La posta in gioco è l’elezione dell’inquilino del Colle dopo Mattarella – Il possibile ruolo di Matteo Renzi – Forza Italia sarà della partita?
L’altro ieri c’è stata la firma che dà avvio all’esperienza politica del nuovo movimento politico Più Uno.
L’atto costitutivo del movimento politico Più Uno è stato firmato da Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli. Il primo è stato a capo dell’Agenzia delle Entrate, ossia è a conoscenza di tutte le informazioni fiscali dei cittadini italiani, delle loro professioni, delle loro aziende; il secondo, in quanto a capo di Polizia e Aisi, è a conoscenza di tutto l’universo informativo interno ed estero riguardante cittadini e Stato.
La domanda che sorge di fronte all’entrata in campo del nuovo movimento politico è la seguente: «È opportuno che una persona che ha diretto apparati coercitivi o informativi dello Stato possa trasformare direttamente quel capitale istituzionale in un’organizzazione politica propria?».
La questione è stata ampiamente sollevata in relazione all’entrata in politica del generale Roberto Vannacci.
Nel 2024 la polemica sulla candidatura di Roberto Vannacci alle europee ebbe come protagonista il generale Vincenzo Camporini, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa e candidato con Azione alle europee dello stesso anno. Camporini non sostenne che un generale in pensione non potesse entrare in politica. La sua posizione era più circoscritta: disse che un militare non dovrebbe entrare in politica mentre è ancora in servizio. Nell’intervista del Foglio del 14 maggio 2024, parlando proprio di Vannacci, affermò: «Un militare in politica non deve entrare fintanto che è in servizio».
Roberto Vannacci era ancora generale dell’Esercito in servizio. La cronologia è abbastanza chiara: l’8 gennaio 2024 Vannacci dichiarava pubblicamente di continuare a «fare il soldato» e di non aver ancora deciso se candidarsi; a febbraio 2024 venne sospeso dal servizio per 11 mesi per il procedimento disciplinare relativo al suo libro, ma la sospensione non equivaleva al pensionamento, né alla cessazione dello status militare; il 25 aprile 2024 Salvini annunciò ufficialmente la sua candidatura alle europee con la Lega; il 2 maggio 2024 il Ministero della Difesa precisò che, effettuate le verifiche, non riteneva vi fossero violazioni del Codice dell’ordinamento militare relativamente alla candidatura.
A settembre 2024, dopo essere stato eletto, Vannacci dichiarò esplicitamente: «Non mi dimetto da generale dell’Esercito», aggiungendo che non escludeva persino un futuro ritorno al servizio attivo.
Il Ministero della Difesa nel maggio 2024 chiarì infatti che il Codice dell’ordinamento militare prevedeva cause di ineleggibilità specifiche per gli ufficiali generali quando esercitavano il comando nella circoscrizione interessata, ma non considerò Vannacci ineleggibile nel caso concreto.
Nonostante questo, il Sindacato dei Militari, guidato da Luca Comellini, ha presentato esposti sostenendo che militari in servizio impegnati nell’organizzazione politica violerebbero i doveri di neutralità, fedeltà e imparzialità delle Forze armate. La Procura militare di Roma ha avviato accertamenti preliminari sulla posizione di alcuni militari.
Il lungo preambolo è necessario per contestualizzare quanto vado esprimendo in relazione all’arrivo sulla scena politica di Più Uno, al fine di evitare inutili malintesi.
Nessuno può contestare il fatto che Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli possano fondare un movimento politico, ma tutti noi possiamo aprire una questione di opportunità. Se si è aperto un dibattito su Vannacci, è del tutto evidente che lo si può aprire anche su Franco Gabrielli.
Ripropongo la domanda
Quindi ripropongo la domanda: «È opportuno che una persona che ha diretto apparati coercitivi o informativi dello Stato possa trasformare direttamente quel capitale istituzionale in un’organizzazione politica propria?».
Dopo una lunga carriera nelle istituzioni italiane, che lo ha visto ricoprire ruoli di vertice come Direttore del SISDE e dell’AISI, Capo della Protezione Civile, Prefetto di Roma, Capo della Polizia e Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi di sicurezza nel Governo Draghi, Gabrielli ha rassegnato le dimissioni dall’amministrazione dello Stato nel settembre 2023, accedendo al pensionamento anticipato dai ruoli della Prefettura/Ministero dell’Interno.
La questione è diversa da quella di un normale funzionario pubblico che, una volta pensionato, entra in politica. Per un ex capo della Polizia o soprattutto per un ex direttore dell’AISI, il problema riguarda anche la neutralità delle strutture di sicurezza e la protezione del patrimonio informativo dello Stato.
