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Ogni volta che c’è un attentato si parla di follia

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attentato a Berlino

Berlino e l’errore di chiamarla follia: la radicalizzazione è un processo di organizzazione

Ogni volta che un attentato sconvolge l’Europa, il dibattito pubblico segue uno schema ormai prevedibile.

Si parla di “raptus”, di “follia”, di un gesto imprevedibile. È una lettura rassicurante, perché sposta il problema sul singolo individuo. Ma, dal punto di vista dell’analisi strategica, è spesso una spiegazione insufficiente.

L’attacco al Pride (in certi ambienti è un obiettivo militare) di Berlino, costato la vita a una persona e che ha provocato almeno sedici feriti (dati provvisori), ricorda, ancora una volta, che il terrorismo contemporaneo raramente nasce dal nulla.

Indagini in corso ma quando emergono collegamenti con ambienti estremisti, l’attenzione deve spostarsi sul fenomeno della radicalizzazione.

La radicalizzazione non è un evento improvviso. È un percorso progressivo nel quale un individuo modifica il proprio sistema di valori fino a considerare la violenza uno strumento moralmente giustificabile.

Nella maggior parte dei casi il percorso segue dinamiche ricorrenti: esposizione continua alla propaganda ideologica, isolamento dal contesto sociale, costruzione di una visione dicotomica del mondo, identificazione di un nemico e progressiva legittimazione dell’uso della forza.

Quando questo processo raggiunge la fase finale, il bersaglio non viene scelto casualmente. Gli eventi pubblici, i luoghi simbolici e le manifestazioni ad alta visibilità diventano obiettivi privilegiati perché consentono di amplificare l’impatto psicologico ben oltre il numero delle vittime.

È proprio questo l’obiettivo del terrorismo moderno: non soltanto colpire persone, ma produrre paura collettiva, polarizzazione politica e fratture sociali.

Per questo motivo è fondamentale evitare interpretazioni semplicistiche. Definire ogni attentatore come uno “squilibrato” rischia di impedire la comprensione delle reti ideologiche, dei processi di reclutamento e dei meccanismi di radicalizzazione che rendono possibile il passaggio dalla propaganda all’azione.

L’intelligence moderna non si limita alla raccolta di informazioni, integrazione analisi dei social network, studio degli ecosistemi digitali, cooperazione internazionale, monitoraggio delle piattaforme di propaganda e capacità predittive basate sull’analisi dei comportamenti.

Ogni attentato rappresenta un fallimento della prevenzione, ma anche un’occasione per migliorare gli strumenti di analisi, il vero obiettivo dell’intelligence non è spiegare ciò che è già accaduto, è impedire che accada di nuovo.

In Italia abbiamo una solida scuola di prevenzione derivante dalla lotta alle mafie con reparti d’eccellenza come il ROS.

Eventuali interventi militari e blitz sono demandati alle forze speciali, oltre al ROS, GIS, Cacciatori, reparti dell’Esercito come Col Moschin e Consubin.

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