Washington e Pechino si contendono l’influenza nel Sud-est asiatico
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe partecipare al vertice dell’ASEAN in programma a Manila dal 16 al 18 novembre.
Secondo quanto riferito dal South China Morning Post, il suo staff starebbe definendo l’itinerario e gli incontri bilaterali collegati al summit. La Casa Bianca, tuttavia, non ha ancora confermato ufficialmente la presenza del presidente.
Se il viaggio venisse confermato, si tratterebbe della seconda partecipazione consecutiva di Trump a questo importante appuntamento diplomatico durante il suo attuale mandato.
La sua presenza assumerebbe un forte valore politico, in una fase caratterizzata dalla crescente competizione tra Stati Uniti e Cina per l’influenza economica, diplomatica e strategica nel Sud-est asiatico.
Il summit si terrà nelle Filippine, che nel 2026 hanno assunto la presidenza dell’ASEAN. Manila occupa una posizione particolarmente delicata: è un alleato degli Stati Uniti in virtù di un trattato di difesa, ma mantiene al tempo stesso relazioni economiche significative con Pechino ed è coinvolta nelle controversie territoriali sul Mar Cinese Meridionale.
Tale doppia dimensione conferisce al vertice un’importanza speciale per entrambe le potenze. Washington punta a rafforzare i propri impegni di sicurezza nella regione, mentre Pechino cerca di consolidare il ruolo della Cina come principale partner commerciale e interlocutore economico dei Paesi dell’ASEAN.
Un rapporto dell’ISEAS – Yusof Ishak Institute di Singapore evidenzia il mutamento delle percezioni tra le élite del Sud-est asiatico: il 52% degli intervistati ha indicato la Cina come partner prioritario dell’ASEAN per il futuro, contro il 48% che ha scelto gli Stati Uniti.
Secondo il rapporto, sarebbe la terza volta negli ultimi anni che Pechino supera Washington in questa rilevazione.
Il sondaggio segnala inoltre una diffusa preoccupazione nei confronti dell’amministrazione Trump. Il 51,9% degli intervistati ha indicato “gli Stati Uniti sotto Trump” come l’evento geopolitico più preoccupante per il proprio governo, una percentuale leggermente superiore a quella relativa alle frodi globali, pari al 51,4%.
Le preoccupazioni risultano particolarmente marcate a Singapore, dove il 76,8% degli intervistati considera l’amministrazione Trump una delle principali fonti di ansia. Le percentuali sono elevate anche in Indonesia e nelle Filippine, rispettivamente al 67,8% e al 50%.
La dimensione economica sembra avere un peso crescente nelle valutazioni dei Paesi dell’ASEAN. Secondo il rapporto, sanzioni, dazi e altre misure commerciali hanno sostituito l’intervento militare come principale fonte di preoccupazione legata agli Stati Uniti.
Il 43,4% degli intervistati ha indicato proprio le pressioni economiche e commerciali come la minaccia maggiore.
Il timore è particolarmente diffuso nelle economie più orientate all’export, tra cui Vietnam, Filippine e Singapore, dove la quota degli intervistati preoccupati si aggira intorno al 50%, infatti per molti governi della regione, l’incertezza sulle politiche commerciali statunitensi rappresenta un rischio concreto per la crescita e la stabilità economica.
La Cina è il principale partner commerciale dell’ASEAN da 17 anni consecutivi e nel 2025 l’interscambio bilaterale avrebbe superato i 1.000 miliardi di dollari, con una crescita del 7,4% rispetto all’anno precedente.
Pechino ha inoltre firmato documenti di cooperazione nell’ambito della Belt and Road Initiative con tutti e dieci i Paesi dell’ASEAN e raggiunto con otto di essi un’intesa sulla costruzione di una comunità dal futuro condiviso.
Questi legami economici rafforzano la capacità della Cina di esercitare influenza nella regione, anche se non implicano necessariamente un pieno allineamento politico dei governi del Sud-est asiatico.
Gli Stati Uniti mantengono tuttavia un vantaggio significativo nel settore della sicurezza e della difesa. Nel maggio 2026, il segretario di Stato Marco Rubio avrebbe annunciato un piano di investimenti da 2,5 miliardi di dollari nell’ASEAN, durante la riunione dei ministri degli Esteri dell’organizzazione a Manila.
In quell’occasione, Rubio ha dichiarato che l’iniziativa risponde agli interessi statunitensi nella regione, aggiungendo che “la storia del XXI secolo si scriverà in questa regione” e tali parole sono state interpretate come un segnale della volontà americana di mantenere il proprio ruolo strategico nel Sud-est asiatico.
Al tempo stesso, alcuni cambiamenti nella politica estera di Washington hanno alimentato dubbi sulla prevedibilità degli impegni statunitensi: il passaggio da una forte enfasi sulla strategia indo-pacifica a una maggiore attenzione all’emisfero occidentale avrebbe suscitato interrogativi tra i Paesi dell’ASEAN sulla continuità della presenza americana in Asia.
Le Filippine rappresentano con particolare chiarezza il difficile equilibrio tra sicurezza ed economia. Manila è sì un alleato degli Stati Uniti, ma la Cina è uno dei suoi principali partner commerciali.
Gli scambi bilaterali tra i due Paesi avrebbero superato gli 80 miliardi di dollari, mentre Pechino è la principale fonte delle importazioni filippine e uno dei principali mercati di esportazione.
Per questo motivo, l’amministrazione del presidente Ferdinand Marcos Jr. ha intensificato la cooperazione in materia di difesa con Washington, cercando contemporaneamente di mantenere aperti i rapporti con Pechino nei settori del fotovoltaico, dei veicoli elettrici e delle tecnologie di accumulo dell’energia.
La situazione delle Filippine riflette quella di molti altri Paesi dell’ASEAN: la sicurezza dipende in larga misura dagli Stati Uniti, mentre l’economia è sempre più legata alla Cina.
Di conseguenza, le élite regionali sembrano adottare un approccio pragmatico, evitando di schierarsi completamente con una delle due potenze.
Il vantaggio cinese emerso dal sondaggio appare quindi più come il risultato delle preoccupazioni suscitate dalle politiche statunitensi che come una prova di pieno consenso verso le intenzioni strategiche di Pechino.
I governi del Sud-est asiatico sembrano voler preservare la propria autonomia, sfruttando i rapporti con entrambe le potenze senza rinunciare alla libertà di manovra.
Per Trump, una partecipazione personale al vertice di Manila costituirebbe un’importante dimostrazione dell’impegno americano verso l’Asia durante il suo secondo mandato.
Tuttavia, la visita difficilmente basterebbe da sola a invertire il malcontento espresso da una parte delle élite regionali.
La credibilità di Washington dipenderà soprattutto dalla capacità di offrire una politica coerente, prevedibile e continuativa.
Nel Sud-est asiatico, le strette di mano e le dichiarazioni solenni conteranno meno della concretezza degli impegni economici e di sicurezza e per gli Stati Uniti, la sfida sarà quella di dimostrare di voler restare nella regione non soltanto quando la competizione con la Cina raggiunge il suo apice, ma anche nel lungo periodo.


Carlo Marino, Ph.D., Journalist Stampa Estera. Direttore Scientifico della Collana di linguistica, Storia e Antropologia Eurasiatica - De Frede Editore Napoli. Il Faro di Roma, Sala Stampa Santa Sede. Correspondent of European News Agency. Reporters.de. AgoraVox.fr, Nuovo Giornale Nazionale, Eurasiaticanews.eu, La Maschera di Tespi, De Regimine Litterarum. Scrittore.


