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Molti italiani sono marionette

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Molti italiani sono marionette

Il bello è che non lo sanno e non vogliono saperlo

C’è una guerra in corso e non l’abbiamo dichiarata noi. Si chiama guerra ibrida: niente cannoni, niente trincee, solo attacchi informatici, sabotaggi e propaganda.

Non fa rumore, ma si avvicina.

Negli ultimi giorni gli hacker hanno attaccato i sistemi informatici della Camera e violato le caselle di posta di tre deputati, compresa quella che la Meloni usa da parlamentare, non quella di governo.

Ed è proprio la rassicurazione di Montecitorio a mettere i brividi: non è un’emergenza, succede ogni giorno.

Quando l’assalto al Parlamento diventa ordinaria amministrazione, la guerra è già diventata abitudine.

A Londra hanno deciso di prenderla molto sul serio.

Il governo ha chiesto alle famiglie di tenere in casa acqua e cibo per tre giorni, una torcia, una radio a manovella, un po’ di contanti.

Gli inglesi non sono andati nel panico: hanno fatto la spesa. Un negozio specializzato ha ricevuto in un giorno gli ordini di un mese, le vendite di radio d’emergenza si sono moltiplicate per dieci, i magazzini sono rimasti vuoti.

Il venditore l’ha spiegata meglio di un sociologo: quando è il governo a dirti di prepararti, ignorarlo sembra sciocco.

Paranoia inglese? Chiedetelo ai francesi.

Due settimane fa, in una sola notte, centinaia di supermercati si sono ritrovati con i frigoriferi trasformati in forni a 50 gradi. Tonnellate di cibo da buttare, principi d’incendio, nessuna rivendicazione, nessun riscatto.

Chi non chiede riscatto non vuole soldi. Vuole paura.

Prima il Parlamento, poi la dispensa, infine il frigorifero. La guerra non bussa più ai palazzi, entra in cucina.

Eppure, è il fronte meno pericoloso. I frigoriferi si vedono, le teste no.

Sul fronte che non si vede Putin ha già arruolato milioni di italiani. Non portano divisa, non prendono paga, non sanno nemmeno di combattere.

Esagerazione? Complottismo?

Lo ha detto il ministro della Difesa. Crosetto ha spiegato che a preoccuparlo, più della minaccia fisica, sono le nazioni che hanno studiato con gli algoritmi le menti dei nostri ragazzi e ormai li conoscono meglio di noi.

Come si arruola un soldato senza che se ne accorga?

Si comincia da una fabbrica. A San Pietroburgo c’era un intero palazzo dove centinaia di impiegati passavano la giornata a fingersi cittadini indignati di mezzo mondo.

Oggi si va oltre. Una rete di siti russi sforna milioni di articoli all’anno per contaminare le intelligenze artificiali, così che pure le macchine a cui chiediamo aiuto ripetano la propaganda del Cremlino.

Poi la bugia scende in strada. Sotto ogni post su Ucraina, immigrazione o governo spuntano profili senza una foto del volto: un paesaggio, una bandiera, un’immagine generata al computer.

Pochi amici, sempre gli stessi, che sbucano insieme e ripetono le stesse frasi.

A quel punto la bugia ha bisogno di una lavanderia. Come il denaro sporco, va ripulita: quando la ripete un leader di partito in TV o un quotidiano in prima pagina, smette di essere propaganda e diventa un’opinione rispettabile.

L’ultimo tratto del filo lo tira lo zio, quello che inoltra su WhatsApp il messaggio copiato e incollato. Non è un agente russo, è un parente.

Ed è questo il capolavoro: la bugia arriva da una persona di cui ci fidiamo.

Perché in troppi ci cadono?

Il paradosso è tutto qui: più uno si sente libero, più è facile muoverlo. Chi ripete “non mi fido dei giornali” si fida del messaggio anonimo e lo chiama spirito critico.

Per decenni tra il cittadino e la propaganda c’era un argine fatto di partiti, parrocchie, sindacati, giornali, associazioni.

Filtravano, discutevano, a volte manipolavano pure loro, ma alla luce del sole e con una faccia da contestare.

