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La CGIL pone allo Stato una questione di Human Intelligence

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Human Intelligence

Non è possibile delegare la sicurezza dell’apparato della Difesa a un’iniziativa sindacale e a una sentenza di un tribunale del lavoro – Il Governo dia risposte precise ai cittadini e agli alleati della NATO

La CGIL ha avviato un’azione legale (insieme all’associazione ASGI) contro un bando di concorso del Ministero della Difesa per il reclutamento di personale civile che apre una questione di sicurezza nazionale tipica della Human Intelligence che non può essere ignorata o sottovalutata.

Non è possibile delegare la sicurezza dell’apparato della Difesa a un’iniziativa sindacale e a una sentenza di un tribunale del lavoro.

Veniamo ai fatti.

Il Ministero della Difesa ha indetto un concorso pubblico per 1.100 posti da assistente amministrativo/tecnico (ruoli civili e burocratici all’interno del Ministero, non soldati o militari in servizio d’armi).

Il bando richiedeva obbligatoriamente il possesso della cittadinanza italiana come requisito di accesso.

La CGIL e l’ASGI hanno presentato ricorso sostenendo che, per mansioni civili generiche che non comportano l’esercizio diretto di poteri pubblici o di sicurezza dello Stato, la normativa europea e italiana consenta l’accesso al pubblico impiego anche a cittadini stranieri (UE o con soggiorno di lungo periodo).

Il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso, dichiarando la clausola discriminatoria e ordinando la riapertura dei termini per i cittadini stranieri aventi diritto.

ASGI è l’acronimo di Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, un’associazione di promozione sociale autonoma fondata nel 1990 da un gruppo di avvocati, giuristi e docenti universitari con l’obiettivo di condividere, approfondire e tutelare i diritti legati alla normativa su immigrazione, asilo e cittadinanza.

Cosa facciamo? Mettiamo in uno dei posti più sensibili dello Stato dei cittadini che non sono italiani?

I posti e i ruoli messi a concorso

Il concorso da 1.100 posti da Assistente a tempo indeterminato indetto dal Ministero della Difesa (gestito tramite Commissione RIPAM) riguarda ruoli operativi, amministrativi e tecnico-logistici non dirigenziali.

I posti messi a bando si dividono in due macro-aree principali:

  1. Area Amministrativa (600 posti) – Destinati alla gestione della macchina burocratica e contabile dei comandi, delle basi e delle strutture centrali e periferiche: assistenti amministrativi (gestione pratiche, atti amministrativi, archiviazione, protocollo e contabilità).
  2. Area Tecnica, Logistica e Sanitaria (500 posti) – Suddivisi su 16 diversi profili professionali a supporto sia delle infrastrutture che delle manutenzioni dei mezzi e degli impianti.

Manutenzione e Meccanica:

105 Assistenti tecnici per la motoristica, la meccanica e le armi.

88 Assistenti tecnici per l’edilizia e le manutenzioni.

65 Assistenti tecnici per i sistemi elettrici ed elettromeccanici.

53 Assistenti tecnici per l’elettronica, l’optoelettronica e le telecomunicazioni.

48 Assistenti tecnici per le lavorazioni.

12 Assistenti tecnici nautici.

Sicurezza, Vigilanza e Logistica:

40 Assistenti ai servizi di vigilanza.

22 Assistenti ai servizi di supporto.

7 Assistenti tecnici artificieri.

2 Assistenti per l’alimentazione e la ristorazione (mense).

Informatica, Grafica e Laboratorio:

20 Assistenti tecnici informatici.

14 Assistenti tecnici per la cartografia e la grafica.

10 Assistenti tecnici chimico-fisici (laboratori).

5 Assistenti per i servizi informativi.

Ambito Sanitario:

9 Assistenti sanitari (supporto logistico e amministrativo-sanitario alle strutture infermieristiche o di medicina militare).

Caratteristiche dei posti

Inquadramento: Area degli Assistenti (ex Area II), per la quale era richiesto il solo diploma di scuola superiore come titolo d’accesso.

Ripartizione territoriale: Si tratta di impieghi assegnati su base regionale presso stabilimenti militari, arsenali, comandi di corpo, centri di manutenzione e uffici amministrativi civili del Ministero distribuiti in tutta Italia.

L’ignoranza totale delle regole dell’intelligence

Come ho scritto più volte, la Cgil ormai si muove come un partito che è contrario agli interessi strategici dell’Italia, dimostrando, peraltro di essere avvolta nell’ignoranza più totale delle regole dell’intelligence.