Sul piano strettamente giuridico, però, bisogna distinguere tre livelli:
Durante l’incarico: l’attività politica è incompatibile con la funzione. Per esempio, il TUEL (Testo Unico delle Leggi sull’Ordinamento degli Enti Locali, emanato con il Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267) prevede espressamente l’ineleggibilità del Capo della Polizia finché esercita quelle funzioni.
Dopo la cessazione dall’incarico: non esiste, nella disciplina generale, un divieto perpetuo di candidarsi o fondare un partito. Anzi, la legge italiana non può trasformare automaticamente una precedente funzione pubblica in una perdita permanente dei diritti politici.
Per chi ha diretto i servizi segreti, però, esiste una questione ulteriore molto significativa: la legge sui servizi considera il patrimonio informativo acquisito durante l’incarico come qualcosa che deve essere protetto anche dopo la cessazione.
È significativo che una proposta legislativa recente abbia previsto, per gli ex vertici DIS, AISE e AISI, limitazioni per i tre anni successivi all’incarico rispetto ad attività professionali e cariche presso determinati soggetti, proprio per evitare pregiudizi alla sicurezza nazionale.
Il punto politico-istituzionale è delicato
La domanda è: sono sufficienti tre anni? Molte delle informazioni ottenute nell’ambito dei tre anni possono essere ancora attinenti a fatti in essere o in itinere. Sarebbe più opportuno, pertanto, un decennio, considerando che in questo lasso di tempo molte questioni potrebbero essersi chiuse.
Un ex capo della Polizia dispone, per la natura stessa della funzione, di una conoscenza straordinaria dell’apparato dello Stato: sicurezza interna, criminalità organizzata, terrorismo, apparati investigativi, rapporti interistituzionali.
Un ex direttore dell’AISI si trova in una posizione ancora più particolare: ha avuto accesso al sistema informativo classificato riguardante la sicurezza interna della Repubblica.
La legge 124/2007 attribuisce infatti al Presidente del Consiglio la responsabilità generale della politica dell’informazione per la sicurezza e la nomina dei direttori dei servizi.
Da qui la questione, già posta, di opportunità.
C’è una differenza enorme fra: generale, pensione, politica e capo della Polizia, capo AISI, politica, fondazione di un partito. Nel secondo caso il problema della percezione di continuità fra apparato dello Stato e organizzazione politica è obiettivamente molto più forte.
E c’è un’altra distinzione importante: non sarebbe corretto sostenere che chiunque abbia diretto AISI o Polizia debba essere permanentemente escluso dalla politica. Una simile preclusione permanente richiederebbe una disciplina costituzionalmente molto delicata.
Ma si può discutere seriamente di periodi di raffreddamento, obblighi di riservatezza rafforzati e incompatibilità specifiche. Anzi, il fatto che il legislatore abbia previsto o discusso proprio periodi post-incarico per proteggere il patrimonio informativo mostra che il problema non è teorico.
I rapporti con i servizi stranieri
C’è, inoltre, un problema di rapporti internazionali con i servizi di sicurezza di altri Paesi: questione delicatissima e soggetta a mille pressioni e ricatti.
Questo introduce un elemento che, secondo me, rende la questione molto più delicata della semplice incompatibilità fra divisa e politica.
Il punto è che un ex vertice dell’intelligence non porta con sé soltanto esperienza amministrativa: porta una rete di rapporti istituzionali internazionali costruita nell’esercizio della funzione. Il problema è la continuità della relazione informativa.
Un direttore dell’AISI opera all’interno di un sistema nel quale i rapporti con servizi stranieri sono parte strutturale dell’attività. La legge 124/2007 definisce il sistema italiano proprio in relazione alla tutela della sicurezza nazionale e alle relazioni con Stati esteri; inoltre, il vincolo del segreto continua anche dopo la cessazione del servizio.
Questo crea una situazione particolare: Stato italiano, vertice del servizio, rapporti riservati con servizi alleati e stranieri, informazioni, fonti, canali, affidabilità reciproca, cessazione dell’incarico, attività politica privata
La domanda istituzionale diventa allora: che cosa succede a quella rete di relazioni quando l’ex dirigente diventa un soggetto politico autonomo?
Non significa ovviamente che automaticamente ci sia qualcosa di illecito, ma si crea una potenziale superficie di influenza e di conflitto d’interessi che non esiste nello stesso modo per un normale ex dirigente ministeriale.
