Oggi il quotidiano “La Repubblica ” dedica una intera pagina al generale Mori che annuncia l ‘uscita di una sua biografia con nome in codice “Unico”. È il seguito della epopea di generali scrittori come il libro del Generale Vannacci di cui non si ha notizia di nomi in codice e del dott. Mancini il cui nome in codice, riportato in una sua intervista su La7 ricorda un piatto della cucina romagnola.
Per la verità a fine anni “90 anche l’ammiraglio Martini pubblicò un libro con nome in codice “Ulisse”. Quel buontempone di Cossiga invece si faceva chiamare il “gatto sardo” con un suo libro “l abecedario “. È straordinario l’acume italico.
Cosa avrebbe potuto scrivere allora il Comandate Amedeo Guillet su cui gli inglesi misero una taglia durante la II guerra mondiale? E chi conosce le gesta del Generale Francesco De Martino, il più decorato ufficiale dell’ Esercito Italiano che le sue attività nel Corno d’Africa ed in Medio Oriente riducono a personaggio di operetta Lawrence d’Arabia?
Guillet e De Martino sono gli esempi che non siamo secondi ad alcuna agenzia del settore.
Ma oggi viviamo questi tempi. Ogni tanto si pensa alla vita di quel giovane ufficiale italiano che per conto di Rommel operò dietro linee inglesi e di cui non sapremo mai il nome.
Ci restano i libri. Ed in tal senso si tornerà a leggere e rileggere i libri di John Le Carrè e di Graham Greene che di Spie ne capivano perché forse lo erano loro stessi. Ma anche ritrovare in edicola i famosi Segretissimo, opuscoli narrativi di Spie e di donnine non proprio illibate o seguaci di Madre Teresa.
Si conclude con quanto affermava Cesare Ame’, su cui il sito della Sicurezza Nazionale offre una compiuta biografia, che chi fa’ questo mestiere “gioisce e soffre in silenzio ” e forse molti lo hanno dimenticato perché, in fondo, le spie “quelle vere” non esistono.
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