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Sinistra pagata per non controllare chi governa e non fare proposte

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sinistra al tavolo di un'osteria

L’opposizione lavori di più e chiacchieri di meno

Questi cosa li paghiamo a fare? La sinistra, tra senatori e deputati, ci costa circa 43,5 milioni l’anno. Esclusi servizi, facilitazioni di trasporto e trattamenti differiti.

Quarantatré milioni e mezzo. Ogni anno. Per fare cosa?

Sia chiaro: in democrazia l’opposizione non è un lusso. La si paga per due mestieri precisi, controllare chi governa e fare proposte alternative.

Il primo lo hanno trasformato in becera propaganda. Il secondo non l’hanno mai cominciato.

A settembre, in TV, Conte aveva promesso per ottobre un programma condiviso. Il 30 ottobre, in videoconferenza, i leader del campo largo lo hanno rinviato a novembre: prima si siederanno ai tavoli per scriverlo.

Ai tavoli. Dopo quattro anni di opposizione, l’unico di cui si abbia notizia è quello di un’osteria romana a due passi dal Senato. Vedi foto.

Era giugno, ci si erano seduti per suggellare l’alleanza e avviare il lavoro sul programma. Pesce al forno, niente vino.

Il conto, ha spiegato Giuseppi, lo pagano a turno. Quello dei loro stipendi lo paghiamo noi.

Un’opposizione senza programma non ha niente da vendere, tranne una merce: la rabbia.

E la rabbia, per funzionare, ha bisogno di tre ingredienti. Un falso da credere. Una catastrofe da temere. Un colpevole da odiare.

Funziona perché nessuno legge una manovra di centinaia di articoli, mentre tutti ricordano un’immagine. La rabbia corre più veloce dei dati. La smentita, quando arriva, la leggono in pochi.

Il falso, prima di tutto.

Quando il governo ha annunciato le targhe personalizzate, il vicepresidente dei Cinque Stelle ha ironizzato sugli italiani costretti a pagare per una faccina o un disegnino.

Lo schema di decreto prevede solo lettere e numeri. Le faccine le ha disegnate lui. Bisogna capirlo: evidentemente pensa che ai suoi elettori la politica vada spiegata con i disegnini da colorare.

Poi la catastrofe.

Nell’estate del 2022 Letta avvertiva che la destra ci avrebbe riportato in bancarotta. L’allora ministro della Difesa Guerini prometteva isolamento in Europa e default.

Il giorno dopo il voto del 2022 lo spread era a 242 punti, eredità di un’estate in cui aveva toccato i 250 subito dopo la caduta del governo Draghi. Caduta che, parola di Letta, aveva provocato Conte.

Nel 2025 è sceso sotto i 70 punti. Pure oggi, dopo un ottobre di tensioni, resta la metà di allora. Intanto le agenzie di rating hanno promosso l’Italia, Moody’s per la prima volta dopo 23 anni.

Dov’è la bancarotta? Dov’è l’isolamento?

A ripetizione Conte ha decretato il fallimento delle politiche migratorie. La realtà racconta altro: quest’anno gli sbarchi si sono più che dimezzati rispetto al 2025. E sono due terzi in meno rispetto al 2022.

Nel 2022 PD e Cinque Stelle festeggiavano come una tappa storica lo stop europeo ai motori a benzina e diesel dal 2035. Un nuovo grande successo, dopo aver sconfitto la povertà con il reddito di divananza.

Gente a cui era morta la maestra alle elementari. Non avevano fatto i conti con la crisi dell’auto che sarebbe arrivata: stabilimenti chiusi e licenziamenti.

Proprio a Bruxelles, la capitale del Green Deal, nel 2025 ha chiuso una fabbrica dell’Audi. Addio a 3.000 posti di lavoro.

Peggio sarebbe se l’avessero previsto e se ne fossero fregati in omaggio alla Dea Natura.

A dicembre 2025 la Commissione ha fatto marcia indietro, spinta dal governo tedesco. Non li ha smentiti la Meloni. Li ha smentiti l’Europa che venerano.

Infine, il colpevole.

