Si punta a sbloccare le crisi geopolitiche internazionali
Premessa – Mentre la crisi iraniana non sembra trovare una soluzione negoziale, il conflitto in Ucraina continua, il Medio Oriente manifesta pericolose fibrillazioni, e nell’Indo Pacifico gli alleati strategici americani – Giappone, Corea del Sud e Filippine in primis – temono gli effetti di un presunto imminente disimpegno militare graduale statunitense in quel quadrante; gli occhi degli analisti internazionali sono concentrati nel cercare di comprendere l’esito dell’imminente incontro a Washington tra Trump e Xi Jinping.
Sia i media statunitensi che cinesi concordano sostanzialmente nell’affermare che entrambi i leader cercheranno di rafforzare la stabilità commerciale e conseguire possibili e parziali successi economici che, tuttavia, potrebbero essere compromessi da un acceso dibattito sull’intelligenza artificiale, nonché dalle mutevoli tariffe statunitensi e dalle sanzioni legate alla guerra con l’Iran.
Appare molto probabile, ascoltando le dichiarazioni provenienti da Pechino e da Washington, che entrambi i leader desiderino fortemente prolungare e possibilmente rafforzare la cd tregua commerciale, anche se la “guerra sotterranea” tra queste due super potenze non sembra fermarsi. Ricordiamo che questo storico vertice si svolge a meno di sei settimane dalle elezioni statunitensi e, secondo diversi media americani, il consenso della popolazione a favore di Trump, con particolare riferimento al crescente costo della vita, sarebbero ai minimi storici.
In altri termini, Trump ha bisogno di conseguire da questo vertice un risultato positivo sul piano economico e commerciale da poter esibire sul piano interno.
Non appare pertanto casuale che il Segretario del Tesoro Scott Bessent, in un’intervista rilasciata lunedì a “Squawk Box” della CNBC, ha lanciato segnali positivi, ribadendo che l’Amministrazione nutre grandi aspettative sull’esito del vertice, confidando di ottenere risultati positivi sotto il profilo politico commerciale.
In tale contesto, dopo aver analizzato una notevole mole di analisi e articoli sulla tematica, vi propongo alcuni spunti di riflessione che, credo, possono aiutarci a meglio comprendere i contorni e le principali criticità alla base di questo incontro storico tra i vertici delle due principali super potenze mondiali.
Come vedremo, la tematica strategica della leadership sulla Intelligenza Artificiale, sembra rappresentare uno dei principali dossier, tra i più delicati, che verranno discussi tra le due delegazioni di vertice a Washington.
Inoltre, uno sguardo lo poseremo anche sull’Europa, sulle ricadute dell’incontro tra le due super potenze, nonché sulle scelte che Bruxelles sarà chiamata a compiere anche in questo comparto così delicato e strategico rappresentato proprio dallo sviluppo del comparto dell’ intelligenza artificiale.
Le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, la guerra sotterranea e possibili previsioni di breve termine
Merita ricordare che la guerra commerciale dirompente dello scorso anno ha visto le due superpotenze economiche innalzare i dazi doganali sulle merci dell’altra a livelli vertiginosi: i dazi statunitensi sulle importazioni cinesi avevano raggiunto il 145% al culmine della disputa, mentre i dazi di ritorsione di Pechino erano arrivati al 125%.
Tali tariffe erano state ridotte nel maggio 2025 dopo che i negoziatori commerciali in Svizzera avevano raggiunto un accordo temporaneo, prorogato a metà agosto.
Successivamente, Trump e Xi nel loro incontro a Busan, avevano ridotto ulteriormente le loro misure commerciali di ritorsione.
Ricordiamo infatti che a seguito di tali accordi la Cina ha accettato di sospendere i controlli sulle esportazioni di terre rare e di acquistare prodotti agricoli statunitensi, mentre gli Stati Uniti hanno ridotto alcune tariffe e sospeso altre misure di ritorsione commerciale.
L’accordo scadrà il 10 novembre, una settimana dopo le elezioni statunitensi, salvo proroga.
Tuttavia, e nonostante il raffreddamento delle tensioni, entrambi i paesi continuano a imporre dazi elevati sulle merci dell’altro, come dimostrano diverse analisi.
