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I SERVIZI DI MOSCA NELL’ORDINE DI MALTA

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di Vito Sibilio

Allen Welsh Dulles, direttore dell’OSS, nelle sue memorie pubblicate nel 1967, racconta dei suoi negoziati segreti con i tedeschi che avevano occupato l’Italia nel 1943. Essi si tennero con il colonnello delle SS Karl Wolff, nazista per opportunismo e quindi fortunatamente atipico nella sua assenza di fanatismo e nel suo realismo politico. Dietro Wolff si intravedevano alcune figure di altissimo rilievo del regime tedesco: Heinrich Himmler, che non ha bisogno di presentazioni, Ernst Kaltenbrunner, suo vice e supervisore della GESTAPO, ed Heinrich Müller, capo di quell’organizzazione e patrono dell’SD, il servizio di informazioni nazista, a sua volta diretto da Walter Schellenberg. La trattativa tra Dulles e Wolff era quindi una trattativa con Himmler e Müller. Ma, siccome egli era al soldo dell’NKVD, Stalin sapeva perfettamente quello che accadeva tra Alleati e nazisti in Italia. E anche Dulles lo capì, significativamente evitando di fare qualsiasi indagine sul luogo da cui le informazioni riservate che lo riguardavano prendevano la via di Mosca. Del resto, Roma – dove tanti contatti si tennero clandestinamente – era piena di agenti sotto copertura dell’NKVD, a cominciare da Alexander Kurtna e Alighiero Tondi, che raccontavano a Mosca tutto quello che sentivano in Vaticano. Le trattative tra Dulles e i nazisti, com’è noto, salvarono l’Italia da una inutile devastazione finale, ma questo a noi ora non interessa.

Dulles ebbe a fianco a sé, dall’autunno del 1944 all’aprile del 1945, Luigi Perilli, uomo d’affari il cui patrigno era il grande imprenditore tessile Posch.  Perilli era cavaliere di Malta, cameriere segreto di Pio XII e in costante relazione con monsignor Giovanni Battista Montini. Perilli era anche in stretti rapporti con Rudolph Rahn, ambasciatore di Hitler presso la Repubblica Sociale Italiana. Perilli voleva che i tedeschi, ritirandosi, non facessero terra bruciata in Italia, per salvaguardare così il tessuto produttivo del paese e ovviamente i beni di famiglia. Convinto che, finita la guerra, Est e Ovest si sarebbero integrati in un nuovo ordine mondiale pacifico, Perilli era amico di Max Husmann, direttore di una grande scuola privata a Lucerna e persona assai vicina al Vaticano, ma anche di Ferruccio Parri, tra i massimi fautori di una intesa governativa stabile tra tutte le forze politiche che avevano fatto la Resistenza.

Quel che Perilli non sapeva era che nell’Ordine di Malta vi erano già tante spie infiltrate dell’URSS. L’Ordine, così ramificato e pervasivo, era uno strumento ideale per le manovre della Lubjanka. Vicino al Vaticano, poteva essere lo strumento per manipolare la Segreteria di Stato. Fu così che nel 1947 un diplomatico sovietico residente nel sedicesimo circondario di Parigi prese contatto col conte Michel de Pierredonne, ministro dell’Ordine di Malta in Francia, e gli propose di allacciare relazioni diplomatiche con l’URSS, in cambio della restituzione del patrimonio confiscato ai Cavalieri dopo la Rivoluzione di Ottobre, cosa per la quale Stalin in persona aveva ordinato di creare un ufficio apposito presso il Ministero degli Esteri dell’URSS. De Pierredonne ne parlò al suo superiore, il Gran Cancelliere dell’Ordine, il Conte Thun, che a sua volta inviò il Marchese Raffaello Travaglini a chiedere un parere a Pio XII, il quale sconsigliò di dare risposta alla richiesta sovietica.

Stalin allora prese un’altra strada. Massimo Caprara, segretario di Togliatti, offrì al Conte Thun un aiuto economico per le opere benefiche dell’Ordine, così da creare un debito di gratitudine. Ma il Conte non accettò. Fu così che si giunse alla sua sostituzione da responsabile della politica estera dell’Ordine. Infatti il Sovrano Ordine di Malta era già farcito di spie sovietiche.

