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Le proteste No TAV, basta con la cultura del No

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proteste No TAV

Smettiamo di condannare il Paese all’immobilismo e al declino

Le immagini arrivate ieri dalla Val di Susa dovrebbero indignare chiunque abbia a cuore la democrazia, indipendentemente dalle proprie idee politiche.

Assalti ai cantieri, lanci di pietre, bombe carta e razzi, mezzi delle forze dell’ordine incendiati, decine di agenti feriti: questa non è una manifestazione, è violenza politica.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso la propria solidarietà alle forze dell’ordine impegnate a difendere un’opera pubblica deliberata dalle istituzioni democratiche.

A quella solidarietà mi unisco senza alcuna esitazione. E lo dico da persona che, su molti temi, si considera di orientamento progressista.

La difesa dello Stato di diritto non è una questione di destra o di sinistra: è il presupposto stesso della democrazia.

Proprio per questo credo sia arrivato il momento di affrontare un tema che troppo spesso viene eluso. Il problema non sono soltanto i gruppi violenti che trasformano ogni manifestazione in una guerriglia.

Il problema è anche l’impostazione culturale del movimento No TAV e, più in generale, di quel “partito del No” che da decenni accompagna praticamente ogni grande infrastruttura del nostro Paese. È una cultura profondamente sbagliata sia nel merito sia nel metodo.

Nel merito, perché il futuro del trasporto europeo passa inevitabilmente dal trasferimento di una quota crescente del traffico merci dalla gomma alla ferrovia.

Non è un capriccio di qualche governo, né un favore alle grandi imprese. È una scelta strategica perseguita dall’Unione Europea per ridurre emissioni, congestione stradale, incidentalità, consumo di carburanti e costi logistici.

Chiunque sostenga la transizione ecologica dovrebbe essere il primo a comprendere che non esiste una seria politica ambientale senza un enorme investimento nel trasporto ferroviario.

La Torino – Lione non è un’infrastruttura pensata per la sola Valle di Susa. Così come il Tunnel di Base del Brennero non riguarda soltanto il Trentino o l’Alto Adige.

Entrambe fanno parte delle grandi reti ferroviarie europee che collegano Paesi, porti, aree industriali e mercati.

Un’economia moderna vive di collegamenti efficienti. Le imprese competono anche grazie ai tempi e ai costi del trasporto. Un Paese che rinuncia alle proprie infrastrutture rinuncia lentamente anche alla propria competitività.

Naturalmente ogni grande opera comporta sacrifici. Ogni cantiere produce disagi. Ogni infrastruttura modifica il territorio. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma è altrettanto ingenuo pensare che possa esistere un’opera pubblica importante che non incontri opposizioni locali.

Se elevassimo il principio del “non nel mio giardino” a regola generale, non costruiremmo più ferrovie, autostrade, elettrodotti, ospedali, dighe, impianti energetici, depuratori o perfino scuole.

Lo Stato cesserebbe di essere capace di programmare il proprio futuro, diventando ostaggio del veto permanente di ogni singola comunità interessata.

È proprio qui che emerge il secondo errore, quello di metodo. In democrazia è sacrosanto contestare un progetto, manifestare, raccogliere firme, proporre studi alternativi, convincere l’opinione pubblica e cercare di modificare le decisioni della politica.

Tutto questo appartiene al normale confronto democratico. Ma esiste un momento in cui le istituzioni decidono.

Dopo anni di studi, valutazioni ambientali, dibattiti parlamentari, accordi internazionali e deliberazioni democraticamente assunte, quelle decisioni devono poter essere eseguite.

Pretendere di impedirne materialmente l’attuazione significa sostituire il principio della rappresentanza con quello della forza. Non è più dissenso democratico: è la pretesa che una minoranza possa imporre la propria volontà a tutti gli altri.

Per questo condivido le parole di Antonio Padellaro, certamente non sospettabile di simpatie per la destra. Ha osservato come i gruppi violenti non siano “quattro cretini”, ma persone organizzate, preparate, che agiscono con modalità quasi paramilitari, e ha criticato sia l’incapacità della sinistra di prenderne definitivamente le distanze sia l’insufficiente capacità dello Stato di identificarne organizzatori e finanziatori.

È una riflessione difficile da liquidare come propaganda, proprio perché proviene da uno storico esponente della sinistra italiana.

E c’è poi una domanda che lo Stato non può continuare a eludere: com’è possibile che gruppi così organizzati, che preparano gli scontri con largo anticipo e si muovono quasi militarmente, non vengano infiltrati e identificati dalla Digos e dagli apparati di intelligence?

I responsabili vanno individuati, arrestati e processati. In uno Stato di diritto la violenza politica si sconfigge con indagini efficaci e con la certezza della giustizia, non lasciando che gli stessi gruppi tornino periodicamente a devastare i cantieri e ad aggredire le forze dell’ordine.

L’Italia ha un disperato bisogno di uscire dalla cultura del “No” permanente. Abbiamo bisogno di discutere le opere pubbliche, di migliorarle, di pretendere trasparenza, controlli rigorosi e il massimo rispetto dell’ambiente. Ma abbiamo anche bisogno di costruirle.

Perché le grandi infrastrutture non sono un lusso: sono il presupposto della crescita economica, della competitività internazionale e della stessa transizione ecologica.

Continuare a bloccare tutto significa condannare il Paese all’immobilismo. E un Paese immobile, mentre il resto del mondo investe e corre, è un Paese che sceglie consapevolmente il proprio declino.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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