E abbandonando gli occhiali della nonna
L’analisi del voto al referendum sulla riforma della giustizia, se vuol servire a capire e non a fare ulteriore propaganda, va fatto con la massima attenzione alla realtà, la quale non è riducibile alla semplificazione politica che vuole il voto pro o contro il Governo.
Il commento a caldo più intelligente l’ho sentito esprimere in televisione martedì da Pietro Sansonetti, direttore de L’Unità, il foglio che fu di Antonio Gramsci, da lui descritto oggi come testata garantista, socialista, cristiana, liberale (non liberista).
Dopo aver espresso soddisfazione per la partecipazione popolare, che è sempre importante segno di democrazia, Sansonetti ha detto che dopo il voto che cancella la riforma Nordio, rimane intatta sul tavolo la questione di una riforma della giustizia, in quanto oggi questa è ostaggio delle correnti della magistratura.
Sansonetti, nei suoi numerosi commenti sullo stato della magistratura italiana prima e durante la campagna referendaria ha espresso una grande verità con una frase, divenuta, come si usa dire oggi, virale: “La magistratura deve ritrovare la sua innocenza perché non ce l’ha più da diverso tempo”.
La sceneggiata di giudici che ballano, stappano champagne e cantano Bella ciao, è la dimostrazione evidente, triste, di un’innocenza persa e di un’appartenenza a logiche e schieramenti politici che nulla ha a che fare con l’indipendenza dei magistrati, con la loro professionalità, con la loro deontologia.
I magistrati che ballano e cantano Bella ciao hanno firmato, se ancora ce ne fosse bisogno, la necessità urgente di riportare la magistratura entro i suoi confini istituzionali.
Compito, questo, che spetta al Parlamento, ossia alla politica, in quanto la bocciatura di una riforma non significa che il problema di riformare l’attuale assetto della magistratura non esista.
È possibile riformare l’assetto della giustizia con leggi ordinarie?
La risposta è sì. È possibile riformare gran parte dell’ordinamento della magistratura in Italia mediante leggi ordinarie, ma con limiti precisi imposti dalla Costituzione.
Non tutto può essere modificato senza toccare la Carta fondamentale.
Senza voler entrare in un terreno che non è mio, ma solo per indicare una possibile via, tutta da approfondire, la Costituzione (Titolo IV, artt. 101 – 113) fissa principi generali sull’indipendenza della magistratura, sull’unicità dell’ordine giudiziario, sul ruolo del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) e sulle garanzie dei magistrati, ma rinvia esplicitamente a norme di attuazione per i dettagli operativi.
L’Ordinamento giudiziario (struttura degli uffici, carriere, valutazioni, assegnazioni, tabelle degli uffici, ecc.) è regolato principalmente dal Regio Decreto 30 gennaio 1941, n. 12 (testo unico sull’ordinamento giudiziario), modificato più volte da leggi ordinarie o decreti legislativi.
Alcuni esempi recenti sono stati, la legge Cartabia (n. 71/2022), che ha introdotto riforme significative sull’ordinamento giudiziario, sul CSM, sulle carriere e sull’accesso alla magistratura (compreso l’accesso diretto al concorso con la sola laurea), interventi su passaggi tra funzioni giudicante e requirente (limitati a una sola volta nella carriera, con vincoli territoriali), discipline su concorsi, formazione, piante organiche, assegnazione degli affari, ecc.
La stessa Costituzione (art. 105) dice che al CSM spettano certe funzioni “secondo le norme sull’ordinamento giudiziario”.
La stessa separazione delle carriere (in senso stretto, cioè rendere più rigidi i passaggi tra giudicanti e requirenti, concorsi separati, formazione distinta, regole deontologiche diverse), secondo autorevole dottrina e opinioni espresse in sede parlamentare, poteva essere realizzata con legge ordinaria, senza bisogno di modifica costituzionale.
La riforma Cartabia aveva già mosso in questa direzione limitando fortemente i transiti.
In sintesi: tutto ciò che non tocca i principi fondamentali (indipendenza, autonomia, unicità dell’ordine giudiziario, composizione di base del CSM, garanzie dei magistrati ex art. 107, divieto di giudici speciali ex art. 102) può essere riformato con legge ordinaria approvata a maggioranza semplice dal Parlamento.
