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La crisi dell’Europa non è una crisi di formule

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La crisi dell'Europa

Le fragilità dell’Europa

In Europa la crisi non è di formule. È di sostanza.
Possiamo cambiare le parole, inventare nuove definizioni, moltiplicare i vertici, le dichiarazioni, i documenti, gli accordi, le strategie.

Possiamo persino cambiare il linguaggio con cui raccontiamo l’Europa a se stessa.

Ma arriva sempre il momento in cui le parole devono incontrare la realtà.
Ed è lì che l’Europa oggi mostra la sua fragilità.

Non penso che il problema europeo sia semplicemente quello di avere istituzioni troppo complesse, oppure governi che non riescono a mettersi d’accordo.

Quello è il sintomo.

La domanda più profonda è un’altra: l’Europa sa ancora che cosa vuole essere?

Perché un continente può avere una moneta, un mercato, un Parlamento, una Commissione, una burocrazia efficiente e centinaia di regolamenti. Ma tutto questo non basta a costruire una comunità politica.

Una comunità esiste quando riconosce ciò che vuole difendere, ciò che è disposta a sacrificare e ciò per cui è pronta ad assumersi una responsabilità.

E qui sta, a mio avviso, il punto.

L’Europa ha costruito moltissimo sul terreno dell’economia e delle regole, ma ha fatto più fatica a costruire una coscienza comune della propria responsabilità nel mondo.

Quando arriva una crisi energetica, una guerra alle porte, una minaccia alle rotte commerciali, una trasformazione tecnologica, una pressione migratoria o una competizione economica globale, non basta dire che dobbiamo essere più uniti.

Bisogna sapere per fare che cosa.

E, soprattutto, bisogna essere capaci di farlo.

Perché la sovranità, nel mondo reale, non è una parola.

È la capacità di prendere una decisione e di sostenerne le conseguenze.

È poter difendere i propri interessi senza trasformarli in aggressione.

È avere una politica energetica che non renda il continente vulnerabile.

È avere una capacità industriale e tecnologica che non consegni ad altri le infrastrutture essenziali del proprio futuro.

È poter proteggere le proprie frontiere rispettando contemporaneamente il diritto e la dignità dell’uomo.

È avere una politica estera che non sia soltanto la somma delle diverse politiche nazionali.

È, soprattutto, riuscire a parlare al mondo con una voce riconoscibile.

Ecco perché penso che la crisi europea sia innanzitutto una crisi di sostanza.

Non perché manchino le idee.

Ma perché spesso manca la trasformazione delle idee in potere politico, capacità operativa e responsabilità.

Io appartengo a una generazione che ha visto l’Europa nascere anche come risposta a una tragedia.

L’Europa non nacque soltanto per abbattere le dogane.

Nacque dal tentativo di rendere impossibile il ritorno dell’Europa alla guerra contro se stessa.

Questa memoria, però, non può diventare una fotografia appesa al muro.

Deve diventare una responsabilità verso il futuro.

E il futuro è già arrivato.

Ci sono potenze che pensano in termini di decenni.

Ci sono Stati che investono nella tecnologia, nella difesa, nell’intelligenza artificiale, nell’energia, nelle materie prime, nelle infrastrutture e nel controllo delle rotte commerciali.

Noi non possiamo rispondere soltanto con un’altra formula.

Dobbiamo tornare alla sostanza.

Che cosa produciamo?

Che cosa sappiamo difendere?

Da chi dipendiamo?

Quali interessi condividiamo?

Quale ruolo vogliamo avere nel mondo?

E quale prezzo siamo disposti a pagare per essere davvero europei?

Sono domande scomode.

Ma le grandi crisi cominciano spesso proprio quando una società smette di farsi le domande scomode.

Io non vorrei un’Europa più potente per diventare una potenza come le altre.

Vorrei un’Europa capace di avere forza senza perdere la propria coscienza.
Perché la forza senza coscienza diventa dominio.

Ma la coscienza senza forza rischia di diventare soltanto testimonianza.

E io credo che l’Europa non possa permettersi né l’una né l’altra.

Deve trovare una terza strada: avere la forza necessaria per difendere ciò in cui crede e la coscienza necessaria per non trasformare quella forza in ciò contro cui è nata.

Forse è questo il vero passaggio che ci attende.

Non una nuova formula per raccontare l’Europa.

Ma una nuova sostanza per renderla nuovamente credibile.

Perché alla fine della storia non saranno i documenti a dirci che cosa è stata l’Europa.

Saranno le decisioni che avremo avuto il coraggio di prendere quando le parole non sono più bastate.

Autore

  • Sergio Restelli

    Sergio Restelli non è solo un consulente politico o un autore: è una voce che invita alla riflessione, alla comprensione e alla ricerca di soluzioni in un mondo spesso concentrato sulle divisioni. La sua carriera dimostra come politica, diplomazia e impegno intellettuale possano contribuire a costruire ponti e delineare un futuro migliore.

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