A luglio, l’aliquota tariffaria effettiva del 22,8% sui prodotti cinesi era la più alta tra i principali partner commerciali degli Stati Uniti, con le importazioni di acciaio e alluminio soggette ai dazi più elevati, secondo il Penn Wharton Budget Model dell’Università della Pennsylvania.
La stima del Congressional Research Service è ancora più alta, calcolando l’aliquota tariffaria media statunitense sui prodotti cinesi a luglio intorno al 36,5% , contro il 31% applicato da Pechino alle merci statunitensi.
Nel 2025, gli scambi commerciali tra Stati Uniti e Cina sono scesi drasticamente, con un calo del volume totale degli scambi di beni pari a quasi il 30% rispetto all’anno precedente, e i primi sette mesi del 2026 hanno mostrato un ulteriore declino.
Ciononostante, Pechino rimane un importante partner economico di Washington, secondo solo a Messico e Canada. Fino al 2019, la Cina era il principale partner commerciale degli Stati Uniti.
In tale cornice, non dimentichiamo che il deficit commerciale di beni tra Stati Uniti e Cina quest’anno malgrado sia inferiore rispetto allo stesso periodo del 2025, rimane tra i più alti al mondo, attestandosi a circa 91,2 miliardi di dollari .
Secondo gli analisti di Bank of America Global Research, in una nota ai clienti della scorsa settimana, un’estensione di un anno della tregua commerciale rappresenta “lo scenario di base”.
In tale cornice, è possibile affermare che la maggioranza degli analisti internazionali, cinesi e americani inclusi, ritengono che sia Trump che Xi “sembrano puntare a piccoli vantaggi e ad evitare il conflitto”.
In merito, Ryan Hass, direttore del John L. Thornton China Center della Brookings Institution, ha affermato che: “Prevediamo progressi limitati in altri ambiti, anche per quanto riguarda la prospettiva di ampliare l’accesso ai semiconduttori avanzati o di modificare i controlli sulle esportazioni attualmente in vigore. Questo precario equilibrio si mantiene perché assolve a due funzioni per entrambi i leader. In primo luogo, permette a entrambi di segnalare ai propri cittadini di avere la situazione sotto controllo con il principale rivale geopolitico. In secondo luogo, dà a entrambi il tempo e lo spazio necessari per ridurre la dipendenza e la vulnerabilità dell’altro”.
Lunedì mattina Bessent sembra aver confermato alcune di queste previsioni, dichiarando alla CNBC: “Penso che manterremo” la tregua sui dazi.
https://abcnews.com/US/wireStory/trump-xi-tensions-flare-ai-trade-iran-seek-136640291
https://www.foxnews.com/video/6405382276112
https://edition.cnn.com/2026/09/20/business/us-china-trade-talks-ai-intl-hnk
https://www.atlanticcouncil.org/dispatches/what-to-expect-at-the-trump-xi-summit-in-washington/
Mentre Stati Uniti e Cina dialogano, le potenze di medio livello si contendono la posizione
I giornalisti Dang Yuan e Wesley Rahn, entrambi operanti nella Direzione Asia della Deutsche Welle (DW), hanno redatto un report decisamente meritevole di attenzione perché nell’ambito delle relazioni sino americane vengono evidenziate alcune criticità che investono direttamente la Germania e quindi l’intera Europa.
In merito vi propongo unicamente brevi stralci, lasciandovi la lettura completa nel link in descrizione.
Mentre Xi Jinping e Donald Trump si incontrano questa settimana nella capitale statunitense, Washington, si nutrono le speranze che i colloqui possano portare a progressi nell’attenuare la guerra commerciale in corso, avviata dal presidente americano.
Mikko Huotari, direttore del think tank berlinese MERICS ha dichiarato recentemente che: “A Pechino si parte dal presupposto, ed è così che operano, che Cina e Stati Uniti si terranno reciprocamente sotto controllo nel prossimo futuro. Xi non ha bisogno di una svolta decisiva a Washington. Ha bisogno di più tempo. E lo stesso vale per Washington. Ci troviamo quindi in una situazione di stallo strategico, che credo sia la descrizione migliore di ciò che vediamo attualmente”.
Cooperazione sull’intelligenza artificiale?
Pechino e Washington sono in competizione su più fronti, e questa rivalità è particolarmente rilevante nel campo dell’intelligenza artificiale (IA).
