Il successo di Trump sarà misurato dalla possibilità di trasformare gli annunci in un vantaggio concreto e duraturo per i consumatori e per il sistema produttivo
Trump promette di ridurre i costi, ma produrre più petrolio e gas non significa poter governare i prezzi, la partita si gioca lungo una catena globale di infrastrutture, mercati e interessi strategici.
Quanto può davvero un presidente abbassare il prezzo dell’energia?
La domanda è meno semplice di quanto suggerisca la promessa di Donald Trump, perché mette in discussione uno dei presupposti della strategia americana, la convinzione che la disponibilità di risorse nazionali, accompagnata da una riduzione dei vincoli alla produzione, possa tradursi, rapidamente, in un vantaggio economico per famiglie e imprese.
Gli Stati Uniti sono una delle principali potenze mondiali nel petrolio e nel gas, ma neppure una capacità produttiva straordinaria consente a Washington di determinare unilateralmente il prezzo che gli americani pagano alla pompa o quello che le imprese sostengono per alimentare le proprie attività.
È in questa distanza fra potenza produttiva e controllo dei prezzi che si misura la questione energetica americana.
Il governo americano può incentivare l’estrazione, modificare le regole, sostenere gli investimenti e rafforzare le infrastrutture, ma il costo finale dell’energia dipende da una catena molto più ampia, nella quale intervengono quotazioni internazionali, capacità di raffinazione, trasporti, scorte, domanda e rischio geopolitico.
Possedere le risorse costituisce un vantaggio strategico; controllare tutte le condizioni che ne determinano il valore commerciale è un obiettivo assai più difficile.
L’iniziativa più recente dell’amministrazione Trump va letta dentro questa contraddizione. Il 27 ottobre il presidente ha annunciato una proposta di revisione delle norme sulle emissioni di metano applicate all’industria petrolifera e del gas, presentandola come uno strumento per alleggerire gli oneri delle imprese e favorire una maggiore disponibilità di idrocarburi.
La Casa Bianca ha associato alla misura risparmi potenziali per 45 miliardi di dollari e nuove opportunità produttive.
Le stime dell’amministrazione sono riferite a una proposta normativa, non sono risparmi già realizzati e non dimostrano che il prezzo dell’energia diminuirà in conseguenza della decisione.
La logica economica è comprensibile, ridurre determinati costi regolatori può migliorare la convenienza di alcune attività estrattive e modificare le decisioni di investimento delle imprese, ma tra un costo inferiore per il produttore e un prezzo inferiore per il consumatore esistono diversi passaggi, ciascuno condizionato da fattori che la Casa Bianca non può controllare completamente.
Occorre che la produzione aggiuntiva si concretizzi, che raggiunga il mercato, che possa essere trasportata e trasformata e che l’offerta supplementare sia sufficiente a esercitare una pressione sui prezzi.
Anche quando questi passaggi si verificano, l’effetto può richiedere tempo e risultare diverso da quello atteso.
Le elezioni di metà mandato del 3 novembre si avvicinano e il costo della vita rappresenta un tema sensibile per l’elettorato. Una promessa di energia meno cara consente a Trump di presentare la propria strategia come una risposta diretta alle difficoltà economiche degli americani, collegando la deregolamentazione alla possibilità di sostenere famiglie, industria e competitività nazionale.
Questo non porta a interpretare ogni decisione come una semplice operazione elettorale, l’interesse a contenere i costi energetici è realmente strutturale per una grande economia industriale, però sappiamo che una strategia di lungo periodo non può essere comunicata e giudicata attraverso aspettative di breve periodo, perché i tempi dell’industria non coincidono necessariamente con quelli della politica.
Il problema è che il petrolio e i suoi derivati appartengono a un mercato internazionale nel quale anche i produttori più grandi subiscono gli effetti delle tensioni esterne.
Un aumento del rischio geopolitico può modificare le aspettative degli operatori, incidere sulle quotazioni e accrescere i costi assicurativi e logistici delle spedizioni.
Un’interruzione o un rallentamento dei flussi lungo uno snodo strategico può alterare la disponibilità delle forniture e generare pressioni sui prezzi ben oltre l’area direttamente coinvolta.
La capacità di estrarre più petrolio negli Stati Uniti può contribuire a contenere una parte di queste pressioni, ma non garantisce che sia possibile compensare rapidamente ogni shock internazionale.