Venerdì scorso, a sentire gli organizzatori, oltre un milione di persone ha sfilato in 70 città contro un governo che, secondo la sinistra, ci starebbe togliendo la libertà.

Un regime davvero curioso, quello che lascia manifestare un milione di oppositori.

Se poi le piazze devastano, la colpa è del ministro dell’Interno. Mai di chi le ha convocate.

Condannano i violenti con un comunicato, poi tornano a sfilare dietro gli stessi striscioni. Professori a fare scudo, mamme in cordone, deputati in piazza: l’appoggio morale non manca mai.

Quando un gentile deputato dei Cinque Stelle ha detto in aula che la premier era andata da Trump con le ginocchiere, Conte lo ha difeso: parlava di subalternità politica.

Se la stessa frase l’avesse pronunciata un deputato di destra contro una leader di sinistra, avremmo avuto una settimana di cortei.

E c’è la saldatura con l’Islam politico, nemico giurato delle nostre libertà e della nostra cultura.

L’8 ottobre il Parlamento europeo ha chiesto al Consiglio di valutare se inserire enti e persone legati ai Fratelli Musulmani nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Il motto della confraternita: il Corano è la nostra legge, la jihad la nostra via.

PD, Cinque Stelle e Verdi hanno votato contro. Tra loro Alessandro Zan, il paladino dei diritti LGBT.

A Torino un imam aveva detto in piazza di essere d’accordo con quello che è successo il 7 ottobre. Quando è uscito dal CPR, Alleanza Verdi e Sinistra ha parlato di gioia immensa.

Per le vittime di quel giorno, la stessa gioia non era prevista.

Ma il capolavoro arriva quando il governo fa qualcosa di buono. Perché il meccanismo regge pure lì: basta rovesciarlo.

A fine settembre ENI ha messo un tetto al prezzo di benzina e gasolio, circa 17 centesimi sotto la media, meno 330 lire al litro per i nostalgici del vecchio conio.

Per Conte era la prova del disastro. Bonelli, nello stesso giorno, è riuscito a dire due cose opposte.

Prima che era la dimostrazione che il prezzo calmierato era possibile, come chiedeva lui. Poi che era un gesto di facciata chiesto dalla Meloni.

Landini lo ha chiamato spot. Durerà fino a fine anno e, insieme agli altri sconti partiti a marzo, costerà a ENI circa 700 milioni, stando all’amministratore delegato.

Sul bollo auto un deputato del PD giurava che non fosse un’abolizione ma una sospensione elettorale: il governo non avrebbe avuto il coraggio di renderla strutturale.

Sei settimane dopo, la manovra del governo l’ha resa strutturale. Chi guida una Panda, una Yaris o una Clio non lo pagherà più.

Il Mo’ Vi mento ha fatto di meglio: ne ha rivendicato la paternità e, nello stesso tempo, l’ha chiamata elemosina elettorale.

Tridico ha ricordato di averla proposta per primo. In campagna elettorale, in Calabria. Insieme, indovinate un po’, al reddito regionale.

Un senatore dei Cinque Stelle si è lambiccato il cervello per calcolare il risparmio: appena 10 euro al mese.

120 euro l’anno sono una miseria per chi come lui ci costa oltre 230 mila euro, ma per una famiglia che arranca sono una bolletta.

Ecco il paradosso. Ci costano 43,5 milioni l’anno e protestano per i 120 euro restituiti a un automobilista.

Con quei milioni lo Stato pagherebbe per un anno l’affitto a più di 3.500 famiglie. Oppure darebbe 50 euro in più al mese, tredicesima compresa, a 66.000 pensionati al minimo.

Casa e pensioni: le bandiere con cui la sinistra riempie le piazze.

Nessuno vuole abolire l’opposizione, anche perché per quelli di loro che non hanno mai lavorato sarebbe uno shock da infarto.

Chiediamo di farla lavorare di più e chiacchierare di meno: che usi numeri veri e si presenti agli elettori con un programma, non con un nemico.

Chi non propone non fa opposizione. Mette in scena uno stucchevole teatrino della rabbia. Il biglietto costa 43,5 milioni l’anno.

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