Il governo statunitense vieta l’esportazione di chip ad alte prestazioni verso la Cina. Pechino, a sua volta, limita l’esportazione di elementi delle terre rare, indispensabili per la produzione di semiconduttori.
Tra le preoccupazioni relative ai pericoli di un’intelligenza artificiale non regolamentata, si prevede che Xi e Trump discuteranno di possibili meccanismi di controllo per l’IA durante i loro colloqui.
Xi ha auspicato una cooperazione internazionale nello sviluppo dell’IA, mentre Trump vede la sua regolamentazione come una minaccia alla leadership statunitense in questo campo.
Dopo l’incontro di domenica a New York con il vice primo ministro cinese He Lifeng, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato che funzionari statunitensi e cinesi hanno già discusso della creazione di un “meccanismo di notifica” per condividere informazioni sugli incidenti di sicurezza legati all’intelligenza artificiale.
Lo “shock cinese” in Europa
Dal punto di vista europeo, sia la Cina che gli Stati Uniti sono attualmente considerati partner difficili.
Il secondo “shock cinese… è già qui” in Europa, ha affermato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 2026, la scorsa settimana.
Il primo “shock cinese” si verificò 25 anni fa, innescato dall’adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), quando i prodotti a basso costo “Made in China” iniziarono a invadere i mercati globali.
Il secondo motivo deriva dal progresso tecnologico della Cina in settori quali la tecnologia delle batterie, le energie rinnovabili e la mobilità.
“Si manifesta nelle nostre comunità e nelle fabbriche di tutta l’Unione. Porta alla deindustrializzazione nei centri industriali d’Europa. Questa situazione è insostenibile”, ha affermato von der Leyen nel suo discorso.
L’UE punta a una rapida transizione verso la mobilità elettrica e vuole ridurre drasticamente le emissioni di CO2 derivanti dal traffico stradale. Allo stesso tempo, Bruxelles chiede l’imposizione di dazi aggiuntivi sulle auto elettriche a basso costo provenienti dalla Cina, poiché quest’ultima gode di un vantaggio competitivo grazie a veicoli più economici e a ingenti sussidi governativi.
La Cina nega di godere di un vantaggio sleale, e anche le case automobilistiche tedesche VW e BMW si oppongono ai dazi punitivi a causa delle potenziali perdite di fatturato derivanti dalle misure di ritorsione cinesi.
Trump fa pressione sull’UE riguardo alla Cina, ma anche sul commercio e sulla sicurezza.
“Nel contesto della continua escalation della rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina, gli Stati Uniti esortano costantemente i propri alleati a inasprire le restrizioni nei confronti della Cina nei settori della tecnologia, delle catene di approvvigionamento e della sicurezza”, ha affermato Yang Xiepu, direttore del Centro per la cooperazione sino-tedesca presso l’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS).
Allo stesso tempo, Trump minaccia frequentemente l’UE con dazi doganali, seminando instabilità nell’alleanza strategica della NATO.
Quando la scorsa settimana l’UE ha offerto al Canada lo status di “membro associato”, Trump ha ventilato la possibilità di nuove misure punitive da parte degli Stati Uniti.
Sebbene Carney avesse espresso interesse , Trump ha definito l’idea “ridicola”. “Se ritengo che si tratti in qualche modo di un atto ostile, imporrò dazi molto severi o interromperò gli scambi commerciali con l’Europa su molti prodotti”, ha dichiarato Trump, senza specificare cosa consideri “ostile” nei rapporti tra UE e Canada.
La corsa all’intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Cina sta cambiando le carte in tavola per Taiwan
Sherry Hsiao, analista presso il prestigioso Council on Foreign Relations ci aiuta a comprendere come la tematica dell’Intelligenza Artificiale potrebbe essere non solo la tematica cruciale dei prossimi incontri di vertice sino-americani, ma anche come questa disputa possa incidere sul futuro di Taiwan
Il presidente cinese Xi Jinping e il presidente statunitense Donald J. Trump si stanno per incontrare a Washington.
Durante l’incontro tra i due leader a Pechino a maggio, la Cina ha posto le relazioni con Taiwan al centro dei colloqui.
