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L’Eterno Rito di Dike e Hybris

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L'Eterno Rito di Dike e Hybris

Dike mi accolse con mente benevola: “O fanciullo…”

Roberto Pecchioli in un recente articolo sul Nuovo Giornale Nazionale dal titolo Michel Foucault, geniale icona del male – Parte 2 scrive: “la sconfitta del padre è la crisi di una funzione recisa che collegava il simbolico e l’immaginario, per unire più che vincolare, mettere in relazione piuttosto che legare”.
È ciò che dice lo stesso Heidegger quando sostiene che “Il Medesimo non è altro che l’Uno-unente”, nelle sue diverse forme pensate sia da Parmenide che da Eraclito, sia da Platone che da Aristotele, ecc…

La questione, dice egli stesso, è legata, in estrema sintesi, alla traduzione erronea di un termine, che è il greco “energheia”, con il latino “actualitas”.

Così che, per fare un esempio tra i tanti, l’interpretazione di ciò che dice anche Plutarco con il tempo della “fine degli oracoli” e della “morte del Grande Pan” è quella erronea di un fenomeno “attuale”, riconducibile a un principio, e cioè un inizio, un nuovo inizio. E non, invece, un fenomeno ciclico, che si ripete eternamente.

Un inizio, e ogni inizio che è, che Heidegger dirà, in contrasto con Nietzsche, rompe per l’appunto l’unità originaria di Aion, Xronos e Xairos e rappresenta l’esito di un processo, parafrasando Pecchioli, vincolante e legato all’affermazione di una “volontà di potenza”.

Con l’avvento del cesarismo, il fenomeno del cristianesimo-gnostico dei primi tempi si contrappone al tempo “attuale” di cui simbolicamente dice Plutarco, ma Plutarco pensa questo stesso tempo (nuovo), nell’ottica viceversa del linguaggio del Mito che è espressione di un “eterno ritorno” alla struttura del Tempo o “fato antico”.

I due fenomeni, Cesare e Dio, nella loro nuova forma e versione, rappresentano l’immagine di un Rito, che si ripete sempre, in ogni spazio e in ogni tempo, almeno dall’inizio del tempo e dei tempi dell’Uomo.

L’espressione “fato antico” rinvia direttamente alle ricerche e analisi di Giorgio de Santillana svolte nei saggi pubblicati dall’autore, apparsi tra il 1963 e il 1965 e raccolti, insieme con altri, in “Reflections on Men and Ideas” (1968).

L’adozione del testo dell’Apocalisse nel canone biblico, risalente al IV secolo della “era moderna”, testimonia pertanto soltanto una metà della medaglia dorata o della coppa regale dell’Eterno Rito (vedico Rta), l’esito di un tentativo parziale, e per questo fallito, secondo l’interpretazione postuma di Roberto Calasso in “Sotto gli occhi dell’Agnello” (2022).

In proposito, è quanto scrive, tradotto il passo in italiano, anche lo stesso de Santillana, insieme a Hertha von Dechend, nella loro più famosa opera monumentale “Hamlet’s Mill” in merito alla transizione tra Vecchio e Nuovo Testamento: “Gli autori dell’Antico Testamento avevano sviluppato una certa qual presunzione, toccò poi al cristianesimo salvare e ristabilire le proporzioni cosmiche insistendo sul fatto che solo Dio poteva offrire se stesso in espiazione”.

Il linguaggio qui usato è, senza (più) dubbio alcuno, una metafora: Dio è la natura separata o divisa dall’uomo che si erge, come l’Agni vedico, dalle “acque sorgenti dal profondo”, a dominatore di terre e cieli e dell’intero cosmo; invece che vivere in simbiosi con la natura, secondo i vecchi e i nuovi riti di Xronos.

E, quindi: “Nulla che vada oltre”, alla maniera di Calasso, ma anche un modo diverso, dice de Santillana, di non pensare “in termini di spazio semplice, che si può dominare, dove si inscrive la nostra azione”.

Dato che: “L’ordine spaziale quale noi l’intendiamo non conta, se non sotto specie di entità già modulate: intervalli sulla corda vibrante, sfere, triangoli, quadrati magici, poliedri” e, in definitiva, così come nella Cina arcaica: “Il Sovrano regna sullo spazio perché è il padrone del tempo”.

Ed è sempre la medesima storia che – sempre, è giusto ripetere – si ripete, tra Hybris e Dike.

La volontà del padre può esprimersi attraverso il giudizio finale dell’Agnello sacrificato: ucciso prima dell’inizio, durante e dopo la fine del mondo; ma, viceversa, può esprimersi in accordo con la volontà del figlio di vivere né sotto lo scettro di Augusto né sotto la folgore di Giove. Pur se in sorte gli tocchi di scontare l’esilio o la morte degli uomini.

Nelle Metamorfosi di Ovidio, Dike (conosciuta anche con il nome romano-greco di Astrea) è la dea della giustizia che, sdegnata dalla malvagità umana e dalla fine dell’Età dell’oro, abbandona per ultima la Terra.

“Victa iacet pietas, et Virgo caede madentes, ultima caelestum, terras Astraea reliquit”.

“Vinta giace la pietà, e la vergine Astrea lascia – ultima degli dei – la terra madida di sangue”.
Il Mito nelle Metamorfosi, Libro I

Autore

  • Angelo Giubileo

    Angelo Giubileo, filosofo, giurista, giornalista e scrittore. Si è occupato e si occupa principalmente della divulgazione e comprensione del pensiero di Parmenide.

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