Ha il coraggio la maggioranza di centro destra di prendere il toro per le corna e rispondere a chi balla e canta Bella ciao, avviando un processo di riforma “gesuitica”, pezzo per pezzo?
In un Paese normale, preso atto, dopo un’ampia prova, che nell’assetto della giustizia italiana qualcosa non funziona, si aprirebbe una responsabile discussione per riportare alla centralità del Parlamento la questione, al fine di risolvere il problema, anche gradualmente.
Considerando che la sinistra (sedicente) sta semplicemente trasformando il No alla riforma Nordio in una clava contro il Governo Meloni, siamo regrediti ad una logica troglodita e qualsiasi discussione progettuale è bandita e sostituita dalle urla trogloditiche della propaganda.
Il centro destra usi la via aperta dalla Cartabia. Se poteva lei, è possibile anche agli altri.
Introduco, poi, una riflessione riportata ieri da “Il Fatto Quotidiano”, in quanto, date le sue posizioni politiche, non può essere accusato di voler mettere pannicelli caldi sulle ipotetiche ferite ricevute dal voto dal Governo.
«Quasi nessuno – scrive Il Fatto Quotidiano – ha votato secondo le indicazioni di partito, solo una minoranza lo ha fatto contro il governo. E, nel complesso, il giudizio nel merito della riforma ha prevalso sulla volontà di dare un segnale politico. È quanto emerge da un “dossier post-voto” sul referendum costituzionale pubblicato da YouTrend a poche ore dalla vittoria del No: il 61% di chi ha votato per bocciare la riforma Nordio indica tra le ragioni “il desiderio di non modificare la Costituzione”, il 39% dice di averlo fatto (anche) per “contrastare il sorteggio dei componenti del Consiglio superiore della magistratura”.
Solo al terzo posto, indicata dal 31% degli interpellati, la motivazione di “dare un voto di opposizione al governo Meloni”, mentre appena il 7% afferma di aver seguito le indicazioni del partito di riferimento. Anche tra chi ha votato Sì, solo l’8% dice di averlo fatto per direttiva di partito e il 18% per “dare un voto di sostegno al governo Meloni“, mentre la motivazione più indicata è quella di “sostenere la separazione delle carriere nella magistratura”, citata dal 59% (solo per il 4%, invece, ha rappresentato un motivo per votare no).
Nel complesso, il 28% degli elettori (il 21% tra quelli del Sì, il 34% tra quelli del No) dichiara che nel suo voto ha pesato di più “la volontà di dare un segnale politico”, mentre il 69% (il 76% tra quelli del Sì, il 63% tra quelli del No) cita come fattore prevalente “il giudizio nel merito della riforma”».
Uno degli elementi da tenere in considerazione, se non si vuol continuare a ripetere errori anche nel futuro, è la comunicazione.
Comunicazione pietosa da parte della maggioranza dei media mainstream, che si limitano a fare il riassunto dei lanci di agenzia, instaurando una narrazione monocorde, acritica, semplicistica.
Chiunque abbia seguito le narrazioni sull’Ucraina, su Gaza, ora sull’Iran si rende conto che la comunicazione parla alla pancia, alle emozioni, mai al cervello. Mancano, quasi ovunque, salvo qualche rara eccezione, analisi, dati, opinioni basate su fonti.
In televisione non si fanno discussioni per far capire, ma concioni per alimentare partigianerie.
Tutto è baruffa, disordine, tifo.
Viene da vomitare a sentire Elkann, che ha appena venduto il Gruppo Gedi alla greca Antenna, dire che in Italia la stampa è asservita al potere.
John Elkann ha così spiegato all’Ansa i motivi che lo hanno portato a cedere La Repubblica e La Stampa, oltre a tutto il gruppo Gedi, al gruppo Antenna: “L’editoria è una professione che può essere esercitata in modo indipendente solo se si hanno i conti in regola. La mia famiglia e io stesso abbiamo sempre considerato l’editoria come un mestiere che vive grazie ai suoi lettori, ma purtroppo in Italia avere un giornale è considerato uno strumento di influenza e di potere, non una professione”.
