Una politica senza bussola nazionale
Il 1992 è una frattura. Da lì in poi cambia la classe dirigente, ma non nasce una vera cultura dell’interesse nazionale. Si entra in una stagione in cui la politica si muove per cicli brevi, spesso in funzione elettorale, raramente con una visione di sistema.
I numeri raccontano bene questa traiettoria. Dal 1995 a oggi, i salari reali italiani sono cresciuti di circa l’1%, contro incrementi tra il +25% e il +30% nei principali Paesi europei. Il PIL pro capite è fermo da oltre vent’anni. Non è una crisi improvvisa, è una stagnazione costruita nel tempo.
La produttività segue lo stesso schema. Tra il 2000 e il 2023 l’Italia registra una crescita quasi nulla, mentre la media UE supera il +15%. Senza produttività non si alzano i salari e senza salari non si sostiene la crescita. È un equilibrio che si è progressivamente indebolito.
Sul piano industriale, l’Italia resta una grande manifattura, ma ha perso leve strategiche. Negli ultimi 15 anni una quota rilevante di imprese è passata sotto controllo estero. Il tema non è ideologico, è operativo: quando i centri decisionali si spostano fuori, si spostano anche investimenti, ricerca e strategie.
L’energia è uno dei punti più evidenti di discontinuità. Dopo il 1992 il Paese cambia più volte rotta senza mai consolidarne una. Oggi importa oltre il 70% del proprio fabbisogno energetico.
Questo si riflette sui costi: nel 2024, in diversi momenti, l’energia per le imprese italiane è risultata più cara del 25 – 35% rispetto alla Francia. Una differenza che pesa direttamente sulla competitività.
C’è poi un dato meno discusso ma fondamentale: il debito aggregato italiano, cioè quello complessivo tra Stato, imprese e famiglie, regge soprattutto grazie alla solidità delle famiglie.
Il risparmio privato ha storicamente compensato molte fragilità del sistema, mantenendo l’equilibrio complessivo più stabile rispetto ad altri Paesi. È una rete di sicurezza reale, ma non può sostituire una strategia pubblica.
Meno giovani significa meno forza lavoro, meno innovazione, meno crescita potenziale. E anche qui le politiche cambiano continuamente senza una linea stabile.
Il problema vero non è il cambio di governi, ma la mancanza di continuità su alcune direttrici fondamentali: energia, industria, lavoro, formazione. In altri Paesi questi ambiti restano fuori dallo scontro quotidiano e diventano politiche di lungo periodo. In Italia tornano ogni volta al punto di partenza.
Eppure, quando il sistema si coordina, i risultati arrivano. Alcune filiere industriali restano leader globali senza un supporto sistemico forte. Siamo nei primi 5 in 1500 prodotti a livello globale. (Fortis)
Il limite non è nelle risorse o nelle competenze. È nella capacità di costruire una direzione condivisa e mantenerla nel tempo. Senza quella, ogni ciclo politico riparte da zero e il Paese continua a muoversi, ma senza avanzare davvero.





