuscisse era alto.
Questo Paese è diverso da quello che molti di noi ricordano ed immaginano. Non sono abituato a “giudicare”.
Ma ho il diritto di fare apprezzamenti: ed a me non piace come è cambiato. E vado alla ricerca dei motivi di questo cambiamento.
Ne trovo a iosa: ma essenzialmente quello della capacità che altri hanno avuto, senza che si trovasse da parte nostra un coerente e corretto contrasto a ciò, di trasformare l’informazione da fatto culturale a strumento politico.
E quando la politica ha abbandonata la regola del dialogo ed è diventata scontro, nella sua arma.
Quanto valga la diffusione di notizie senza confronti che ne evidenzino errori in buona fede o strumentalizzazioni credo si sia in pochi a capirlo davvero.
Da Nash e quasi dieci Nobel in poi, si è esplicitato come e in che misura le speranze e i timori, le aspettative, l’umore di una collettività indirizza e definisce persino l’economia e la stessa vita economica di un qualsiasi Paese al mondo; più di qualsiasi manovra economica.
Ma nessuno si è preoccupato di verificare che quell’umore si formasse su dati veritieri, con ragionamenti portati in contraddittorio al giudizio di chi ascolta o legge. Un processo che nel tempo non c’è stato.
Nel corso del referendum è uscito fuori chiaro: la tecnica del lanciare accuse dalle quali difendersi ha fagocitato ogni altra discussione. Il vero motivo del referendum è rimasto in un cantuccio.
Questa tecnica è stata abbondantemente appoggiata dal sistema dell’informazione. Non è una scusante per la sconfitta del Sì: è un cammeo sullo stato della democrazia di oggi.
Per anni ho vissuto esperienze simili e so come è difficile uscirne fuori: senza entrare in dettagli, certamente non con il fioretto.
Ma la mia esperienza è stata più “limitata”, non è stata quella di Governo: una istituzione dove, per le responsabilità che si hanno e per i problemi che bisogna affrontare, arrivare a scontro vero utilizzando le stesse armi della minoranza sarebbe assolutamente sbagliato.
Il mio timore è che però la sollecitazione c’è.
Dunque qualche riflessione tra noi va fatta. Chi di noi viene accusato di difendere Meloni senza capire che noi difendiamo solo noi stessi e la nostra cultura; che guardiamo all’alternativa e non ne vediamo; che anzi constatiamo che cambiare, per quanto insoddisfacente possa essere l’attuale gestione di Governo, sarebbe ancora peggio, chi di noi viene additato come “traditore”, trovi il coraggio di lasciar perdere le polemiche alle quali ci spingono i vincitori. Chapeau a loro.
Siamo stati sconfitti su una riforma: ce ne sono tante ancora da fare per riportare un pizzico di riformismo in Italia, vedova ed orfana di buona politica. Non deflettiamo da questo ruolo nel quale crediamo.
Ma dobbiamo partire dal chiedere che vengano corrette alcuno deformazioni dei rapporti sociali. Perché la sconfitta insegna: altrimenti è solo inutili lacrime per un fallimento.
“E non finisce mica il cielo” cantava l’indimenticabile Mimì.