Elkann dovrebbe dire che il gruppo Finegil, da lui rilevato e inserito con la Stampa nel gruppo Gedi, è stato per anni il protagonista del traghettamento della sinistra che aveva come riferimento la classe operaia e il ceto medio, in quel pateracchio progressista odierno che ha come riferimento il mondo radical chic.
Elkann ha usato il gruppo Gedi per favorire le sue vicende imprenditoriali, con il sostanziale silenzio della Cgil di Landini.
Se poi vogliamo volgere lo sguardo ai media come strumento di potere, nel 2024-2025, le notizie hanno evidenziato una maxi-erogazione di circa 132-133 milioni di euro dell’Unione Europea destinata ai media europei nell’anno delle elezioni europee (2024). Parte di questi fondi è transitata attraverso un intermediario privato (Havas Media France) per campagne di comunicazione, rendendo meno trasparente la destinazione finale. Tra i media italiani menzionati come beneficiari o coinvolti: Rai, Mediaset (Rti), Sky Italia, Corriere della Sera, Repubblica, Il Sole 24 Ore, ANSA, Agi, AdnKronos, Citynews. Non si tratta sempre di contributi diretti, ma anche di acquisti di spazi pubblicitari o progetti tematici.
L’agenzia Ansa, dalla quale traggono le veline i media mainstream, è stata uno dei maggiori beneficiari storici (quasi 6 milioni di euro in circa 10 anni da fondi della Commissione, secondo analisi basate sui dati UE). Il Sole 24 Ore ha portato a casa circa 290.000 euro per progetti su fondi UE (con articoli sull’impatto positivo). La Repubblica ne ha incassati circa 260.000 euro per iniziative simili.
Nel complesso, stime indicano che l’UE ha destinato centinaia di milioni di euro al settore media europeo negli ultimi anni (tra 2018-2024 si parla di circa 295 milioni in varie linee), con una quota significativa per l’Italia tramite grandi player.
Un altro elemento che va tenuto in grande considerazione riguarda i giovani, dal momento che molti analisti ritengono che il voto degli stessi si sia rivolto prevalentemente al No.
I giovani, e lo dicono le statistiche, in gran parte si informano sui social e, in particolare su TikTok, il social cinese.
Oggi in Italia sono circa 24 milioni le persone che usano TikTok almeno una volta al mese. La piattaforma continua a crescere, soprattutto tra under 30 (dove la penetrazione supera il 60%), ma si sta espandendo anche tra Millennials, Gen X e persino una piccola quota di Boomers.
Quando si affronta il tema dei social è d’obbligo prendere atto della presenza della manipolazione fatta con falsi profili per orientare l’opinione pubblica, influenzare dibattiti, simulare consensi o polarizzare le discussioni.
Ci sono, ad esempio, profili fake o account falsi. Si tratta di identità digitali inventate, con foto, biografie e storie false, usate per fingersi utenti reali. Il loro scopo principale è manipolare il dibattito pubblico o “orientare” le opinioni e rientrano nelle strategie di manipolazione dell’opinione pubblica.
Un altro esempio riguarda i sock puppet accounts. Sono profili falsi gestiti da una persona o da un team che si fingono un utente indipendente. Letteralmente “marionetta con calzino” serve a creare l’illusione di un sostegno spontaneo, a difendere una posizione, attaccare avversari o far sembrare un’idea più popolare di quanto non sia. Spesso usati in operazioni coordinate.
Ci sono poi i social bot, profili automatizzati (software) che pubblicano, linkano, commentano o condividono in modo massiccio e ripetitivo. Possono essere semplici (spam) o sofisticati (cyborg, che mischiano automazione e intervento umano). Il loro obiettivo classico è amplificare certi contenuti e creare un falso consenso per orientare l’agenda pubblica.