Quell’argine teneva a bada pure gli istinti più bassi. Crollato quello, l’italiano è rimasto solo davanti a uno schermo che non gli dice mai “fermati e ragiona”, perché la sua unica legge è tenerlo incollato.

E niente incolla come la rabbia.

Il burattinaio non dice alla marionetta cosa pensare: le conferma quello che pensa già e la fa arrabbiare un po’ di più ogni giorno.

La rabbia regala identità, appartenenza, la sensazione inebriante di aver capito ciò che agli altri sfugge. Per questo la marionetta difende i fili come se fossero idee sue.

Il terreno, del resto, era già arato.

I 5 Stelle sono nati da un insulto collettivo, il Vaffa Day, e sono cresciuti sulle stesse travi su cui lavora oggi Mosca: l’egoismo, l’invidia, il risentimento.

Uno vale uno, ma poi non vale niente. Se la parola di chiunque pesa quanto quella di chi sa, alle bugie non serve sembrare vere: basta che valgano quanto la verità.

Che cosa ci guadagna Mosca?

Un’Europa con le radici salde, coesa e serena è un problema per Putin. Un popolo che sa chi è e non ha paura del vicino di casa non si piega.

Per questo Mosca non lavora sui confini ma sulle crepe.

Non inventa i problemi, dall’insicurezza delle città all’immigrazione senza regole: ci pompa sopra l’odio, finché la società smette di essere un popolo e diventa un insieme di tribù che si guardano in cagnesco.

Il nemico non si nasconde nel buio. Si nasconde nei nostri sensi di colpa e nelle nostre paure.

E per ingannare i credenti si traveste da crociato. Putin si presenta come difensore della fede, della famiglia e della tradizione, mentre il fedelissimo Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa, benedice i bombardamenti che fanno crollare le case sulle famiglie.

I valori cristiani, Putin, li indossa come una divisa: a casa sua per farsi obbedire, a casa nostra per farsi applaudire.

Perché tanto accanimento proprio adesso? La risposta ha un nome: Ucraina.

Lo ha messo per iscritto pure Parigi: l’obiettivo di Mosca è scoraggiare chi sostiene Kiev.

La bugia più efficace è l’egoismo più becero: perché dobbiamo spendere per loro, con tutti i problemi che abbiamo?

Detta al bar sembra saggezza domestica. In realtà è la frase che il Cremlino sogna di sentire in ogni casa europea.

E funziona perché la memoria è stata cancellata.

Sono spariti la Crimea presa nel 2014, le fosse di Bucha, i bambini ucraini portati in Russia e rinominati, il crimine per cui la Corte penale internazionale ha spiccato un mandato d’arresto contro Putin.

Mentre lo zio inoltra “basta soldi a Kiev”, da qualche parte in Russia un bambino ucraino impara a rispondere a un nome che non è il suo.

Qui entrano in scena i “Pacifinti”.

Non chiedono a Putin di ritirarsi, chiedono all’Ucraina di arrendersi: la pace della resa, firmata con una pistola puntata alla tempia.

I 5 Stelle di Conte ripetono da anni che per avere la pace bisogna smettere di mandare armi a Kiev.

Il Fatto Quotidiano di Travaglio ci ha costruito sopra una linea editoriale e pure un libro.

Non sono marionette: sono lavandai. Non possono ignorare a chi fanno comodo i loro argomenti. E ci guadagnano voti e copie.

Conte e Travaglio sono imbarazzanti, superati solo da chi dà loro retta.

Cosa resta da fare? I servizi segreti servono, le leggi pure. Ma nessun servizio segreto può tagliare un filo che la marionetta si rifiuta di vedere.

L’antidoto sono le radici: sapere chi siamo, da dove veniamo, cosa merita di essere difeso. E riconoscere chi quelle radici le sventola solo per tenerci al guinzaglio.

Le radici non si coltivano da soli davanti a uno schermo, ma in una comunità.

Un popolo che conosce la propria storia vede la mano che lo muove. Un popolo che l’ha dimenticata balla e applaude chi suona.

La marionetta più docile è quella convinta di ballare da sola.

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