Prima che Trump lasciasse la Grande Sala del Popolo, dove si stavano svolgendo i colloqui bilaterali, i media statali cinesi hanno riferito che Xi aveva messo in guardia contro un possibile conflitto in caso di gestione inadeguata della “questione di Taiwan”, definendola “la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti”.
L’intelligenza artificiale (IA) sarà probabilmente in cima all’agenda dell’incontro tra Trump e Xi.
Ma, che i responsabili politici statunitensi se ne rendano conto o meno, troveranno sempre più difficile separare la competizione con la Cina per il dominio globale dell’intelligenza artificiale dalla questione dello Stretto di Taiwan.
Competizione sull’intelligenza artificiale
La corsa all’intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Cina sta cambiando l’importanza di Taiwan meno per Pechino che per Washington.
Molto prima che i modelli linguistici avanzati iniziassero a far parlare di sé, la Cina considerava Taiwan parte integrante del progetto della cosiddetta “grande rinascita della nazione cinese”. Xi Jinping ha legato la sua eredità personale alla garanzia che Taiwan passi sotto il dominio del Partito Comunista Cinese durante la sua vita.
L’interesse di Pechino per l’unificazione con Taiwan esiste indipendentemente e a prescindere da qualsiasi beneficio economico razionale che l’isola possa apportare.
Inoltre, vi sono segnali che indicano come la Cina dia già per scontato di dover costruire la propria industria nazionale dell’intelligenza artificiale senza l’aiuto delle capacità di produzione di chip di Taiwan.
Le autorità di regolamentazione cinesi stanno già valutando controlli più severi sullo sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale nazionali. Tra queste, una proposta per impedire alle aziende locali, come Huawei, Alibaba e ByteDance, di utilizzare società estere – tra cui la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) – per la produzione dei loro chip semiconduttori avanzati.
Se le ambizioni di Xi nei confronti di Taiwan fossero davvero motivate dal desiderio di impadronirsi della capacità produttiva di chip avanzati dell’isola, gli sforzi della Cina per svincolare la sua industria dell’intelligenza artificiale dai fornitori taiwanesi, sarebbero in contrasto con tale obiettivo.
Per gli Stati Uniti, tuttavia, l’importanza strategica di Taiwan è cresciuta con l’intensificarsi della competizione con la Cina nel campo dell’intelligenza artificiale.
La filiera di fornitura di hardware per semiconduttori dell’isola è indispensabile per la crescita dell’industria dell’IA negli Stati Uniti. La piattaforma Vera Rubin di nuova generazione di Nvidia , progettata per gestire carichi di lavoro di IA, si affida a 150 partner della catena di fornitura a Taiwan.
Il suo concorrente, il sistema di IA Helios di AMD , si affida a società con sede a Taiwan, tra cui Advanced Semiconductor Engineering, Siliconware Precision Industries, Wiwynn, Wistron e Inventec. Anche OpenAI si è rivolta a TSMC per la produzione di Jalapeño , il suo primo chip per IA progettato internamente in collaborazione con Broadcom.
Nonostante gli sforzi dell’amministrazione Trump per riportare la produzione di chip avanzati negli Stati Uniti, tali sforzi potrebbero non procedere con la rapidità necessaria. Trump ha affermato di aspettarsi che gli Stati Uniti rappresentino il 50% del mercato della produzione di chip entro la fine del suo attuale mandato nel 2029, citando gli importanti impegni di TSMC in Arizona.
Tuttavia, dato il rapido ritmo di sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale e i vincoli fisici all’espansione, tra cui la carenza di manodopera e di acqua, potrebbe non essere realistico aspettarsi che gli investimenti taiwanesi nella produzione manifatturiera americana facciano una differenza significativa prima che la competizione tra Stati Uniti e Cina nel campo dell’IA raggiunga una fase decisiva.
La Cina sta colmando il divario
Da maggio, l’industria cinese dell’IA sembra aver ridotto il divario con i modelli all’avanguardia dei principali laboratori di intelligenza artificiale statunitensi. Il lancio del nuovo modello Kimi K3 da parte della startup cinese di IA Moonshot AI a luglio ha scosso Washington, Wall Street e la Silicon Valley.
