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No TAV in Val di Susa, il terrorismo nasce così

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No TAV

Servono subito leggi speciali

Val di Susa, 143 agenti delle forze dell’ordine feriti dai delinquenti No TAV.

85 poliziotti, 48 carabinieri, dieci finanzieri.

Cocktail molotov lanciati contro uomini in divisa. Mortai artigianali puntati sui cantieri. Due camionette dei carabinieri date alle fiamme.

Un migliaio di individui – non “manifestanti”, individui – vestiti di nero, con caschi e maschere antigas, hanno assaltato i cantieri della TAV a Chiomonte e San Didero su più fronti, con una pianificazione che ha poco di spontaneo e molto di militare.

Nonostante la tattica di spogliarsi durante la ritirata per sparire nei boschi, le forze dell’ordine sono riuscite a identificarne 450. Gli altri sono ancora in circolazione.

Questo non è dissenso. Non è protesta. Chiamiamolo con il suo nome: è proto-terrorismo.

Chi arriva equipaggiato con mortai artigianali non sta “manifestando il proprio pensiero”. Chi lancia molotov contro le forze dell’ordine non sta “esercitando un diritto”.

Chi si veste di nero per combattere e si spoglia per sparire sta applicando una tattica di guerriglia, esattamente quella che rende inapplicabili le normali procedure di identificazione e perseguimento.

Ed è qui il punto che nessuno vuole affrontare: contro il terrorismo, le leggi ordinarie non funzionano.

Non sono state pensate per questo. Non si può trattare chi fabbrica mortai artigianali con gli strumenti previsti per chi blocca il traffico. Non si può applicare il codice della strada a chi incendia mezzi dello Stato.

Il salto di qualità nella violenza esige un salto di qualità nella risposta giudiziaria e operativa.

E se la parola “terrorismo” disturba qualcuno, allora quel qualcuno guardi le immagini di Chiomonte e abbia il coraggio, meglio la faccia tosta, di spiegare come si chiama quello che vede.

Perché il terrorismo nasce esattamente così.

Le Brigate Rosse non comparvero dal nulla il giorno del rapimento Moro. Nacquero con le spranghe nei cortei, con le molotov nelle piazze, con gli assalti ai cantieri e alle fabbriche, con la violenza “politica” tollerata, giustificata, relativizzata.

Nacquero nella zona grigia di chi non condannava, di chi distingueva tra “violenza buona” e “violenza cattiva”, di chi parlava di “compagni che sbagliano” mentre i compagni fracassavano teste.

E la zona grigia, oggi, è un silenzio assordante.

Sessantaquattro agenti feriti a Bologna, pochi giorni fa. Un sindaco del PD – Matteo Lepore – che invece di attendere l’esito delle indagini organizza una manifestazione per cavalcare la piazza.

Qualche dichiarazione di circostanza è arrivata, come arrivano sempre quando il sangue è troppo per far finta di niente. Ma le dichiarazioni si pesano, non si contano.

E quello che pesa è ciò che manca.

Il PD deve ancora rendere conto di Bologna. Giuseppe Conte – il presidente che ha un’opinione su tutto, dalla bolletta del gas al conflitto in Medio Oriente – sui 143 agenti feriti nel luogo sacro del suo movimento non ha trovato una parola.

Il Movimento 5 Stelle è nato nei cantieri della Val Susa, è cresciuto con i pellegrinaggi di Grillo a Chiomonte. Oggi che quei cantieri vengono assaltati con i mortai, il suo leader tace.

Alleanza Verdi e Sinistra ha eletto al Parlamento Europeo Ilaria Salis, accusata di aggressioni politiche organizzate. Qualcuno dei suoi ha preso le distanze.

Ma prendere le distanze dopo 143 feriti non cancella anni di indulgenza verso un ambiente che considera l’assalto ai cantieri una forma legittima di lotta.

La zona grigia degli anni Settanta almeno aveva la decenza di restare nell’ombra. Quella di oggi siede nelle istituzioni e incassa lo stipendio.

Ora ai feriti di Bologna se ne sono aggiunti altri 143. E il silenzio continua.

Chi non condanna è complice. Non esiste formula più netta e non ne esiste una più vera.

Quando i servitori dello Stato finiscono in ospedale sotto i colpi di mortai e molotov, il silenzio non è prudenza politica: è fiancheggiamento.

È lo stesso identico meccanismo che negli anni Settanta trasformò l’ambiguità di una certa sinistra in carburante per la lotta armata.

Chi tace acconsente e chi acconsente alla violenza contro lo Stato è parte del problema e va ristretto.

Il copione lo conosciamo. Sappiamo come inizia e sappiamo come finisce, se lo si lascia correre.

Ogni molotov non condannata è un invito a lanciarne un’altra. Ogni mortaio artigianale impunito è un prototipo per qualcosa di peggio.

Ogni silenzio complice è un messaggio chiarissimo: potete continuare, potete alzare il tiro.

La testa del serpente va tagliata adesso con leggi speciali. Non domani. Non dopo il prossimo bollettino di guerra. Non dopo che qualcuno, un agente, un operaio, un passante ci avrà rimesso la vita.

Perché quando arriverà quel giorno – e a questo ritmo arriverà – chi oggi tace non potrà dire che non sapeva. Avrà scelto di non vedere.

E la storia, quella vera, non assolve chi sceglie di non vedere.

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