Il segreto di Stato comprende espressamente informazioni la cui divulgazione possa danneggiare «l’indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati» e «le relazioni con essi».
Quindi, non stiamo parlando soltanto di conosce dei segreti italiani, ma anche di conoscere le relazioni riservate attraverso le quali l’Italia tratta con altri Stati e con i loro apparati di sicurezza.
E qui entra la politica
Un ex capo dell’AISI che entra in un partito non diventa automaticamente una minaccia o un agente di influenza straniera: sarebbe una conclusione non giustificata e senza senso, ma il sistema deve considerare almeno quattro rischi distinti:

L’ultimo punto è particolarmente sensibile proprio perché non è necessario che esista un ricatto reale: in intelligence è già rilevante l’esistenza di una situazione che possa generare una vulnerabilità.
Ed è precisamente per questo che a livello europeo si parla sempre più di foreign interference, elite capture e revolving doors. Il Parlamento europeo ha richiamato il rischio che Stati stranieri possano sfruttare reti, conoscenze e profili acquisiti da ex alti funzionari, proponendo periodi di raffreddamento e obblighi di dichiarazione dei contatti con potenze straniere.
Una distinzione fondamentale
Ex generale che entra in partito politico è una questione prevalentemente di neutralità delle Forze armate.
Ex capo della Polizia che entra in o fonda un partito politico aggiunge la questione della neutralità dell’apparato di sicurezza interna.
Ex direttore AISI/AISE/DIS che fonda un partito aggiunge una terza dimensione: la possibile trasformazione di un patrimonio informativo-relazionale costruito dallo Stato in capitale politico personale.
Non sto dicendo che questo debba essere vietato in assoluto, ma è una categoria istituzionalmente molto diversa dalla candidatura di un normale cittadino e, proprio per questo, avrebbe senso discutere di un regime specifico di cooling-off (periodo di raffreddamento), trasparenza sui rapporti post-incarico e tutela rafforzata delle relazioni con i servizi stranieri.
Nel caso di Franco Gabrielli la sua traiettoria istituzionale è davvero fuori dall’ordinario.
Franco Gabrielli è stato direttore del SISDE dal 2006 al 2007 e poi dell’AISI fino al 2008, quindi ha attraversato proprio la transizione dal vecchio SISDE al nuovo sistema introdotto dalla legge 124/2007.
Successivamente è stato capo della Polizia (2016 – 2021) e, nel governo Draghi, Autorità delegata alla sicurezza della Repubblica, cioè responsabile politico del comparto intelligence.
Quindi la sequenza è, semplificando: Polizia, Digos / antiterrorismo, Sisde, Aisi, prefettura, Protezione civile, capo della Polizia, autorità politica delegata ai servizi, politica di partito. È una concentrazione di conoscenza degli apparati dello Stato assolutamente particolare.
E il SISDE aggiunge una dimensione importante. Non si tratta soltanto del fatto che Gabrielli abbia diretto un servizio segreto. Il SISDE era il servizio di informazione per la sicurezza interna, dipendente funzionalmente dal Ministero dell’Interno.
Nel 2007 la riforma della legge 801 lo trasformò nell’AISI, inserendolo nel nuovo sistema coordinato dalla Presidenza del Consiglio. Gabrielli fu dunque direttore del SISDE nel momento immediatamente precedente e poi direttore dell’AISI nel momento della transizione istituzionale.
La stessa rivista ufficiale dell’AISI conserva il suo intervento del febbraio 2007 come direttore del SISDE, nel quale parla esplicitamente di rapporti fra intelligence, Polizia e «Superiori Autorità».
E c’è un elemento ancora più significativo: nel 2021 Gabrielli non era semplicemente un ex dirigente dei servizi. Fu chiamato da Draghi come Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, tornando quindi dall’altra parte del rapporto: non più dirigente operativo, ma responsabile politico dell’intero comparto intelligence.
Gabrielli stesso, nell’intervista di questi giorni, ha risposto all’obiezione sulla sua conoscenza di informazioni riservate dicendo che quelle informazioni «appartengono allo Stato» e che il dovere di riservatezza non viene meno con la cessazione dell’incarico.
Questa è una risposta giuridicamente e istituzionalmente importante, ma non esaurisce necessariamente la questione che stiamo sollevando.
Due problemi diversi
In primo luogo il segreto: può divulgare informazioni riservate che conosce? La risposta è no: il vincolo permane.