Pur essendo accusati di semplificazione eccessiva, i modelli cinesi open-weight si stanno affermando come un’alternativa competitiva e a basso costo in un momento in cui i dirigenti aziendali si rendono conto che l’implementazione di soluzioni di IA aziendali rappresenta un costo sempre più elevato.
Si ritiene generalmente che il vantaggio degli Stati Uniti nell’intelligenza artificiale si misuri non in anni, ma in mesi, sebbene la reale entità di tale divario rimanga difficile da valutare. Alcuni esperti sostengono che il divario sarebbe minore se la Cina avesse accesso a una maggiore potenza di calcolo.
In quest’ottica, la capacità degli Stati Uniti di contare su una fornitura costante di chip da Taiwan nel breve termine sarà fondamentale. Ciò rende Taiwan non solo un partner strategico sempre più importante, ma anche un punto debole, sia per gli Stati Uniti che per qualsiasi vantaggio in termini di produttività economica, scoperte scientifiche o vantaggio militare che sperano di ottenere grazie all’intelligenza artificiale.
È pertanto nell’interesse della sicurezza nazionale degli Stati Uniti garantire che Taiwan rimanga una regione stabile, sviluppando al contempo piani alternativi per rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento e resistere a eventuali interruzioni.
Gli interessi degli Stati Uniti a Taiwan
La corsa all’intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Cina difficilmente cambierà le valutazioni cinesi sull’opportunità di un conflitto per Taiwan. Tuttavia, questa corsa innalzerà la posta in gioco in un eventuale conflitto, poiché la perdita dell’industria taiwanese dell’IA peserebbe notevolmente sulla decisione di Washington di intervenire militarmente nello Stretto di Taiwan.
Quanto più importante diventa per Washington vincere la corsa all’intelligenza artificiale, tanto più costoso diventa un conflitto su Taiwan. La Casa Bianca non dovrebbe reagire prendendo le distanze da Taiwan, ma comprendendo che una minaccia cinese a Taiwan rappresenta una minaccia alla leadership economica americana.
Prima di rispondere alle rivendicazioni di sovranità di Pechino su Taiwan, Washington deve porsi la domanda: per quanto tempo l’industria statunitense dell’IA sarebbe in grado di mantenere la sua leadership se la produzione di chip di Taiwan si fermasse?
Quando il presidente Trump e il presidente Xi si incontreranno, cercheranno di negoziare un accordo sulle regole fondamentali relative alle conseguenze più pericolose dell’intelligenza artificiale. Nessun funzionario o diplomatico taiwanese sarà presente all’incontro.
Ma non ci si illuda: la capacità degli Stati Uniti di guidare il mondo nell’IA dipenderà in parte dalla collaborazione con un’isola che Pechino rivendica come proprio territorio.
Consigli per i decisori politici
La Casa Bianca dovrebbe adottare tre misure per garantire che una crisi nello Stretto di Taiwan non si trasformi in una crisi per l’industria tecnologica degli Stati Uniti o non ne comprometta le ambizioni.
Innanzitutto, Washington dovrebbe chiarire a Pechino che qualsiasi mossa su Taiwan avrà conseguenze per le relazioni sino-americane nel loro complesso, comprese quelle commerciali e di cooperazione tecnologica.
Collegare esplicitamente i costi al ruolo di Taiwan nel settore dei semiconduttori segnala a Pechino che la competizione sull’intelligenza artificiale è intrinsecamente legata alla questione di Taiwan, anziché lasciare alla Cina il compito di ipotizzare tale connessione.
In secondo luogo, i responsabili politici dovrebbero costruire una giustificazione interna per la sicurezza di Taiwan basata su termini economici.
Le aziende e le catene di approvvigionamento americane dipendono già dalla produzione di chip di Taiwan e proteggere tale dipendenza fornisce a Trump una giustificazione che può difendere di fronte agli elettori e ai politici scettici nei confronti di impegni di sicurezza a tempo indeterminato.
Tale giustificazione si fonda sulle imprese e sui posti di lavoro americani, piuttosto che su astratti appelli alla democrazia o alla stabilità regionale.
In terzo luogo, l’amministrazione dovrebbe collaborare con Taiwan per condurre esercitazioni simulate al fine di prepararsi a uno scenario in cui la produzione di chip di Taiwan venga interrotta, valutarne il potenziale impatto sull’industria tecnologica statunitense e sviluppare un piano di emergenza per mitigare tali rischi.
