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Campo largo o campo minato?

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Gentili strateghi del Campo largo, tranquilli: non è successo niente.
O meglio, è successo quello che prima o poi doveva succedere quando si mettono nello stesso pentolone Pd, Cinque Stelle, Verdi, Sinistra Italiana e, quando serve, pure qualche ospite dell’ultima ora.
Il problema non è trovare un nome alla coalizione.
Il problema è trovare una coalizione dentro il nome.
Perché quello che una volta veniva presentato come il grande progetto alternativo alla destra oggi assomiglia sempre più al Campo del vorrei e speriamo che posso.
Tutti d’accordo nel dire che bisogna vincere.
Tutti d’accordo nel dire che bisogna battere il centrodestra.
Tutti d’accordo nel dire che bisogna costruire un’alternativa.
Poi arriva la domanda più semplice:
Bene. Ma per fare cosa? Silenzio.
Parte immediatamente una commissione. Poi una riunione. Poi una riunione della riunione.
Poi una dichiarazione alla stampa. Poi un post sui social. E finalmente una manifestazione.
Perché il Campo largo, quando non sa bene dove andare, manifesta.
Manifestazione per questo. Manifestazione contro quello. Un presidio qui. Un corteo là.
Un comunicato indignato. Un hashtag. Una bandiera. Una fotografia.
E possibilmente una frase che contenga contemporaneamente le parole diritti, clima, antifascismo, accoglienza, inclusione e democrazia.
Tutto rispettabilissimo. Ma dopo gli slogan arriva sempre il momento antipatico.
Quello nel quale bisogna spiegare come si governa un Paese.
Ed è lì che il Campo largo comincia a perdere pezzi.
Perché governare non significa soltanto sapere contro cosa stare. Significa anche sapere per cosa stare.
Significa parlare di tasse, salari, pensioni, sanità, sicurezza, scuola, impresa, infrastrutture, energia, casa, lavoro, produttività, debito pubblico, burocrazia.
E soprattutto significa assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Non basta più gridare no.
Il cittadino, prima o poi, domanda: va bene, ma voi cosa fareste?
E qui arriva il capolavoro. Ognuno tira fuori il proprio programma.
Il Pd guarda a sinistra. I Cinque Stelle guardano al loro elettorato. Avs guarda all’ambiente. Sinistra Italiana guarda ancora più a sinistra. Italia Viva, quando passa da quelle parti, guarda un po’ dappertutto.
E il povero elettore dovrebbe mettere insieme il puzzle. Solo che manca la scatola con l’immagine finale.
Il risultato è una coalizione nella quale tutti vogliono essere indispensabili e nessuno vuole essere responsabile del conto.
Una specie di condominio politico dove tutti partecipano all’assemblea, tutti hanno diritto di parola, tutti presentano una mozione e, quando bisogna decidere chi paga il tetto, improvvisamente cala il silenzio.
E allora ritorna la vecchia domanda: chi comanda?
Il Pd, naturalmente, sostiene di avere i numeri. Gli altri ricordano che le azioni non si contano soltanto, si pesano.
E in mezzo stanno i cittadini, che forse hanno finalmente capito il trucco. Perché l’elettore non è Pinocchio.
Non è il burattino da accompagnare al Campo dei miracoli promettendogli che basta sotterrare quattro monete per raccogliere un albero di soldi.
L’elettore italiano ha già visto abbastanza.
Ha visto governi nascere contro qualcuno e morire per incompatibilità reciproca.
Ha visto alleanze costruite sulla paura dell’avversario e distrutte dalla realtà.
Ha visto promesse trasformarsi in compromessi.
Ha visto partiti cambiare posizione più velocemente di quanto cambi il vento.
E soprattutto ha imparato una cosa: non basta essere contro Meloni per diventare automaticamente credibili.
Questa è forse la grande illusione del campo largo.
Pensare che il centrodestra possa essere sconfitto semplicemente sommando tutti quelli che non lo votano.
La politica non è una raccolta punti.
Non basta mettere insieme Pd + M5S + Avs + eventuali cespugli + qualche transfuga + qualche personalità + qualche associazione + una manifestazione e aspettare che il risultato faccia automaticamente cinquanta più uno.