La sovranità energetica, dunque, non va confusa con l’autosufficienza assoluta. Anche un Paese che produce quantità considerevoli di petrolio e gas resta inserito in un sistema di scambi, nel quale le decisioni di altri produttori, la domanda asiatica, i flussi marittimi e la disponibilità degli impianti di trasformazione possono influenzare le condizioni di mercato.
L’interdipendenza non annulla la potenza nazionale, ma ne definisce i limiti operativi: una grande capacità produttiva offre strumenti di risposta e maggiore margine strategico, senza conferire un potere illimitato sulla formazione dei prezzi.
È qui che entra in gioco un segmento spesso non preso in considerazione, la raffinazione.
Il greggio non coincide con la benzina o il diesel, così come la disponibilità di gas non equivale automaticamente alla possibilità di consegnarlo a qualsiasi consumatore a qualsiasi prezzo.
Gli impianti di raffinazione, i depositi, i terminali, gli oleodotti e le reti di distribuzione costituiscono passaggi essenziali fra la risorsa e il suo utilizzo economico, se una di queste componenti diventa un collo di bottiglia, la disponibilità abbondante a monte non si traduce necessariamente in una maggiore offerta del prodotto richiesto a valle.
La distinzione è strategica, anche perché i diversi segmenti della filiera hanno tempi e vincoli propri, tanto che un incentivo all’estrazione può influire sulle prospettive produttive, ma non crea immediatamente nuovi impianti né elimina le strozzature logistiche.
Analogamente, una riduzione del prezzo del greggio non si trasferisce sempre e nella stessa misura sul prezzo dei carburanti, che risente anche dei margini di raffinazione, della distribuzione, delle imposte e delle condizioni locali.
Per valutare l’efficacia della politica energetica americana bisogna, quindi, osservare l’intera catena, evitando di attribuire a una sola misura risultati che dipendono da più variabili.
Quest’impostazione consente di comprendere anche il significato geostrategico della promessa presidenziale.
L’obiettivo di Trump non riguarda soltanto il prezzo della benzina, ma la possibilità di convertire il vantaggio energetico americano in un beneficio più ampio, sostenere la competitività delle imprese, contenere i costi industriali, ridurre la vulnerabilità agli shock esterni e rafforzare la posizione negoziale degli Stati Uniti nei confronti degli altri attori internazionali.
Solo allora la politica energetica diventa uno strumento di potenza economica e diplomatica, perché incide sulla capacità di un Paese di sostenere la propria produzione e di affrontare le crisi senza subire interamente le decisioni altrui.
Una maggiore produzione interna può rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti, ma il beneficio sui prezzi dipende dalla domanda, dalla capacità di trasporto e trasformazione, dall’evoluzione delle quotazioni internazionali e dall’eventuale persistenza delle tensioni geopolitiche.
Per questo, la promessa di abbassare il costo dell’energia dev’essere verificata attraverso dati successivi e comparabili, distinguendo gli effetti delle misure regolatorie da quelli prodotti dalle variazioni del mercato.
I dati settimanali dell’Energy Information Administration, attesi nella serata italiana del 28 ottobre, potranno offrire un aggiornamento su scorte, produzione, importazioni, esportazioni e attività delle raffinerie.
Saranno utili per capire se l’offerta e le disponibilità di prodotti petroliferi stiano mostrando segnali di tensione o di allentamento, ma non potranno dimostrare, da soli, l’efficacia di una revisione normativa annunciata il giorno precedente.
Per stabilire se la politica di Trump stia davvero riducendo i costi occorrerà seguire l’andamento dei prezzi effettivi e verificare nel tempo come le decisioni dell’amministrazione si traducano in produzione, investimenti e disponibilità di energia sul mercato.
La questione americana rivela, così, un principio più generale della competizione contemporanea, il potere energetico non coincide semplicemente con il possesso delle risorse, ma con la capacità di condizionare le condizioni della loro estrazione, trasformazione, circolazione e commercializzazione.
Il successo di Trump nella sua strategia non sarà misurato dall’ampiezza degli annunci, bensì dalla possibilità di trasformarli in un vantaggio concreto e duraturo per i consumatori e per il sistema produttivo.
La differenza fra produrre più energia e riuscire a renderla meno cara è precisamente il punto in cui si incontrano l’economia, la geopolitica e il limite del potere americano.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