Secondo punto, il capitale relazionale e istituzionale: che cosa significa per la politica italiana che una persona abbia trascorso decenni dentro Polizia, intelligence e vertice del sistema di sicurezza e poi entri nella competizione politica?
Questa seconda domanda è molto più difficile e riguarda esattamente ciò che si diceva sui rapporti con gli apparati stranieri.
Un dirigente dell’intelligence non conosce soltanto documenti classificati: conosce persone, interlocutori, canali di comunicazione, modalità operative, culture dei diversi servizi e soprattutto la storia delle relazioni riservate dello Stato italiano.
Nel caso di Gabrielli, inoltre, non abbiamo una sola esperienza isolata: abbiamo intelligence interna, più Polizia, più vertice della sicurezza, più responsabilità politica sull’intelligence.
Per questo, se si volesse costruire una disciplina seria si dovrebbe rispondere alla domanda: quali limiti, obblighi di trasparenza e periodi di raffreddamento devono applicarsi a chi passa direttamente dai vertici dell’intelligence e della sicurezza dello Stato alla politica organizzata? Sono sufficienti tre anni?
E qui il caso Gabrielli è particolarmente interessante perché proprio mentre sta entrando nella politica nazionale nel 2026, è lui stesso a riconoscere pubblicamente il problema della gestione delle informazioni che ha acquisito durante la sua carriera.
Questo rende la questione molto più concreta di una semplice discussione astratta sulla possibilità per un ex funzionario dello Stato di candidarsi.
In che spazio politico si colloca Più Uno?
Un Partito come Più Uno quale spazio geopolitico potrebbe occupare e quali vulnerabilità potrebbe presentare in un contesto dove nel 2026 il rapporto anglo-americano viene esplicitamente ridefinito anche in termini di interessi divergenti: una commissione della Camera dei Lord parla di una relazione USA-UK più transazionale e meno prevedibile rispetto al passato?
Anche sul versante UK – Israele ci sono tensioni diplomatiche molto forti.
La cosa importante è che Più Uno si colloca dichiaratamente nel centrosinistra, con l’obiettivo dichiarato di allargarne il perimetro verso l’area moderata e riformista.
Gabrielli ha detto esplicitamente che la sua collocazione è «senza ambiguità» nel centrosinistra.
Quindi, sul piano politico, lo schema che emerge è più precisamente: DC riformista, cultura istituzionale/repubblicana, centrosinistra moderato, riformismo fiscale e amministrativo, area Renzi/Italia Viva come possibile interlocutore, Più Uno.
Matteo Renzi è un elemento importante per capire l’operazione Più Uno, in quanto il progetto nasce esattamente nello spazio politico nel quale Renzi sta cercando di ricostruire una componente riformista e centrista del centrosinistra.
Il 6 ottobre Più Uno ha formalizzato la propria costituzione e le fonti lo descrivono come aperto al dialogo con Italia Viva e Gabrielli ha detto esplicitamente di non porre veti a Renzi.
Un precedente significativo: il Quirinale
Nel 2015 Renzi fu il principale artefice politico della candidatura di Sergio Mattarella. Fu lui a imporre il nome nel PD, mantenendo compatto il partito e Mattarella venne eletto al quarto scrutinio con 665 voti. L’agenzia ANSA definì quella elezione il «capolavoro» politico di Renzi.
Nel 2022 fu lo stesso Renzi a definirsi retrospettivamente «kingmaker» del 2015 e a commentare la rielezione di Mattarella con la battuta: «Il kingmaker del 2022 ha copiato quello del 2015».
Renzi sta cercando contemporaneamente di aggregare i centristi e i riformisti, compresi esponenti di Forza Italia, dentro un’area di centrosinistra.
Il 4 ottobre, alla Leopolda, ha fatto proprio questo appello e ha detto che Italia Viva sarà «determinante» nella prossima legislatura anche per l’elezione del Quirinale.
E questo apre una questione ancora più interessante: se Più Uno diventasse il contenitore istituzionale del centro riformista e Italia Viva ne diventasse il braccio parlamentare, il ruolo di Renzi potrebbe essere molto più quello di federatore/kingmaker che di leader formale di Più Uno.
A questo punto una domanda ulteriore è d’obbligo: “Elly Schlein, Giuseppe Conte, i cespugli rosso verdi, la stessa area riformista del PD siamo sicuri che saranno disposti a far fare a Matteo Renzi il king maker del Quirinale del dopo Mattarella?”.
Altra domanda: “Siamo sicuri che Forza Italia sarà della partita insieme a Più Uno?”.
Il gioco è pesante, ma le carte sono ormai scoperte.