La matematica elettorale non funziona così. Serve un progetto. Serve una leadership riconoscibile. Serve una linea politica. Serve soprattutto una risposta alla domanda che nessuno può eludere: perché dovrei votare voi?
Non: perché dovresti votare contro gli altri.
Ma: perché dovresti scegliere noi. È una differenza enorme. Ed è proprio quella differenza che oggi sembra mancare.
Il Campo largo rischia di diventare il campo dei miracoli al contrario: si seminano slogan e si raccolgono divisioni.
Si semina indignazione e si raccolgono polemiche.
Si semina appartenenza e si raccoglie astensione.
Si promette unità e si litiga sulla leadership.
E mentre i generali discutono sulla strategia, la truppa aspetta il rancio.
Peccato che questa volta il rancio sia composto prevalentemente da parole riscaldate.
Perché l’elettore può anche essere di sinistra, di centro, progressista, ambientalista, riformista o semplicemente incazzato con la situazione del Paese.
Ma non è necessariamente scemo.
E soprattutto non è obbligato a votare qualcuno soltanto perché gli viene spiegato per l’ennesima volta quanto sia cattivo l’avversario.
La stagione delle etichette potrebbe essere arrivata al capolinea.
Fascista, populista, sovranista, antifascista, progressista, eeazionario, buono, cattivo.
È facile. Molto più difficile è dire: quanto costa? Chi lo paga? Come lo realizziamo? In quanto tempo? Con quali risorse?
Queste sono domande terribilmente poco poetiche.
Ma hanno un difetto imperdonabile: sono domande da governo.
Ed è proprio qui che il Campo largo rischia di sciogliersi come neve al sole.
Non perché manchino le bandiere. Non perché manchino i leader. Non perché manchino i comitati. Non perché manchino gli esperti di comunicazione.
Manca qualcosa di molto più semplice: un motivo concreto per cui un elettore dovrebbe fidarsi di loro.
Il Campo largo non può continuare a essere soltanto una fotografia nella quale tutti sorridono e nessuno sa chi deve stare al centro.
Non può essere un’alleanza costruita esclusivamente sulla paura del nemico.
Non può essere il matrimonio celebrato soltanto perché entrambi gli sposi detestano lo stesso vicino di casa.
Per vincere le elezioni bisogna prima convincere gli italiani che, una volta entrati a Palazzo Chigi, si saprà cosa fare il giorno dopo.
Perché il giorno dopo le elezioni non ci saranno più slogan.
Ci saranno conti da pagare. Fabbriche da tenere aperte. Ospedali da far funzionare. Treni da far arrivare. Scuole da organizzare. Pensioni da finanziare. Famiglie da aiutare. Sicurezza da garantire. Imprese da sostenere.
E cittadini che pretenderanno risposte. A quel punto non basterà più il megafono. Servirà il governo.
E allora, cari campolarghisti, forse sarebbe il caso di smettere per un momento di discutere su chi sia il Gatto, chi la Volpe e chi Pinocchio.
Perché c’è il rischio che, alla fine, l’unico personaggio realmente furbo sia proprio quello che oggi state sottovalutando: l’elettore.
Quello che ascolta. Quello che osserva. Quello che confronta. Quello che magari non scrive manifesti, non frequenta salotti, non passa le giornate sui social e non ha nessuna intenzione di applaudire l’ennesima fotografia di gruppo.
Quello che, davanti al campo largo, potrebbe semplicemente concludere: ‘ragazzi, mettetevi d’accordo voi. Io, nel frattempo, guardo altrove’.
E così il grande progetto per battere la destra rischia di diventare una gigantesca partita a Risiko nella quale i generali litigano sulla spartizione dei territori mentre l’esercito è ancora alla stazione.
Altro che campo largo, ma campo minato. E gli artificieri, per ora, sembrano avere soltanto una pala: quella degli slogan.
Ma con gli slogan si può vincere una manifestazione. Non necessariamente un’elezione. E soprattutto non si governa un Paese.
Il resto è teatro.
E, come insegnava Jannacci, si può anche continuare a cantare: ‘Vorrei… vorrei… vorrei…’.
Il problema è che, prima o poi, qualcuno dovrà pur dire: ‘adesso facciamo’.
E quello, per il Campo largo, sembra essere ancora il passaggio più difficile.

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