Uno dei principi fondamentali dell’intelligence è che la tecnologia permette di osservare moltissimo, ma soltanto la conoscenza umana consente spesso di capire che cosa si sta osservando, perché accade e che cosa potrebbe accadere.

Un cuoco collocato all’interno di un complesso militare è particolarmente efficace per rendere l’idea. Non perché il cuoco debba necessariamente conoscere segreti militari, ma perché può avere accesso a una dimensione della realtà che un satellite o un sistema di intercettazione non riescono a cogliere: la vita quotidiana dell’organizzazione.

HUMINT – Human Intelligence

La Human Intelligence riguarda informazioni ricavate da fonti umane, attraverso conoscenze, testimonianze, osservazioni, relazioni e attività di interlocuzione.

La HUMINT può fornire informazioni che la tecnologia non riesce a ricavare direttamente: morale e stato d’animo del personale; rapporti di forza interni; conflitti fra gruppi dirigenti; percezione delle decisioni da parte di chi deve attuarle; intenzioni e orientamenti non ancora tradotti in comunicazioni ufficiali.

Un’immagine satellitare può rilevare un movimento di mezzi militari. Una fonte umana può contribuire a comprendere se quel movimento corrisponda a un’esercitazione, a una preparazione operativa o a un cambiamento di strategia.

Il valore della fonte non dipende necessariamente dal suo grado gerarchico, ma dalla qualità della conoscenza che possiede e dalla possibilità di verificarla.

La metafora cinese dei «mille granelli di sabbia»

La formula è conosciuta nella letteratura occidentale come thousand grains of sand oppure mosaic intelligence.

L’idea è quella di raccogliere una quantità enorme di informazioni apparentemente insignificanti, per poi ricomporle in un quadro complessivo.

Un documento ufficiale della US-China Economic and Security Review Commission del 2009 descriveva questa metodologia come raccolta di informazioni grezze, anche non classificate, da combinare successivamente in un mosaico informativo.

Un esempio puramente illustrativo:

‌informazioni-isolate

Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, deve necessariamente rivelare qualcosa di importante. La loro convergenza può invece permettere di riconoscere una trasformazione.

Non bisogna considerare questa metodologia un’esclusiva cinese. È una descrizione utilizzata da analisti occidentali per caratterizzare alcune pratiche di raccolta cinesi, ma la ricerca ha anche contestato l’idea che Pechino si affidi soltanto a raccoglitori occasionali.

I servizi cinesi utilizzano anche apparati professionali e attività tradizionali di HUMINT.

Le diverse discipline devono integrarsi

L’intelligence moderna non coincide con lo spionaggio. È un sistema integrato.

discipline intelligence

 

La comunità d’intelligence americana descrive il prodotto finale come all-source intelligence: integrazione delle diverse fonti, anziché affidamento a una sola disciplina.

La raccolta non è ancora intelligence. Occorrono verifica, contestualizzazione, confronto fra fonti e interpretazione. Il vero capitale dell’intelligence è la capacità di comprendere.

Un servizio d’intelligence può avere: una tecnologia straordinaria; una quantità enorme di informazioni; una rete estesa di fonti umane e tuttavia sbagliare completamente la propria valutazione.

Perché l’intelligence deve interpretare anche ciò che non è immediatamente visibile: motivazioni, paure, interessi, percezioni, cultura, storia e comportamento degli attori.

Esempi storici di fallimento

Un esempio storico è il fallimento delle valutazioni americane sulla volontà dell’Afghanistan di resistere al ritorno dei talebani nel 2021: la disponibilità di informazioni non impedì una lettura errata della tenuta delle istituzioni e delle forze armate afghane.

I due episodi del 7 ottobre e dell’idea che con due bombe su Teheran si potesse far cadere il regime iraniano permettono di mettere a fuoco un problema ancora più profondo dell’intelligence: la capacità di comprendere l’avversario e, contemporaneamente, di non sopravvalutare la propria capacità di modificarne il comportamento.

Il 7 ottobre 2023 Israele non comprese ciò che Hamas stava preparando. Nella guerra contro l’Iran, la questione è stata, in parte, speculare: comprendere la vulnerabilità militare iraniana non significava comprendere come avrebbe reagito la società iraniana, né prevedere la tenuta del sistema politico dopo i bombardamenti.

Sono due errori di valutazione differenti, ma riconducibili a un medesimo rischio: sostituire la realtà con un modello mentale costruito dai decisori.

Il 7 ottobre: Israele aveva informazioni, ma non ne comprese il significato

È uno degli aspetti più importanti emersi dalle successive ricostruzioni.

