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IL PICCOLO DITTATORE FRANCESE

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di Vito Schepisi

Nei sistemi pluralisti l’unica desistenza virtuosa che si conosca è quella utile a trovare intese che non snaturino le scelte e le visioni politiche dei partiti coinvolti.
In Italia sin dalla prima repubblica è valso il sistema delle geometrie variabili, ma inserite nei limiti dei contenuti compatibili.
L’unica eccezione fu quello del “Governo della non sfiducia”, il terzo di Andreotti, nell’agosto del 1976, con l’astensione del PCI.
A quei tempi si parlava di “Compromesso Storico”, e si guardava ad Enrico Berlinguer che prendeva le distanze dall’URSS di Breznev.
La fase successiva, il IV di Andreotti, un governo col voto favorevole del PCI, invece, fallì tragicamente il 16 marzo del 1978: il giorno del rapimento di Aldo Moro e dell’uccisione degli uomini della sua scorta.
Moro si stava recando in Parlamento per intervenire sulla fiducia a quello che doveva essere il primo governo monocolore democristiano votato anche dal PCI.
Un fatto storico di grande rilevanza politica, ma anche un qualcosa che smentiva il recente passato e che contraddiceva anche il giudizio etico sul personaggio Andreotti, preso spesso a bersaglio dalla sinistra massimalista come la mente oscura di trame e derive del potere clerico-mafioso.
Il Compromesso storico, verrebbe da chiedersi, voleva essere il principio della rottura della sinistra italiana col totalitarismo sovietico?
Non lo sapremo mai con certezza storica. Se sia stato così avrebbe una valenza virtuosa.
Non mancarono le obiezioni e niente è stato più chiarito da allora.
Tra le obiezioni:
– da una parte s’osservava che la sinistra democratica, progressista e riformista italiana era già rappresentata dal PSI e che il PCI mirasse ad occuparne lo spazio;
– dall’altra che la DC, con questa operazione, mirasse a valorizzare maggiormente la sua centralità, potendo applicare la pratica dei due forni.
Tornando ai tempi più recenti, il PD è stato creato perché non era pensabile l’ipotesi d’un partito comunista che esprimesse maggioranza e governo in un Paese di democrazia liberale.
Così come non era pensabile, prima di Fiuggi, che al Governo e alla guida del Paese in Italia ci potesse essere il MSI, ritenuto, a ragione, infarcito di nostalgici e reduci della Repubblica di Salò, ed erede naturale del deposto regime fascista.
E’ del tutto evidente che per coloro che hanno idee comuniste (portatori d’una visione totalitaria, burocratica e centralista della società) e per coloro che hanno idee liberali (portatori di scelte per l’economia di mercato, fautori della libertà d’impresa e sostenitori dello Stato minimo) è difficile pensare che si possano ritrovare coesi per sviluppare progetti di governo.
E’ vero che la politica è l’arte del possibile, ma due correnti di pensiero politico, in antitesi tra loro, possono solo allearsi in modo strumentale ed in funzione d’essere d’ostacolo ad altri.
E’ qua che in Francia, come in Italia, scatta la pregiudiziale antifascista come collante per creare ostacoli: “Uniamoci contro il fascismo” e parte l’imbroglio.
Il fascismo in Europa è morto.
E’ morto in Francia, come è morto in Italia.
Non ci sono in Europa né regimi militari e né dittature autoritarie
Conservatori e sovranisti non sono fascisti, ma portatori di pensieri reali e vivi che hanno fondamenta nelle emozioni, nelle tradizioni e nella cultura dei popoli.
Le difficoltà sociali, gli scompensi ed il degrado dovuto all’immigrazione, le criticità per l’integrazione, la diversa valutazione della sicurezza e della legalità e lo scontro di civiltà su questioni etiche e su stili di vita, diventano spesso micce che accendono fuochi ingestibili.
Semmai politicamente viva in Italia ed in Europa è l’opzione comunista che spesso è minacciosa ed aizza la piazza.
In Italia si chiede di espropriare la proprietà privata, di occupare le case e di non pagare le pigioni.
Si spinge anche ad imporre patrimoniali per finanziare la spesa improduttiva dello Stato, come se le tasse per i possessori di immobili siano poca e trascurabile cosa.
Il popolo che vota, oltre a far scelte su programmi e strategie politiche, li fa anche sul rammarico del vedere disattesi gli impegni presi. E gli elettori hanno tutto il diritto di difendersi da coloro che li usano e li mortificano.
In Francia è stato così.
Il Malcontento verso Macon è larghissimo, tanto che “Renaissance”, il movimento di Macron, oltre che essere stato largamente sorpassato dal “Rassemblement National” di Le Pen e Jordan Barella, è stato anche superato dalla sinistra del Nouveau Front Populaire che unisce la sinistra alternativa “France Insoumise”, il Partito Comunista di Jan-Luc-Mélenchon ed i Verdi.
L’ho scritto domenica scorsa, il gioco di Macron è del “muoia Sansone con tutti i Filistei”.
Un po’ come Luigi XV “après moi le déluge”.
Nessuna maggioranza per far precipitare la Francia nel caos, rendendola ingovernabile.
Il borioso Macron non ha alcun rispetto per la Francia ed i francesi.
Il “Macronismo – come scrive la Treccani – è di destra e di sinistra, gaullista e mitterrandiano, giovane e vecchio, europeo e francese, individualista e collettivo, pro-sistema e anti-sistema”.
In definitiva sembra che, in Francia, Macron sia tutto, ma non è niente. E’ come un bambino che ha rotto il suo giocattolo, ma non se ne dà pace e non lo vuole mollare.
Se riuscirà ad imbrigliare tutto, se i francesi glielo consentiranno, si metterà alla finestra fino al 2027 (nuove elezioni presidenziali) puntando sul disastro della Francia, per poi rivolgersi ai francesi sostenendo di potere essere l’unico garante dell’ordine e della governabilità.
Proprio come farebbe una piccola persona autoritaria e senza scrupoli.

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