La corsa all’intelligenza artificiale sta aggiungendo una nuova dimensione alla dipendenza americana dall’industria dei semiconduttori di Taiwan, una dimensione che Washington dovrebbe sfruttare a proprio vantaggio.
Tale dipendenza non diminuirà nel breve termine e considerarla temporanea renderà Washington meno preparata al giorno in cui verrà messa alla prova.
L’Europa e il caso Mistral
Marco Mayer, docente al Master in Cybersecurity della LUISS, ha recentemente redatto un interessante report dedicato al vertice in argomento, evidenziando, tra l’altro, alcune criticità europee meritevoli di essere analizzate, con particolare riferimento proprioo alla delicata tematica dell’intelligenza artificiale.
Leggiamo insieme:
Tra pochi giorni, nel vertice del 24 e 25 settembre a Washington, Donald Trump e Xi Jinping discuteranno di intelligenza artificiale, un dossier cruciale della competizione, politica, economica e militare tra Stati Uniti e Cina. Non è un caso che, alla vigilia dell’incontro, americani e cinesi abbiano discusso di possibili meccanismi di sicurezza e canali riservati di comunicazione sui rischi dell’intelligenza artificiale. “Abbiamo discusso della creazione di un meccanismo di notifica reciproca per incidenti e minacce alla sicurezza. si chiamerà ‘Dialogo USA-Cina sull’IA’ e abbiamo concordato di incontrarci di nuovo”, ha spiegato il segretario Usa al Tesoro Bessent, sottolineando la volontà comune di definire obiettivi e sfide condivise sull’intelligenza artificiale.
Da anni Bruxelles parla di autonomia strategica e sovranità tecnologica. Ma gli sviluppi dell’ l’Intelligenza Artificiale AI stanno rendendo evidente che l’autonomia non coincide con l’autosufficienza.
Nessun Paese europeo controlla oggi da solo l’intera filiera necessaria per sviluppare un’intelligenza artificiale di frontiera: capitale, semiconduttori, potenza di calcolo, data center, energia, cloud, software, dati e talenti.
In Europa esistono numerosi eccellenze di ricerca sulla AI. Per restare in Italia mi limito a citare tra le numerose realtà il Politecnici di Milano e Torino, le Università di Bologna, Pisa, La Sapienza di Roma tra le più attive nella ricerca sulla AI generative (LLM).
La vera domanda per l’Europa non è quindi se riuscirà a fare tutto da sola. Oggi la domanda essenziale é quali alleanze e partnership servono per ridurre la dipendenza e realizzare nei prossimi dieci anni la vera autonomia strategica di cui tanto si parla.
Il caso Mistral AI è, da questo punto di vista, emblematico. Mistral è nata a Parigi nel 2023 ed è rapidamente diventata il simbolo delle ambizioni europee nell’intelligenza artificiale. La sua crescita ha però seguito una traiettoria che rende molto difficile separare ciò che è “europeo” da ciò che appartiene a una filiera tecnologica globale.
Il dato più recente è significativo. Nel settembre 2026 Mistral ha raccolto 3 miliardi di euro. Il round è stato guidato da Samsung Electronics, insieme a Scaleup Europe Fund, gestito da EQT, e PSG Equity.
La compagine degli investitori comprende inoltre importanti operatori e fondi europei, americani e internazionali. Il dato corregge una lettura troppo semplice del fenomeno.
Mistral non è semplicemente una società europea finanziata dagli americani. È diventata una società europea inserita in una rete internazionale di capitali, tecnologie e infrastrutture.
Ed è proprio questo il punto. La sovranità tecnologica non può essere misurata soltanto dalla sede legale di un’azienda o dalla nazionalità e provenienza geografica dei suoi fondatori. Bisogna guardare all’intera catena del valore.
Chi finanzia l’azienda? Chi produce i chip? Chi fornisce il cloud? Chi costruisce i data center? Chi controlla la capacità di calcolo? Chi dispone dell’energia necessaria? Chi possiede i dati? Chi può impedire o limitare l’accesso a una tecnologia?