Sintomatico il caso del barone Francesco Malfatti di Montetretto. Consigliere di legazione dell’Ordine di Malta ma anche legato alla Massoneria, vicino al movimento partigiano di ispirazione socialista ma anche informatore dell’OSS – a sua volta infiltrato dai sovietici – il Barone entrò nel Gruppo Bilderberg. Insomma, era un crocevia vivente di tutti gli orientamenti politici esistenti all’epoca, e sembra che la cosa non gli creasse particolari casi di coscienza. A quanto sembra, sua figlia Alessandra, fu vicina al PCI e agente dell’NKVD. Dal 1946 in poi, approfittando delle entrature paterne in Vaticano e in Europa, la ragazza poté smistare a Mosca un buon numero di informazioni preziose. Col passaporto diplomatico dell’Ordine, ella girò tutta l’Europa  a partire dal 1947, compresa quella oltre la Cortina di Ferro, e si fermò a lungo a Praga, dove venivano monitorate le vicende italiane. Queste frequentazioni pericolose allarmarono una parte consistente dei Cavalieri di Malta che diedero alle stampe, nel 1953, a Berna, un numero ristretto di copie di una inchiesta in 75 pagine, a cura di un Comitato per il rinnovamento morale dell’Ordine di Malta. Nel libretto, che è alla base di questa ricostruzione e di quelle in materia fatte da Daniele de Villemarest, erano indicati i nomi di quei Cavalieri che trescavano politicamente con Mosca e facevano vorticosamente girare fondi cospicui su conti riservati, movimentati dall’industriale Franco Marinotti. Erano il cancelliere Rangoni Macchiavelli, il Marchese Pallavicino, il conte Luciano Cattaneo Sedrano, il Conte Antonio Hercolani Fava Simonetti, l’amministratore Rossi. Sedrano era fratellastro della moglie del deputato comunista Aldo Natoli, a sua volta collaboratore di Aldo Assennato, sottosegretario al Commercio Estero in quota PCI dopo il 1945.

Fu Giambattista Montini ad avvisare il ministro dell’Ordine di Malta presso la Santa Sede, il Conte Pecci, del comportamento infedele dei Malfatti. La conseguenza fu che il Conte Thun, all’epoca ancora Gran Cancelliere, fece togliere a padre e figlia il passaporto diplomatico. Quel che avvenne dopo è sintomatico: Montini prese a lavorare nella sua sezione della Segreteria di Stato Malfatti padre e ottenne una nuova decorazione cavalleresca per lui. Era la sua maniera per cercare di acquisire contatti col mondo sommerso dell’NKVD. Se la figlia era fuori gioco, il padre vi era rientrato. Ad una cerimonia pubblica in San Pietro, alla quale partecipava per conto dell’Ordine, egli venne sarcasticamente salutato da un Cavaliere straniero che gli chiese notizie della salute del “Barone Togliatti”. Dopo essere stato ambasciatore in Francia, Malfatti divenne segretario generale della Farnesina e, in questa veste, redasse un inspiegabile rapporto nel quale, asserendo il falso, affermava che Moro, all’epoca prigioniero delle BR e di cui egli stesso era stato collaboratore, non conosceva segreti importanti dello Stato che potessero essere rivelati ai terroristi, manovrati dall’URSS. Il suo nome sarebbe poi stato ritrovato nelle liste della Loggia P2, il cui maestro venerabile, Licio Gelli, era agente doppio per Mosca dal 1944.

Il referente politico del giro di Malfatti nella galassia comunista era stato Celeste Negarville, comunista di ferro, che lavorava indefessamente dal 1945, per conto dell’NKVD, per fare dell’Ordine di Malta una piattaforma di lancio per le iniziative sovietiche. Era stato tramite lui che al PCI era arrivato un ordine segreto di Mosca: far reclutare dall’Ordine dei giovani Cavalieri Magistrali favorevoli all’URSS e far partecipare all’operazione industriali italiani accreditati presso il Partito. Questo, a tre settimane dalle elezioni fatidiche del 1948. Il risultato era stato quello che abbiamo veduto, ossia la nascita della cordata Malfatti. Fu ancora Negarville a cercare di far entrare nell’Ordine alcuni generali che avevano avuto a che fare con le milizie comuniste, favorendole durante la Resistenza. Fu il caso del generale Gianantoni, già repubblichino, che divenne consigliere per la politica estera dell’Ordine, dopo la fine del cancellierato del Conte Thun. O quello del generale dei Carabinieri Angelo Cerica, massone e poi deputato DC. Negarville era talmente legato all’Ordine, che qualche fonte gli attribuisce erroneamente il titolo comitale.

La consapevolezza che l’Ordine era saturo di infiltrati sovietici e che quindi avrebbe potuto sbandare religiosamente, fece sì che Pio XII, alla morte del gran maestro Ludovico Chigi Albani Della Rovere, avviasse una istruttoria che chiarisse il rapporto tra Ordine e Vaticano, nel 1951, affidandola a una Commissione Cardinalizia, prima di intervenire personalmente. Manlio Ganzoni difese allora la sovranità dei Cavalieri nientemeno che da Paese Sera. Il generale Cerica, dal di dentro dell’Ordine, chiese nel 1952 la separazione dalla Chiesa, facendo eco alla gazzarra che il Grande Oriente di Francia faceva nello stesso anno contro Pio XII, reo, ai suoi occhi, di voler assoggettare il mondo, dato il ruolo determinante che aveva avuto nell’assicurare la vittoria della DC nel 1948 salvando così l’Italia dalla dominazione sovietica o dalla guerra civile. La sentenza della Commissione Cardinalizia arrivò nel 1953 e stabilì che l’Ordine era sottoposto alla Santa Sede in quanto tale, per cui la sua sovranità era del tutto accessoria in relazione alla sua natura specifica, ossia quella religiosa. I cavalieri decisero di non darsi più un Gran Maestro fino a quando la sovranità dell’Ordine non venisse ribadita. Divenne allora Luogotenente Generale proprio Antonio Hercolani Fava Simonetti fino al 1955 e poi Ernesto Paternò Castello di Carcaci, fino al 1962, quando, ribadita la sovranità melitense dalla Santa Sede, venne eletto gran maestro il candidato di quest’ultima, Angelo de Mojana di Cologna.