Israele disponeva di un documento operativo di Hamas, noto come Jericho Wall, acquisito oltre un anno prima dell’attacco. Disponeva inoltre di informazioni sulle esercitazioni e sui preparativi dell’organizzazione e di segnalazioni di ufficiali dell’intelligence che avevano riconosciuto analogie fra quelle esercitazioni e il piano di attacco.

C’erano indicatori di un cambiamento nelle capacità operative di Hamas. Eppure una parte della struttura militare e politica israeliana riteneva che Hamas fosse sostanzialmente dissuasa dall’attaccare e che non disponesse delle capacità necessarie per realizzare un’operazione di quelle dimensioni.

Il problema, quindi, non fu semplicemente la mancanza di informazioni. Fu anche la difficoltà di mettere in discussione una convinzione consolidata: Hamas era contenuta, la deterrenza funzionava, la superiorità tecnologica israeliana avrebbe impedito una sorpresa strategica. La realtà smentì tutte e tre le convinzioni.

L’Iran: l’errore speculare

Nel caso iraniano, il problema è stato diverso. La superiorità aerea israeliana e americana ha consentito di colpire installazioni militari, infrastrutture, sistemi missilistici e vertici politici, ma da questa capacità non discende automaticamente la possibilità di provocare il crollo di uno Stato.

La convinzione che bastasse eliminare i vertici e bombardare i centri nevralgici di Teheran per far cadere la Repubblica islamica si scontrava con almeno quattro realtà:

La struttura del potere: la Repubblica islamica non coincide con una singola persona. Comprende apparati religiosi, militari, di sicurezza, amministrativi ed economici.

La continuità istituzionale: un sistema politico può sostituire i propri dirigenti e continuare a funzionare.

Il comportamento della popolazione: essere contrari al governo non significa automaticamente essere disposti a sostenere un cambiamento di regime imposto da una potenza straniera.

L’assenza di un’alternativa organizzata: una popolazione insoddisfatta non costituisce necessariamente un movimento politico capace di assumere il potere.

Già nel marzo 2026 Reuters riferiva che l’intelligence americana riteneva il governo iraniano non prossimo al collasso, nonostante quasi due settimane di bombardamenti e l’uccisione di importanti dirigenti.

Anche fonti israeliane riconoscevano privatamente che non vi era alcuna certezza di ottenere un cambio di regime.

Ancora più significativo è che una valutazione del National Intelligence Council americano, completata prima dell’intervento militare del febbraio 2026, avrebbe concluso che neppure una campagna aerea prolungata avrebbe probabilmente prodotto un nuovo governo in Iran, in assenza di un’opposizione organizzata in grado di assumere il potere.

Il 22 ottobre 2026 Netanyahu è tornato a promettere un cambiamento di regime, ma gli analisti intervistati da Al Jazeera hanno sottolineato che la superiorità aerea non equivale alla capacità di rovesciare il governo iraniano.

La stessa distorsione cognitiva, in due direzioni opposte

parallelismo strategico

La contraddizione è notevole: nel primo caso Israele non riuscì a immaginare che un avversario militarmente inferiore potesse sorprenderlo; nel secondo rischiò di ritenere che un avversario militarmente inferiore non potesse sopravvivere alla propria superiorità militare.

La lezione per l’intelligence

Torniamo all’esempio del cuoco.

Un analista che osserva dall’esterno le installazioni iraniane può sapere quanti edifici siano stati distrutti, quali comandanti siano stati eliminati e quali infrastrutture siano state danneggiate, ma per comprendere che cosa sta succedendo realmente deve conoscere anche: come reagiscono gli apparati di sicurezza; quali rapporti si instaurano fra esercito e Guardie della Rivoluzione; quali sono le dinamiche interne alla classe dirigente; come la popolazione interpreta l’aggressione; quali forme di continuità del potere sono possibili; quali opposizioni dispongono realmente di capacità organizzativa.

Sono informazioni che richiedono una conoscenza umana, politica, culturale e sociale del Paese. E soprattutto richiedono di ascoltare anche le informazioni che contraddicono le aspettative dei decisori.

L’intelligence non deve confermare le convinzioni di chi governa

L’intelligence non deve confermare le convinzioni di chi governa. Questa è forse la lezione più importante.

L’intelligence dovrebbe essere il luogo istituzionale nel quale le convinzioni politiche vengono sottoposte alla verifica della realtà. Quando invece si trasforma in uno strumento che cerca conferme alle decisioni già assunte, perde una parte essenziale della propria funzione.

La superiorità tecnologica può consentire di vedere il nemico, colpirlo e danneggiarlo. Non garantisce di comprenderlo.

