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L’ETERNO, DA PARMENIDE A HEIDEGGER E RITORNO

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di Angelo Giubileo  

Giorgio de Santillana – storico della conoscenza, assai noto per la sua opera di analisi e ricerca, e in particolare per il monumentale saggio scritto in collaborazione con Hertha von Dechend dal titolo italiano Il mulino di Amleto – condivide in conclusione dell’opera medesima il seguente messaggio di Roland Barthes, tratto dal Degrè zéro de l’écriture: “Le discontinuità del nuovo linguaggio poetico istituiscono una Natura frammentaria che si rivela solo a blocchi … La Natura vi diviene una discontinuità di oggetti solitari e terribili, perché i loro nessi sono virtuali”. Fenomeno questo che gli autori definiscono come amorfismo o disintegrazione della forma.
Per capire meglio di cosa qui discutiamo, cominciamo allora con il dire che quanto alla nozione di “linguaggio poetico” occorre fare essenzialmente riferimento a Martin Heidegger, e in particolare al messaggio definitivo che egli affida alle pagine di Holzwege. A tale proposito, utilizzo la traduzione dal tedesco operata da Pietro Chiodi, approvata dallo stesso Heidegger. 
E dunque: “L’uomo sta per slanciarsi su tutta la terra e nella sua atmosfera, sta per impadronirsi da usurpatore del regno segreto della natura – ridotto a  forze  – e per sottoporre il corso della storia ai piani e ai progetti di una dominazione planetaria. Quest’uomo in rivolta non è più in grado di dire semplicemente che cosa è (ist), di dire che cos’è che una cosa è. (…) C’è qualche salvezza? Essa c’è in primo luogo e soltanto se il pericolo è (ist). Il pericolo è se l’essere stesso va all’estremo e capovolge l’oblio che proviene dall’essere stesso. Ma se l’essere, nella sua stessa essenza, man-tenesse l’essenza dell’uomo? E se l’essenza dell’uomo riposasse nel pensare la verità dell’essere? Allora il pensiero deve poetare l’enigma dell’essere. Esso porta l’aurora del pensato nella vicinanza di ciò che è da pensarsi”.
Il punto di partenza dell’intero discorso  (logos), l’inizio dell’inizio, è pertanto l’enigma dell’essere e la possibilità stessa di poetarlo, e cioè testimoniarlo, sia consapevolmente che inconsapevolmente, mediante l’essere, che:  è . E così, Heidegger chiude il cerchio della filosofia quale genere letterario risalente alla fondazione dell’Accademia, rammemorando il pensiero dei presocratici e in particolare di Parmenide: l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere.
Dire che l’essere è  significa pertanto dire che l’essere non può essere formalizzato mediante alcuna forma o predicato nominale o verbale. Così che il detto di Parmenide non è affatto in contrasto con le considerazioni finali di Barthes, che gli autori di Il mulino di Amleto riconoscono, evidentemente dal testo, loro malgrado. Per meglio chiarire: ciò che (τὸ χρεὼν) è l’essere, secondo Parmenide non può in alcun modo essere figurato rappresentato o formato, e quindi il detto di Parmenide non è affatto incompatibile, anzi tutt’altro, con ciò che gli autori medesimi chiamano appunto amorfismo o disintegrazione della forma.
Abbiamo evidenziato come gli stessi autori sembrino mostrare disapprovazione per tale presunto nuovo fenomeno, reintroducendo all’uopo, sull’antichissima scacchiera del logos, il modello essenzialmente teorico della Macchina del tempo di Platone strutturata mediante ciò che l’“ente” o gli enti di Heidegger – così come le “forme” del tempo in divenire – rappresentano e, secondo il linguaggio dell’essere, non-sono.
Se vi è una forma o essenzialmente un modo per dire appunto che l’essere è e non può non essere, non c’è invece alcun modo per dire cosa (?!) esso sia  realmente  o anche  virtualmente , almeno fino a quando l’essere, nella sua stessa essenza, man-tenga l’essenza dell’uomo. E quindi, in definitiva, pur rifacendosi entrambe alla tradizione dell’Accademia, la posizione o dimora dell’essere di Parmenide (ed Heidegger) resta svincolata da una forma qualsiasi a differenza della posizione o dimora dell’essere sia platonica che pitagorica. 
Ciò detto, non c’è dubbio che sia altresì interessante stabilire cosa, in effetti, abbia potuto determinare la forma di discontinuità del nuovo linguaggio poetico… Ma, per quanto premesso, è evidente che debba trattarsi proprio di una forma del linguaggio poetico caduta in disuso. Nella parte che immediatamente pre-cede l’epilogo dell’opera dei due autori, al quale abbiamo fatto espresso riferimento, i medesimi anticipano una conclusione in qualche modo diversa citando un passo dell’Epopea di Erra, laddove “Marduk dice a Erra:  Quando mi alzai dal mio seggio e lasciai irrompere il diluvio, /allora si scardinò il giudizio della Terra e del Cielo…/Gli dei che tremavano, gli astri del cielo -/ mutò la loro posizione e io non li ricondussi indietro ”. Se cambiano le posizioni, cambiano allora le forme ed è corretto allora chiedersi, come fanno gli autori, se vi siano nuove sintesi ancora possibili.
Ma: la “sintesi” non appartiene e non può appartenere al mondo degli enti, in quanto essa resta per sempre confinata nel mondo dell’essere. Salvo che l’essere, nella sua stessa essenza, non-man-tenga l’essenza dell’uomo. E così, l’intero discorso, il logos, il verbo – e non più solo le singole forme – cambi. Ma, in tal caso, quantunque potrebbe anche diventarlo, noi non possiamo dire ciò che non-è. E pertanto, occorre limitar-ci al confronto tra una  pro-fezia , vecchia, ormai in disuso, e una  pro-fezia  nuova, che in qualche modo oracoli-amo.
Senza sbilanciarci troppo, vi rinvio alla profezia dell’Apocalisse di Giovanni circa l’avvento dei molti – simboleggiati dal Dragone in compagnia di due bestie, l’una dalla terra e l’altra dal mare – a cui si oppone la seconda venuta del Chrestos neoplatonico, seconda persona di un mistero, viceversa salvifico, ma anch’esso trinitario e quindi legato ai molti piuttosto che all’uno. Nell’attualità – dal latino actualitas che male traduce e interpreta la ἐνέργεια ovvero l’essere dell’ente secondo Heidegger -, non c’è dubbio che la profezia dell’Apocalisse risulti quanto meno incompleta, dato che non prevede la possibilità, viceversa reale, che una terza bestia provenga dal cielo. Lo stesso cielo che una volta era dimora esclusiva degli dei, ora invece è diventato terra di conquista degli uomini.

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  • Redazione

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