
di Giorgio Cattaneo
Chiedere scusa richiede coraggio, è un gesto nobile: mette alla prova il temperamento e mortifica l’orgoglio. Chi si espone pubblicamente per offrire le proprie scuse dimostra innanzitutto un’estrema serietà. Certo, può lasciare sgomenti che a chiedere scusa sia un autore, uno scrittore premiato: non chiede scusa per una battuta improvvida, una polemica avventata, una scortesia, un reportage giornalistico magari impreciso e fazioso. No: in questo caso l’autore chiede scusa per un romanzo, quello che ha appena scritto. Esprime umanissimo dispiacere, si rincresce sinceramente che le sue pagine abbiano potuto ferire qualcuno.
Lo scrittore è Paolo Cognetti, il romanzo è “Giù nella valle” (Einaudi). La “parte lesa” sarebbe la Valsesia, nel nord del Piemonte, raffigurata – nella fiction – come cupa e deprimente. Contro il romanzo si sono scatenati sindaci, assessori regionali, enti di gestione della montagna italiana. All’unisono, rimproverano lo scrittore per il modo in cui ha raffigurato l’habitat sociale alpino: dopo averlo esaltato e celebrato in altri libri, ora si è permesso di criticarlo. Evidentemente, per i Guardiani dell’Ortodossia, la Montagna è una divinità sacra e venerabile, protetta da un dogma: deve restare Una e Santa, rappresentata sempre e solo come ineffabile tempio di virtù.
Quisquilie balorde? No: perché quello di Cognetti non è un trattato, è solo un romanzo. La virulenza dell’aggressione mediatica – purtroppo – ha spinto l’autore a scusarsi, con una lettera aperta pubblicata su un quotidiano: come se un romanziere non fosse più libero di inventare quello che vuole, bello o brutto che sia, senza preoccuparsi in anticipo dei possibili strali dell’Inquisizione. Se i grandi scrittori del passato avessero immaginato di doversi scusare ogni volta con la società che avrebbero rappresentato impietosamente, attraverso la loro opera, forse non avrebbero mai pubblicato nulla. E oggi non esisterebbe nessuna letteratura.
Francamente è difficile immaginare le scuse di Tolstoj, mai tenero con il sistema zarista. O quelle di Bukowski, spietato demolitore dell’American Dream. O ancora, per restare alla montagna italiana: qualcuno riesce a sognarsele, le scuse di Nuto Revelli, per aver tratteggiato le valli alpine come il desolato e infelicissimo Mondo dei Vinti? Magari, la sciagurata polemica scatenatasi attorno alla Valsesia aiuterà il romanzo di Cognetti, accrescendone la notorietà. Certo, il vulnus resta agli atti: chi pensava che il medioevo fosse finito da un pezzo dovrà ricredersi.
Il neo-feudalesimo imperante ora invade anche in campo della narrativa, la sua libertà che credevamo inviolabile per statuto, per definizione: nella convinzione che allo scrittore dovesse sempre essere concessa piena libertà di parola, anche per una questione di civiltà, di diritti non negoziabili e conquistati a caro prezzo a partire dal Secolo dei Lumi. Non è più così, evidentemente. O almeno, c’è chi vorrebbe che gli autori fossero meno liberi, possibilmente impauriti. E dunque d’ora in poi stiano ben attenti, i romanzieri, a quello che scriveranno.