Il 7 ottobre Israele non comprese ciò che Hamas era in grado di fare. Nella guerra contro l’Iran, la superiorità militare non garantiva di comprendere ciò che sarebbe accaduto dopo la distruzione degli obiettivi.

Sono due esempi che suggeriscono una distinzione fondamentale: raccogliere informazioni significa sapere che cosa accade; fare intelligence significa comprendere perché accade; fare strategia significa capire quali conseguenze produrranno le proprie decisioni.

La tecnologia consente di colpire ciò che si vede. L’intelligenza consente di comprendere ciò che non si vede. Ma la vera intelligenza strategica consiste soprattutto nella capacità di riconoscere che l’avversario non è obbligato a comportarsi secondo le nostre aspettative.

Fatta questa ampia divagazione sull’intelligence, torniamo alla questione sollevata dalla Cgil e accolta da un tribunale di Milano.

Ruoli del bando contestato che possono sensibili in chiave di intelligence

Se applichiamo il ragionamento fatto sulla HUMINT, la risposta è piuttosto interessante: alcuni dei 1.100 posti possono avere un’esposizione informativa persino superiore a quella di figure tecniche apparentemente più qualificate.

Il punto centrale è questo: per un servizio d’intelligence, il valore di una persona non dipende necessariamente dal suo grado o dalla sua qualifica, ma da ciò che può osservare, da chi può incontrare e dalla continuità con cui può accedere a un ambiente.

È esattamente il ragionamento del cuoco: una persona che lavora quotidianamente in una struttura militare può conoscere abitudini, presenze, cambiamenti organizzativi e clima interno senza avere accesso diretto a documenti riservati.

Quali profili presentano maggiore esposizione HUMINT

Una classificazione qualitativa ci dà il seguente risultato.

Esposizione potenzialmente elevata

Profili Humint

Esposizione potenzialmente significativa

Esposizione generalmente più circoscritta

HUMINT

I numeri e le denominazioni sono quelli del bando ufficiale.

Il punto più importante: il valore informativo delle mansioni ordinarie

Necessario distinguere tre categorie di conoscenza.

Conoscenza ambientale

È quella che può derivare dalla presenza quotidiana in una struttura: chi frequenta determinati ambienti; quali reparti sono particolarmente attivi; quali cambiamenti si verificano nell’organizzazione; quali sono le abitudini e le dinamiche del personale.

È il campo nel quale anche una mansione apparentemente semplice può avere valore.

Conoscenza organizzativa

È quella che deriva dal lavoro negli uffici, nella manutenzione, nella logistica e nei servizi tecnici. Può riguardare il funzionamento di un’organizzazione, le sue dipendenze, i problemi, le competenze disponibili e le sue capacità operative.

Conoscenza tecnico-operativa

È quella che deriva dalla familiarità con impianti, sistemi, mezzi, apparati e infrastrutture. Qui il valore informativo dipende soprattutto dalla specificità dell’attività e dall’effettivo livello di accesso.

Qual è il problema strategico?

La questione è che la HUMINT non cerca necessariamente una persona che possa sottrarre un documento segreto. Cerca anche di comprendere un’organizzazione attraverso conoscenze frammentarie, osservazioni e testimonianze.

È la logica dei «granelli di sabbia» di cui s’è detto: informazioni singolarmente poco significative possono assumere valore quando vengono confrontate e ricomposte.

Un dipendente può conoscere soltanto una piccola parte di una realtà. Ma quella piccola parte, integrata con altre informazioni, può contribuire a ricostruire un quadro più ampio.

Questo non significa che ogni dipendente costituisca un rischio. Significa che la sicurezza di un’organizzazione non può essere limitata alla protezione dei documenti classificati.

Se dovessimo individuare i profili da sottoporre a un’analisi più approfondita sotto il profilo della sicurezza HUMINT, partirei da servizi di supporto, vigilanza, manutenzioni, amministrazione e servizi informativi.

Non perché siano necessariamente i più pericolosi, ma perché possono combinare tre caratteristiche: presenza continuativa, conoscenza dell’ambiente e contatto con più persone o reparti.

I 600 assistenti amministrativi meritano un’attenzione particolare. Sono oltre la metà del concorso. La loro eventuale esposizione non dipende dal titolo professionale, ma dagli uffici nei quali saranno collocati e dalla documentazione che potranno effettivamente consultare.

La domanda strategica, quindi, non è semplicemente chi può entrare nel Ministero della Difesa, ma chi può accedere a quali ambienti, a quali informazioni e a quali relazioni organizzative.

Per NATO e USA comanda la CGIL?

