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ALLE ORIGINI DEL LINGUAGGIO

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di Angelo Giubileo

Si dice sovente che viviamo in un’epoca di comunicazione cosiddetta “visiva” e cioè, semplificando, fatta più di immagini che di parole. Si dice anche che questo tipo di comunicazione abbia avuto maggiore diffusione soprattutto nell’antichità (e i cui inizi, è dimostrato oggi, risalgono a oltre 75.000 anni fa, cfr. L’arte della preistoria, a cura di C. Fritz, Einaudi 2022), senz’altro prima che il linguaggio della comunicazione cosiddetta “verbale” abbia successivamente prevalso nell’epoca che diciamo della “modernità”, mediante l’uso prevalente della parola (dal latino verbum).  

E tuttavia, le attuali ricerche e analisi – multidisciplinari (!) – presuppongono l’esistenza di una protolingua comune dalla quale, scrive Harald Haarmann, “a causa dei mutamenti ecologici dell’Europa orientale, si giunse a una scissione: il gruppo culturale e linguistico meridionale si distaccò e sviluppò un proprio profilo che può essere ricostruito come protoindoeuropeo” (H. Haarmann, Sulle tracce degli indoeuropei, Bollati Boringhieri, 2022). La genesi e lo sviluppo di questa lingua madre risalirebbe, secondo Haarmann e molti altri, “all’epoca del grande disgelo” o ultima glaciazione, intervenuta “un giorno di circa 10.000 anni fa” (F. Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi Editori 2007).

L’ipotesi, oggi maggiormente accreditata e così come riproposta da Rendich, poggia anche sull’autorevole ricerca svolta e descritta nel saggio dal titolo Orione (L. B. G. Tilak, Orione, Ecig 1991), secondo cui numerosi inni vedici furono composti circa 6.500 anni fa, allorquando l’equinozio di primavera cadeva nella costellazione di Mriga poi appellato Orione. E comunque, sono numerosissimi oggi gli elementi in nostro possesso che rinviano la struttura e genesi delle lingue “classiche” – greca e latina – alla lingua madre del sanscrito. E’ idea condivisa che la genesi di questa lingua madre abbia avuto lo scopo di tramandare le tradizioni, ma direi piuttosto le esperienze, di un’intera popolo, passando dallo strumento dell’oralità alla scrittura. Qualcosa di simile all’esperienza di tra-duzione promossa anche da Platone con l’esperimento dell’Accademia.

Nella sua opera di ricostruzione, Rendich ipotizza che “il compito di comporre (la lingua madre del sanscrito) fu affidato ad un sacerdote-astronomo, famoso veggente” (n.b.: coerentemente con quanto afferma Aristotele, nell’opera dal titolo Metafisica, circa il fatto che i nostri più antichi progenitori in origine dicevano che gli dei sono astri e il divino racchiude l’intera natura), che “per prima cosa scelse la vocale -i per indicare il moto continuo, azione tipica del verbo andare (i, eti) (…) e attribuì alla vocale -u, contrapponendola all’azione di moto espressa dai verbi -i e -r, il significato di “stasi”, “stabilità”, nonché, in riferimento all’accumulo di energia, di “intensità”, “persistenza”, “forza”” (n.b.: in proposito, rinvio anche al significato del termine greco ἐνέργεια e in particolare a quanto scritto nel mio precedente articolo dal titolo Le radici del(l’eterno) presente in Academia.edu, 11/12/2023).

Del prefisso iterativo –i abbiamo dunque già detto. Ciò che qui resta da accennare è il significato dell’altro prefisso -u, generalmente in funzione contrapposta a -i; ma il cui uso – attraverso la formazione di determinate parole, ciascuna dotata di un prefisso e un suffisso – rinvia in taluni casi a una forma piuttosto derivata, in pratica una metamorfosi linguistica della singola lettera: da –i a –u.

E allora, rileva Rendich (op. cit.) che, nella lingua madre del sanscrito, ad esempio, -is sta per “legami (s) continui (i), sottinteso: con persone o cose”, ma, con diverso accento sulla i, sta per “essere padrone, possedere”; da cui il termine Isa ovvero “Maestro, Signore”, “un asceta-predicatore di cui si sarebbero perse le tracce in Tibet al tempo di Gesù” (per inciso, riporta ancora Rendich, che in sanscrito “Maestro si dice anche krsti”; e aggiungo che, nel corso più o meno della stessa epoca di avvento, I-II secolo, Dionigi l’Aeropagita sosteneva che i convertiti alla nuova religione, tra cui egli stesso, fossero in genere così ignoranti da chiamarsi “cristiani” invece che “crestiani”, derivando la parola dal termine Chrestos, in uso e quindi usato da Eschilo, Erodoto e altri, tra cui lo stesso Platone, già nel V secolo e.a. con il significato di “Salvatore”). E analogamente che: -us sta per “crea forti (u) legami (s), fuoco, fiamma” e con la s con punto sotto anche “bruciare, ardere”. In entrambi i casi, le lettere (vocali) in esame (i, u) fanno pertanto da prefisso alla formazione di una parola o predicato, con funzione sia nominale che verbale, e quindi non distinguendo, come invece operiamo noi oggi, l’una dall’altra funzione.

Ciò dimostra come la parola o verbo ha finito con l’assumere nel tempo un significato e una funzione mutevoli, con prevalenza del diverso significato legato alla diversa funzione, statica o dinamica, del termine in uso e cioè relativo a: ciò che è utile.

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  • Redazione

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