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Taranto, in discussione è la sovranità industriale del Paese

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Il 70% delle bramme in Europa arriva da Russia (58%) e Cina (12%) – Chiudere l’altoforno è un bel modo per dipendere da russi e cinesi

La prospettiva che l’altoforno di Taranto possa cessare di funzionare mette in discussione la sovranità industriale del Paese e pone la questione fondamentale: dove avverrà la trasformazione del minerale in acciaio e chi controllerà quella capacità?

La follia della trasformazione di Taranto in un laminatoio alimentato da bramme importate cambia radicalmente la posizione dell’Italia.

La differenza è che con il ciclo primario a Taranto (minerale di ferro, carbone/DRI, ghisa/acciaio liquido, bramma, coil, prodotto industriale) la bramma nasce dentro il sistema italiano.

Taranto è tuttora l’unico impianto italiano a ciclo integrale per la produzione di acciaio primario.

Con Taranto come impianto di laminazione il ciclo è: bramma straniera, Taranto, coil, prodotto finito. In questo secondo modello, il valore aggiunto della laminazione resta in Italia, ma la disponibilità della materia prima siderurgica fondamentale dipende da fornitori esteri.

E non è una questione teorica: la proposta di attrezzare il laminatoio a Taranto è stata effettivamente discussa nel 2026, ma proprio le analisi industriali hanno evidenziato il problema dell’approvvigionamento delle bramme e della loro disponibilità a prezzi competitivi.

E qui arriva la domanda: da chi dipenderemo?

È molto interessante guardare i dati europei.

Nel 2025 l’UE ha importato circa 6,46 milioni di tonnellate di bramme.

Le provenienze principali sono state:

Bramme importate nell'UE 2025

 

Quindi quasi il 60% delle bramme importate nell’UE nel 2025 proveniva dalla Russia, secondo i dati riportati da Eurofer/Eurometal.

Questo è un dato strategicamente enorme, perché significa che la soluzione spegniamo il primario europeo e importiamo le bramme non elimina la geopolitica dell’acciaio. La trasferisce sui fornitori esterni.

E, soprattutto, crea una dipendenza potenzialmente paradossale: l’Europa che vuole ridurre la propria esposizione strategica alla Russia potrebbe trovarsi con una parte della filiera siderurgica dipendente da importazioni provenienti da Paesi terzi e in primis dalla Russia.

Nel frattempo, si grida alla guerra a Putin.

E se Putin ci mandasse a quel Paese e le bramme ci dicesse di mettercele in quel posto?

Che facciamo?

I carri armati con la plastilina o con il sugo di cervello di una classe dirigente ormai manicomiale?

Se questa non è follia che cosa è?

Autore

  • Desina Novalis

    Segretaria di professione, detective per passione, ama far luce sui punti oscuri di cronaca, politica nazionale ed estera.

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