L’Italia conserva il potere di stabilire i requisiti per assumere personale civile della Difesa, ma non può ignorare gli obblighi internazionali di protezione delle informazioni, degli impianti e delle attività classificate.

La vicenda, per come risulta dalle notizie del 3 novembre 2026, è questa: CGIL Lombardia, ASGI e Avvocati per Niente hanno promosso un’azione giudiziaria contro la clausola del bando che richiedeva la cittadinanza italiana.

Il Tribunale del lavoro di Milano ha accolto il ricorso e ordinato al Ministero di ammettere anche determinate categorie di cittadini stranieri: cittadini UE, familiari di cittadini UE appartenenti a Paesi terzi, soggiornanti di lungo periodo e titolari di protezione internazionale. Ha inoltre disposto la riapertura dei termini.

Esistono vincoli NATO di sicurezza e sono precisi

La NATO dispone di una disciplina specifica sulla sicurezza delle informazioni e del personale.

Il principio fondamentale è il need to know: una persona non può accedere a informazioni classificate soltanto perché lavora in una struttura militare. Deve avere una necessità funzionale, essere autorizzata al livello appropriato e, quando richiesto, avere ottenuto il nulla osta di sicurezza.

La direttiva NATO sulla sicurezza del personale prevede verifiche e autorizzazioni per chi, per mansioni o funzioni, può avere accesso a informazioni classificate.

La NATO contempla anche procedure specifiche per personale di guardia, corrieri e soggetti non appartenenti a Paesi membri.

La NATO ha inoltre un proprio Security Committee, composto da rappresentanti delle autorità nazionali di sicurezza degli Stati membri. Esso si occupa anche di sicurezza del personale, delle installazioni e delle informazioni.

Questo è importante: la sicurezza non si esaurisce nel requisito di cittadinanza previsto dal bando. È un sistema di autorizzazioni, verifiche, compartimentazione e protezione degli accessi.

La NATO può intervenire? E gli Stati Uniti?

La NATO non è competente a decidere chi debba essere assunto come dipendente civile del Ministero della Difesa italiano. Il reclutamento ordinario resta una responsabilità nazionale, ma la NATO ha competenza sulle proprie regole di sicurezza e può affrontare eventuali problemi che riguardino la protezione delle informazioni e delle attività dell’Alleanza.

Il suo Security Committee è direttamente collegato al Consiglio Nord Atlantico.

Gli Stati Uniti, inoltre, hanno responsabilità specifiche sulle armi nucleari che custodiscono in Italia.

La questione che il Ministero dovrebbe chiarire

Il punto istituzionale da sottoporre al Governo non è una generica contrapposizione fra italiani e stranieri.

È una questione molto più precisa: il Ministero della Difesa ha effettuato una valutazione di sicurezza preventiva delle 1.100 posizioni, verificando quali possano essere svolte da personale straniero senza compromettere la sicurezza nazionale e quali richiedano invece requisiti, verifiche o limitazioni particolari?

Se questa valutazione esiste, dovrebbe costituire la base delle decisioni amministrative e delle procedure di sicurezza. Se non esiste, la questione è assai più seria della controversia sindacale.

La sicurezza nazionale non può essere affidata alla sola cittadinanza, ma nemmeno lasciata alla sola applicazione astratta delle norme sul pubblico impiego.

Ci sono quattro domande concrete

Al ministro della Difesa: quali profili del concorso possono essere destinati a installazioni militari strategiche e quali verifiche di sicurezza sono previste?

Al ministro degli Esteri: sono state consultate le autorità NATO e statunitensi per gli eventuali profili connessi a infrastrutture e attività alleate?

Al Presidente del Consiglio: è stata verificata la compatibilità delle modalità di reclutamento con gli obblighi internazionali di protezione delle informazioni classificate?

Al Parlamento e al COPASIR: quali garanzie sono previste contro il rischio di acquisizione informativa attraverso personale che opera nelle strutture militari?

La legge italiana sul segreto di Stato, all’articolo 39 della legge 124/2007, comprende espressamente la preparazione e la difesa militare dello Stato e gli interessi connessi agli accordi internazionali.

La conclusione è questa: non risulta che l’Italia abbia ceduto alla CGIL o a un tribunale la propria sovranità in materia di difesa, ma la sentenza apre una questione che il Governo non dovrebbe liquidare come una semplice controversia sul diritto al lavoro.

In un Paese che ospita infrastrutture militari e nucleari strategiche, la politica di reclutamento civile deve essere coordinata con la politica di sicurezza nazionale e con gli obblighi NATO.

E questo non è un argomento contro l’integrazione europea o contro i lavoratori stranieri: è una responsabilità specifica dello Stato.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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