Dalla risposta a tutte queste domande si può misurare la vera autonomia strategica e la cosiddetta “sovranità digitale” – termine ambiguo in epoca di sovranismi imperanti. Il paradosso è evidente: per costruire la prima AI europea cosiddetta sovrana, Mistral deve essere profondamente integrata nell’economia tecnologica globale ed in particolare con i Big Tech americani . Non è necessariamente una contraddizione. Potrebbe essere, al contrario, la sola strada realisticamente percorribile.
La dimensione del problema emerge soprattutto osservando i flussi di capitale. Secondo l’OCSE, nel 2025 gli Stati Uniti hanno assorbito circa il 75% del valore mondiale degli investimenti venture capital nelle imprese AI, contro il 6% dell’UE e il 5% della Cina.
Non significa che gli Stati Uniti possiedano il 75% della capacità mondiale di AI: il dato misura uno specifico segmento dei flussi di venture capital. Ma fotografa comunque una enorme asimmetria nella capacità di attrarre capitale privato verso le imprese di intelligenza artificiale.
L’Europa dispone però come accennato di università e centri di ricerca di eccellenza e soprattutto di un mercato unico di dimensioni considerevoli. Il problema è trasformare queste risorse in potenza e capacità tecnologica. Su questo fronte qualcosa sta finalmente cambiando.
Nel luglio 2026 la Commissione europea ha lanciato una gara per realizzare fino a sette AI Gigafactories, con fino a 10 miliardi di euro di finanziamento pubblico europeo e nazionale destinati a mobilitare almeno altri 20 miliardi di investimenti privati.
Le candidature restano aperte fino al 12 novembre 2026, i progetti vincitori saranno annunciati all’inizio del 2027 e i cantieri dovrebbero partire nello stesso anno: le prime strutture sono attese in funzione entro un massimo di 18 mesi dalla firma dei contratti, quindi realisticamente non prima della metà del 2028.
È un passo importante, ma non risolve automaticamente il problema. Una Gigafactory tuttavia richiede semiconduttori, energia, reti, raffreddamento, software, cloud e capitali. E soprattutto richiede una filiera industriale capace di funzionare anche se e quando le condizioni geopolitiche cambiano.
Gli Stati Uniti e la Cina hanno affrontato la questione con strategie diverse. Washington dispone di una straordinaria concentrazione di capitale, imprese tecnologiche, università e capacità di attrazione dei talenti. Pechino dispone di un enorme mercato interno, di una potente base industriale e della capacità dello Stato di orientare risorse verso obiettivi strategici.
L’AI non è più soltanto una tecnologia commerciale: è collegata alla sicurezza nazionale, alla capacità militare, alla produttività industriale e alla competitività economica.
La novità più interessante è che anche Washington e Pechino stanno iniziando a discutere di regole di sicurezza dell’AI, pur continuando a competere sulla tecnologia. Questo dimostra quanto la questione sia ormai diventata strategica.
Di fronte alla competizione USA/Cina l’Europa rischia di cadere in un falso dilemma: o costruire una completa autosufficienza tecnologica (assolutamente irrealistica nei prossimi 15 anni) , oppure accettare la attuale dipendenza dai Big Tech americani o cinesi.
Esiste una terza strada. L’Europa può utilizzare la propria forza di mercato per attirare capitale, tecnologia e partnership, sviluppando nei paesi europei io una quota crescente delle competenze strategiche: ricerca, proprietà intellettuale, capacità di calcolo, infrastrutture, dati e soprattutto talenti.
La domanda decisiva non dovrebbe essere dunque: “Europa o Stati Uniti?” Dovrebbe essere: “Quali tecnologie dobbiamo controllare direttamente e quali possiamo condividere con partner affidabili?” È una differenza sostanziale. Dopo il lancio di una competizione tra Big Tech USA la partnership con un grande gruppo americano può rafforzare nel tempo l’autonomia europea se consente alle imprese europee di acquisire capacità umane e tecniche, infrastrutture e competenze senza perdere il controllo degli asset strategici. Al contrario, dipendere da un unico fornitore, americano, cinese o europeo che sia, può trasformarsi in una vulnerabilità.
La sovranità se proprio vogliamo usare questo termine non significa quindi eliminare ogni dipendenza. Significa avere la possibilità di scegliere le alleanze giuste.
