L’Iran saprà approfittare della situazione?
Dopo 23 anni da quando bandiere a stelle e strisce furono issate ovunque in Iraq, quel Paese non avrà più soldati americani sul suo territorio.
Donald Trump, vestito da pacificatore, ha annunciato di voler completare il ritiro delle truppe americane, concordato nel 2024.
La guerra con cui gli USA decisero di rispondere all’attacco dell’11 settembre, per intimorire il terrorismo arabo e conquistare alla sua politica uno Stato arabo, si è rivelata, negli anni, una delle peggiori sconfitte americane dopo il Vietnam.
Iniziata in ossequio alla dottrina Bush dell’attacco preventivo, non ha permesso agli USA di realizzare nessuno dei due obiettivi.
Quando George W. Bush, dopo aver inserito l’Iraq nella lista degli Stati canaglia, autorizzò l’attacco, ebbe il supporto della Storia.
Quando il generale Powell mostrò all’assemblea dell’ONU la famosa provetta a supporto dell’ipotesi americana che Saddam Hossein possedesse armi chimiche di distruzione di massa molti furono disposti a credergli, ricordando che in passato il dittatore aveva utilizzato armi di quella specie, come nella guerra Iran – Iraq, dove fece largo uso di iprite, tabun e sarin, o come nel massacro della città curda di Halabja dove, con gli stessi mezzi uccise alcune migliaia di persone in gran parte civili, ma erano tutti episodi degli anni 80.
Dopo la prima guerra del Golfo, persa dall’Iraq, l’ONU aveva imposto a Hussein il disarmo, che si protrasse per tutti gli anni 90, dato l’atteggiamento ostruzionistico del regime di Bagdad.
Quando la “Coacilling of the Willing”, la Coalizione dei volenterosi, invase l’Iraq nel 2003, per quella che fu denominata “Operazione Iraqi Freedom”, le armi chimiche di distruzione di massa non furono mai trovate, semplicemente perché non c’erano, come accertò successivamente l’Iraq Survey Group.
Ci aveva visto lungo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che non autorizzò la guerra, che gli americani decisero di combattere comunque, con un atto di ribellione all’alleanza.
Della coalizione facevano parte americani e inglesi, che agirono con il supporto, anche se solo politico e logistico di italiani e spagnoli.
Russi, tedeschi e francesi formarono il fronte del “No alla guerra”, favorevoli alla continuazione delle ispezioni ONU.
Gli Stati Uniti arrivarono in Iraq con gran clamore di armi e bandiere ma, nonostante il dispendio di uomini e mezzi, non “conquistarono” mai completamente l’Iraq, né riuscirono in nessuno dei loro intenti.
Anzi, la guerra portò alla caduta del regime di ispirazione sunnita di Saddam Hussein, ma privò anche il MO di un argine al regime sciita dell’Iran, che trovò, nel successivo governo iracheno, maggioranza sciita, un valido alleato e nel disciolto esercito iracheno un bacino di manodopera a basso costo per i gruppi terroristici.
Centinaia di ufficiali e migliaia di soldati, già sufficientemente addestrati e rimasti senza un sostentamento, trovarono in al-Qaeda e, successivamente, nell’Isis una nuova collocazione.
Lungi dal realizzare la “esportazione della democrazia” più volte auspicata dagli americani, quella guerra ha portato una frattura nella NATO e nel fronte europeo, che ha pesato in molte scelte successive e l’espansione del fronte sciita in MO, con un rafforzamento dell’Iran, che ha potuto permettersi di organizzare e supportare il terrorismo palestinese per combattere il suo nemico storico: Israele.
Proprio, nel bel mezzo di una guerra contro l’Iran, che gli americani combattono insieme agli israeliani, arriva la conclusione del ritiro USA dall’Iraq.
Arriva in un momento che vede tutte le basi americane in MO danneggiate o distrutte, il suo sistema radar messo fuori uso e una situazione che non vede soluzione.
La ritirata appare, quindi, come un’ulteriore sconfitta sul campo degli Stati Uniti.
Di fatto, al di là dei discorsi trionfalistici di Trump, gli americani lasciano l’Iraq alla piena alleanza con l’Iran, se non al controllo di quest’ultimo.
L’Iraq non è importante per la guerra in Iran che, probabilmente, non sarà mai boots on the groud, ma esclusivamente aeronautica e non ha più il rilievo di una volta nemmeno per l’Iran, che, comunque, con la perdita della Siria, non ha più la continuità territoriale con le sue truppe terroristiche di Hamas e Hezbollah.
Rimane il fatto che in un momento in cui la presenza e l’influenza degli USA in MO è messa pesantemente in discussione, abbandonare un territorio non sa certo di vittoria e non rafforza gli USA in una trattativa di pace con l’Iran, che, in questo momento, registra uno stallo totale e presenta posizioni già difficilmente conciliabili.