Ci vollero vent’anni per districare il Sovrano Ordine di Malta dagli intrighi in cui l’URSS l’aveva messo. Una sorta di coda si ebbe quando, alla caduta del comunismo, in Russia sorse l’Ordine Sovrano Militare e Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta. La sua storia ce la raccontò Alexej Chelnokov, giornalista russo specializzato in servizi segreti. Esso non era solo uno dei dodici cloni dell’autentico Sovrano Militare Ordine dei Cavalieri Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, poi di Rodi, poi di Malta, farlocchi sparsi qua e là, ma un organismo che pretendeva di riallacciarsi a quell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme che, mentre l’Europa era nella tormenta della Rivoluzione Francese, lo zar Paolo I aveva rifondato nel 1797 per mandarlo a combattere contro Turchi e Giacobini, dopo che gli inglesi lo avevano sloggiato da Malta. Il Papa non aveva ovviamente riconosciuto un Gran Maestro ortodosso, ma il Gran Priorato di questa versione ortodossa dell’Ordine cattolico funzionò fino al 1917. Ora, nel 1992, Boris Eltsin decise di riallacciare relazioni diplomatiche con l’Ordine vero, senza che questo suscitasse alcuna protesta in quello russo, cosa di per sé assai strana. In verità quest’ultimo era rinato dalla convergenza parallela di tre interessi molto diversi: quello della Chiesa Ortodossa Russa, che temeva l’espansionismo delle attività umanitarie cattoliche imperniate sugli Ordini cavallereschi; quello dei servizi segreti, che cercavano piattaforme di lancio in Occidente e per irretire il presidente Eltsin imponendogli come successore Vladimir Putin; quello della mafia di Solntsevo, la più potente di Mosca, con affari ramificati in USA, Canada, Francia e Spagna. Il capo dell’Ordine di Malta russo era una creatura dei servizi russi, Vladimir Pavlenko, che sposò una esponente dei Chodron de Courcel, la famiglia della moglie di Jacques Chirac. Pavlenko divenne così cittadino francese e venne reclutato dalla DGSE, il servizio estero francese. Rientrato in patria, Pavlenko decise di commerciare in metalli non ferrosi e pietre preziose, un settore controllato da Alexandre Averine, boss di Solntsevo, con cui quindi dovette venire a patti. O volle venire a patti. Pavlenko si diede un collaboratore nel francese Jacques Masson. I due frodarono il noto oligarca e politico Eugeny Potanin, creando i presupposti per farlo ricattare dal gruppo che caldeggiava l’ascesa politica di Putin, perché non la intralciasse. Pavlenko e Masson allacciarono poi rapporti con Umberto Ortolani, già Gentiluomo di Sua Santità, massone della P2 e braccio destro di Licio Gelli,  e all’epoca, in quanto cavaliere, ambasciatore dell’Ordine di Malta – quello vero – presso l’Uruguay. A quanto sembra, una certa frangia dell’Ordine autentico, infiltrata fradicia da massoni travestiti da agenti sovietici e da agenti sovietici travestiti da massoni, era pronta all’intesa con Pavlenko. Una massoneria a soffietto che ben conosceva anche Papa Francesco quando, ancora nel 2016, scrisse al Cardinale Patrono dell’Ordine, Edmund Burke, raccomandando che esso fosse preservato dalle infiltrazioni dei Liberi Muratori.

Fu proprio Putin a frenare le eccessive ambizioni dell’Ordine di Pavlenko, quando andò al potere. Delle pretese di farne un Ordine sovrano, avanzate dal fondatore davanti ad Eltsin, non si parlò più. L’Ordine rimase solo uno strumento da usare all’occorrenza per impedire un eccessivo avvicinamento della Chiesa Ortodossa Russa al Vaticano e mantenerla così sotto lo stretto controllo del Cremlino. In tal senso è assai significativo che nel 2019 il gran maestro dell’Ordine di Malta, quello vero, ossia Giacomo Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto, espresse l’auspicio di poter visitare la Russia, dati i legami storici tra i suoi cavalieri e lo zar Paolo, da lui esplicitamente riconosciuto quale suo predecessore nel Gran Magistero. Un modo per abbattere i muri ma anche, forse, di subire altri condizionamenti. Forse è proprio per questo che nel 2023 Papa Francesco è riuscito a far varare una riforma profondamente religiosa dell’Ordine melitense, a dispetto di quella fazione tedesca, neomodernista, globalista e farcita di agenti di tutti i servizi del mondo, che pure fino a qualche anno prima, non conoscendola, aveva di fatto appoggiato. Ma questa è altra storia.

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  • Redazione

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