
di Giulio Galetti
La visione di Joe Biden, stralunato e spaesato di fronte alle telecamere spietate, rimarrà negli annali a futura memoria di una disfatta totale.
Il Partito Democratico da sempre alla ricerca di bandiere e candidature forti, si è avviluppato su sé stesso, dopo aver cavalcato l’usato sicuro, senza tener in conto la senescenza di un uomo classe 1942.
Lotte e tensioni intestine hanno tagliato le gambe al successore del 46º Presidente USA, cosicchè era rimasta solo la speranza che Joe non mollasse prima di novembre. Così non è stato ed è andata in onda la peggior performance mai registrata in un dibattito pubblico importante e cruciale.
Alcuni psichiatri tra cui Diego De Leo sostengono che la mimica facciale e le momentanee afasie siano indicatori di possibili parkinsonismi del candidato democratico che già partiva male a inizio dibattito. Dopo il match alla CNN di Atlanta è scivolato in una notte al 31% del gradimento che equivale a un “Game Over”.
Il Partito Democratico consegna il paese a Trump con buona pace di Gavin Newsom, J.B. Pritzker e Gretchen Whitmer (i 3 governatori) che non hanno saputo trovare una sintesi per scegliere chi doveva contrastare il ritorno del puzzone.
A far ombra al disastro di Biden c’é anche il crollo della deriva identitaria. La vicepresidente Kamala Harris era stata scelta in quanto donna di colore con discendenza mista indiana e afro giamaicana. Kamala Harris, dopo 3 anni di mandato ha indici di popolarità risibili, perfino più bassi dello stesso Biden.
Il Partito Democratico é spaccato in correnti di sinistra molto radicali (al potere in grandi città sulla East e sulla West Coast) e i moderati del centro (anche geografico). Inurbati metropolitani e Rurali in contrapposizione tra loro con posizioni inconciliabili. Biden era stato, nel 2010,una sorta di cerottone chirurgico incaricato di tener insieme le lacerazioni interne di un partito che ha dato 7 degli ultimi 14 presidenti USA, dal dopoguerra in poi.
Comunque vada sarà un fallimento per i Dem d”oltreoceano colpevoli di non aver saputo trovare una sintesi difficile ma non impossibile, puntando, ancora una volta sul rassicurante Joe.
Ora dovranno innanzitutto convincerlo a lasciare la corsa, in quanto solo lui puó prendere questa decisione. Il meccanico elettorale americano non consente al partito di stoppare la campagna già partita di un candidato alla Presidenza.
E dovranno tacitare Kamala che vorrà sicuramente avanzare la sua candidatura forte della sua posizione di vice, ma estremamente debole nei consensi.
Infine scegliere tra uno dei 3 governatori ma é troppo tardi… C’é da organizzare una campagna presidenziale in 4 mesi. Notoriamente i comitati elettorali hanno bisogno di un anno di lavoro e gli ultimi 6 mesi di impegno a tempo pieno per migliaia di volontari.
Il lavoro fatto fino ad ora per Joe non puó essere riutilizzato su un nome tra i tre papabili che il Partito Democratico é in grado di schierare. Ci sono montagne di soldi da racimolare e al momento le risorse di Trump sono già 25 milioni di $ piú elevate rispetto a quelle fino a qui racimolare dal Presidente in carica. Infine, non si conosce nemmeno chi dei tre nomi in lizza verrà schierato e ci sono solo 18 settimane di lavoro per sostenerlo.
Chi sogna una candidatura last minute di Michelle Obama vive nel magico mondo di Mirà. Se mai volesse avventurarsi in una campagna (cosa tutta da dimostrare) lo farebbe solo con una adeguata programmazione, memore del lavoro del marito, vero capostipite delle campagne del nuovo millennio.
Il puzzone ritornerà se non viene fermato giudizialmente (possibilità peraltro remota)