Non mancano le troll farm (uno i più utenti) che postano provocazioni, insulti o contenuti polarizzanti per infiammare i dibattiti e spostare l’attenzione. Quando è su scala industriale (centinaia di profili gestiti da una stessa entità, spesso in Paesi come Russia, Cina, ecc.), si parla di troll farm o social media farm. Lo scopo è proprio orientare e inquinare il discorso pubblico.
Passiamo all’astroturfing, la tecnica che usa falsi profili (bot, sockpuppet, troll) per simulare un movimento di base spontaneo (“grassroots”), quando in realtà è orchestrato dall’alto. Esempio: far sembrare che migliaia di “cittadini comuni” sostengano una causa o un candidato, quando dietro ci sono coordinamenti professionali. Molto usato in politica.
Queste pratiche sono ormai un fenomeno globale e documentato in decine di Paesi, e le piattaforme cercano di contrastarle rimuovendo reti di account, anche se non sempre con successo. Riconoscerli non è facile.
La Cina (attraverso il Partito Comunista Cinese, PCC, e la legge nazionale sulla intelligence) ha la capacità e, secondo numerose evidenze, usa TikTok (di proprietà di ByteDance) come strumento per orientare l’opinione pubblica, soprattutto tra i giovani. Non si tratta di una “teoria del complotto”, ma di un mix di controllo algoritmico, censura selettiva e operazioni di influenza documentate da studi accademici, intelligence USA, rapporti indipendenti e analisi di think tank.
I maggiori temi politici discussi dai giovani italiani su TikTok ruotano intorno a preoccupazioni concrete legate al loro futuro, con un mix di attivismo, frustrazione e mobilitazione virale.
I temi principali emersi da trend recenti (2025-2026) sono il costo della vita, la precarietà lavorativa e il futuro economico. Molti denunciano un sistema che non supporta i giovani.
L’attenzione all’ambiente raggiunge il 46% tra gli under 30 (più alta della media UE), con richieste all’UE e al governo di agire prioritariamente sul clima. Proteste, scioperi per il clima e contenuti su sostenibilità, energia (nucleare incluso nel dibattito) e crisi ecologica circolano molto, spesso legati a mobilitazioni globali o locali.
Nel 2026, il referendum sulla giustizia ha visto una forte spinta su TikTok: l’hashtag #iovotono è entrato nella top 50 dei trend, con contenuti su esclusione dei fuorisede, voto da remoto e appello al “non basta un video, serve votare”.
Spazio è dato a manifestazioni pro-Palestina e coinvolgono studenti e collettivi, mescolando pace, diritti internazionali e critiche interne su disuguaglianze.
I giovani usano molto TikTok (e Instagram) per notizie politiche (fino al 44% in Italia), ma con rischi di fake news e echo chambers.
La piattaforma amplifica sia la protesta (ambiente, Palestina, referendum), sia narrazioni più nazionaliste o anti-sistema. Politici tradizionali faticano a connettersi (effetto “cringe”), mentre creator e influencer giovanili hanno più impatto.
Da un’analisi dei messaggi su TikTok emerge un indirizzo dei giovani su temi che riguardano la zona confort. Pace, no alla guerra, Costituzione come elemento di certezza, indicano un aggrapparsi dei giovani ad un’esigenza di sicurezza che contrasta con il cambiamento.
Un altro elemento da analizzare, non solo per il referendum, è il progressivo intervento a gamba tesa del mondo clericale nella politica italiana.
Per quanto le posizioni del mondo cattolico siano varie, si è visto un orientamento prevalente verso il No.
I Gesuiti (rivista Aggiornamenti Sociali) ha espresso un esplicito No, perché la separazione dei poteri costituzionale è un valore troppo importante da rischiare.
L’Azione Cattolica ha espresso disagio per il fatto che una materia costituzionale sia diventata occasione di scontro invece che di dialogo; ha promosso incontri sottolineando l’importanza degli equilibri costituzionali (non un No esplicito, ma orientato in quella direzione).
Il vicepresidente CEI monsignor Francesco Savino ha partecipato a eventi per il No (esempio congresso di Magistratura Democratica) e ha richiamato la figura del costituente cattolico Giuseppe Dossetti; molti hanno letto in questo un orientamento verso il No.