Guai a dimenticare che i progressi cinesi sarebbero stati impossibili senza la stretta cooperazione tra realizzata con la Silicon Valley alla fine degli anni Novanta e il primo decennio del nuovo millennio. L’intensa cooperazione USA Cina è un caso di studio da cui imparare una lezione (rischi per la sicurezza nazionale compresi).
Lo stesso ragionamento sulle dipendenze vale per la regolazione, che infatti non è un tema a parte: è essa stessa una leva per favorire l’autonomia strategica o viceversa un freno a seconda di come viene usata.
L’Unione europea ha scelto una governance dell’AI ex ante, gli Stati Uniti ex post (subito prima di consentire ad un prodotto AI di entrare sul mercato), mentre la Cina esercita controllo statale totale sulle sue aziende AI con possibilità di censura politica preventiva.
Il rischio per l’Europa non aver è regolato ma adattare le regole alla evidenza empirica: una normativa troppo complessa produce costi che le startup europee non possono reggono, mentre i grandi operatori americani e cinesi, già dotati di capitale e infrastrutture, possono applicare senza senza troppe difficoltà.
La domanda pertinente non è quindi “regolare sì o no”, ma se l’Europa saprà riformare la propria regolazione per evitare che diventi un boomerang. Deve proteggere la sicurezza e i diritti dei cittadini senza tuttavia trasformarsi in una barriera alla crescita delle proprie imprese.
In caso contrario il rischio è paradossale: diventeremo il continente più regolato a vantaggio di imprese e tecnologie extraeuropee. Per questo il caso Mistral è più interessante di quanto sembri. La società francese non dimostra che la sovranità europea sia impossibile. dimostra che la sovranità, nell’AI, è necessariamente relazionale.
Mistral può essere europea e contemporaneamente dipendere da una rete internazionale di capitale, semiconduttori, cloud e infrastrutture. La sfida consiste nel fare in modo che queste dipendenze non diventino vulnerabilità strategiche. È una distinzione decisiva.
L’obiettivo dell’Europa non dovrebbe essere quello di costruire una “AI autarchica”, ma un ecosistema capace di negoziare da una posizione di forza con Stati Uniti e altri paesi democratici. Il continente dispone di una risorsa che spesso sottovaluta: la dimensione del proprio mercato.
Se riuscisse a utilizzare quel mercato per attrarre investimenti, imporre standard tecnologici sostenibili, finanziare la ricerca e creare infrastrutture di calcolo competitive, l’Europa potrebbe trasformare la propria dimensione economica in potere tecnologico.
Il vertice di Washington del 24 e 25 settembre offre un banco di prova immediato. Qualunque cosa Trump e Xi decidano, o non decidano, sui meccanismi di sicurezza dell’AI, l’Europa non sarà seduta al tavolo.
Potrà però scegliere se restare spettatrice delle regole altrui o costruire, nei mesi successivi, una propria capacità negoziale, fondata partnership selezionate.
È proprio questa la posta in gioco reale dell’autunno 2026: non partecipare al vertice, ma arrivare pronti al prossimo. La partita dell’AI, in definitiva, non sarà vinta soltanto da chi costruirà il modello più potente.
Sarà vinta da chi riuscirà a controllare, o almeno a rendere sicuri, il maggior numero di anelli della filiera: capitale, chip, energia, compute, cloud, modelli, dati e mercati.
Gli Stati Uniti partono dalla posizione più forte. La Cina sta costruendo rapidamente un ecosistema alternativo. L’Europa è ancora indietro, ma non è fuori dalla partita. Il caso Mistral mostra proprio questo. Per costruire con il tempo necessario una vera “sovranità” tecnologica europea, l’Europa non deve smettere di collaborare con il mondo.
Deve imparare a scegliere con chi, quanto e su cosa collaborare con gli Stati Uniti e altri paesi democratici come ad esempio il Canada e l’India.
Questa potrebbe essere la vera strategia della UE nell’era dell’intelligenza artificiale. Qualcuno potrebbe domandarsi perché non fare viceversa partnership strategiche con aziende cinesi.
La domanda è legittima, e rispondo alla domanda con una domanda: conviene allearsi con aziende di intelligenza artificiale che sono indietro nella ricerca tecnologica di frontiera e che sono soggette a censura politica preventiva, e dunque omettono una parte importante della realtà contemporanea? A che pro?