Molte parrocchie, oratori e diocesi hanno ospitato dibattiti o eventi per il No. Alcuni sacerdoti e giuristi cattolici (esempio Unione Giuristi Cattolici in varie sezioni) hanno organizzato incontri in locali ecclesiali.
La Comunità di Sant’Egidio, AGESCI, Pax Christi e altre realtà associative vicine al mondo cattolico-progressista si sono allineate su posizioni critiche verso la riforma.
Per il Si si sono espressi la Compagnia delle Opere (CdO), il Network “Ditelo sui tetti” (oltre 100 associazioni cattoliche, tra cui Movimento per la Vita, Family Day, Comitato Rosario Livatino), il Cardinale Camillo Ruini (presidente emerito CEI) e alcuni comitati cattolici conservatori.
Fuci e Meic hanno promosso seminari critici verso la riforma, ma senza imporre un voto.
Anche su questo versante qualche considerazione, non solo per il referendum, andrà fatta.
Infine, anche per non esondare dai limiti di un articolo, la questione Nord-Sud.
A dire Si sono state le tre regioni che rappresentano il cuore dell’Italia produttiva.
In base a dati Istat del 2023, la Lombardia produce per 490,4 miliardi di euro (circa il 23% del PIL nazionale).
Il Veneto produce per 197,1 miliardi di euro (circa il 9% del PIL nazionale). Il
Friuli Venezia Giulia produce per circa 41,6 miliardi di euro.
Il totale aggregato (2023) è di circa 729 miliardi di euro.
Per contestualizzare, il PIL nazionale italiano nel 2023 era di circa 2.128 miliardi di euro, quindi queste tre regioni rappresentano insieme oltre un terzo della ricchezza prodotta in Italia (principalmente grazie al peso della Lombardia).
Facciamo un piccolo antipaticissimo confronto tra Nord e Sud, giusto per capire.
Il Reddito di Cittadinanza (RdC) e la Pensione di Cittadinanza (PdC), misure introdotte nel 2019 e abolite dal 1° gennaio 2024 (sostituite dall’Assegno di Inclusione e dal Supporto per la Formazione e il Lavoro), hanno mostrato una distribuzione fortemente squilibrata sul territorio italiano, con una netta concentrazione al Sud e nelle Isole.
Sud e Isole: 463.000 nuclei (64% del totale), 1.094.000 persone (70%).
Nord: 155.000 nuclei (21%), 272.000 persone (17%).
Più nel dettaglio:
Campania: 213.077 nuclei, 610.475 persone, importo medio 567,54 €.
Sicilia: 191.854 nuclei, 499.426 persone, importo medio 545,67 €.
Puglia: 101.802 nuclei, 257.011 persone, importo medio 504,15 €.
Lazio: 98.360 nuclei, 216.992 persone, importo medio 475,04 €.
Lombardia: 94.235 nuclei, 213.393 persone, importo medio 422,75 €.
Calabria: 73.735 nuclei, 185.615 persone, importo medio 493,87 €.
Piemonte: 62.558 nuclei, 134.506 persone, importo medio 459,63 €.
Le altre regioni hanno numeri sensibilmente inferiori (es. Sardegna 46.946 nuclei, Emilia-Romagna 39.676, Veneto 33.656, ecc.).
Le quattro regioni con più beneficiari (Campania, Sicilia, Puglia, Lazio) superavano il 60% del totale nazionale.
Facciamo un rapido confronto con il voto e vediamo, anche in questo caso, una richiesta di protezione.
In conclusione: in Italia, come sempre, vincono il Gattopardo e la clientela.
Siamo fatti così dai tempi del Piano Marshall. Ci danno fastidio gli americani, ma tutto sommato ne sentiamo la voglia come per il seno della madre.
Ogni cambiamento deve lasciare le cose come sono. Persino la struttura fascista dello Stato è transitata in quella della Repubblica democratica senza colpo ferire, grazie all’amnistia del comunista Guardasigilli Palmiro Togliatti.
I temi da approfondire sono molti, ma il vero pericolo è di affrontarli con gli occhiali della nonna.
Aggiornare le diottrie è un obbligo urgente.





