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Giovani, periferie, proteste e bisogno di riconoscimento

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Giovani, periferie, proteste e bisogno di riconoscimento

Una riflessione sulla crisi degli adulti, sulla scuola, sulla marginalità e sulla nonviolenza

Carissimo nipotino,
guardo con i miei occhi il mondo di oggi, attraversato da profondi mutamenti demografici, economici, politici e identitari.

I vecchi e i nuovi strumenti della comunicazione ci impongono quotidianamente un racconto fatto di guerre, morti, conflitti e proteste.

Nelle piazze, migliaia di giovanissimi manifestano contro un modello di società che percepiscono come oligarchico, distante e incapace di dare risposte alle loro inquietudini.

Ascoltando molti autorevoli opinionisti, avverto però un certo imbarazzo di fronte alla facilità con cui viene invocata la repressione.

La violenza è un male. La nonviolenza è una scelta

Da parte mia, ho sempre considerato la violenza un male. Fin dai primi anni della mia giovinezza mi sono impegnato nella pratica della nonviolenza.
Questo non significa negare la gravità degli atti violenti.

Gli assalti ai negozi e alle attività delle nostre città degradano il significato politico delle manifestazioni, così come imbarbariscono gli scontri con le forze dell’ordine, anche quando gli stessi poliziotti sono vittime di un nuovo ordine mondiale sempre più conflittuale.

A te racconto allora la mia giovinezza, il rifiuto del servizio militare, la mia obiezione alla violenza.

Quel mio modo di vivere e di pensare non era qualcosa di innato. Nasceva dai miei vissuti in parrocchia con i francescani e, soprattutto, dall’ascolto di tante persone capaci di leggere il mondo e di spiegarlo al di fuori dei cori del potere.

Oggi, invece, vedo voi adolescenti spesso orfani di adulti capaci di raccontarvi il mondo nel quale siete stati gettati.

Ed è questa la riflessione che mi spinge a scriverti: la necessità di una nuova scuola di Barbiana, capace di restituire ai giovani strumenti critici per comprendere la realtà e per trasformarla.

Un irrequieto protagonismo giovanile

Le piazze italiane sono attraversate da un nuovo e irrequieto protagonismo giovanile.

Tra cortei tesi, mobilitazioni nate sui social network e un dibattito pubblico sempre più concentrato sull’estetica e sulle subculture giovanili – prima fra tutte quella associata ai cosiddetti “maranza” -, la politica e i media sembrano spesso spiazzati.

Si parla frettolosamente di ordine pubblico, devianza giovanile, disagio o vandalismo.

Eppure, se proviamo a guardare oltre la superficie della cronaca e a interpretare questi fenomeni attraverso gli strumenti della sociologia, emerge un quadro molto più complesso.

E se la rabbia che oggi scuote le strade fosse, in fondo, una disperata richiesta di cittadinanza morale?

La società non si regge soltanto sugli interessi materiali e sullo scambio economico. Si regge anche su un bisogno fondamentale: quello di essere riconosciuti dagli altri nella propria dignità e nel proprio valore.

Gli esseri umani non lottano soltanto per avere più risorse. Lottano anche per essere visti, rispettati e riconosciuti. Quando questa dimensione viene negata, il soggetto sperimenta il disconoscimento: un’offesa morale che può tradursi in umiliazione, esclusione, svalutazione e invisibilità.

E il disconoscimento non produce necessariamente soltanto rassegnazione privata.

Può diventare anche il motore dei conflitti sociali.

I “maranza”: un laboratorio del disconoscimento

Se applichiamo questa chiave di lettura alla subcultura giovanile definita, spesso in modo sbrigativo, “maranza”, incontriamo un fenomeno particolarmente significativo.

Parliamo di ragazzi cresciuti prevalentemente nelle periferie urbane, spesso di seconda generazione, riconoscibili attraverso un’estetica fatta di marchi ostentati, musica trap, specifici codici di abbigliamento, linguaggi e forme di aggregazione nello spazio pubblico.

Ma dietro questa rappresentazione superficiale esiste una realtà sociale molto più articolata.

La stigmatizzazione dall’alto

La società dominante tende talvolta a produrre nei loro confronti uno stigma sociale: li guarda con sospetto, li identifica come un possibile pericolo e rischia di ridurre la loro identità a uno stereotipo criminale.

Il loro modo di parlare, di vestire e di vivere lo spazio pubblico viene così svalutato. In questo modo viene meno uno dei bisogni fondamentali di ogni persona:

Sentirsi riconosciuta nella propria comunità.

Il rispetto compensatorio dal basso

E come reagiscono alcuni di questi giovani?

Attraverso ciò che potremmo definire una forma di rispetto compensatorio.
Quando i tradizionali canali del riconoscimento – la scuola come strumento di emancipazione, il lavoro stabile e dignitoso, la partecipazione politica e la rappresentanza – appaiono lontani o inaccessibili, altri codici possono diventare strumenti per conquistare visibilità.

L’estetica, il gruppo, la strada, l’esibizione e talvolta anche l’aggressività diventano allora modalità per affermare la propria presenza.

In un mondo nel quale si sentono invisibili, l’iper-visibilità della strada, amplificata dai social media, può diventare un modo per gridare: «esistiamo. Contiamo qualcosa. Ci siamo.»

La piazza come sintomo di una giustizia negata

Le recenti proteste giovanili, spesso frammentate, prive di una direzione partitica tradizionale e tuttavia capaci di mobilitare rapidamente migliaia di persone, possono essere lette attraverso la stessa lente.

Quando gruppi di giovani scendono in piazza denunciando un futuro negato, non stanno necessariamente contestando soltanto una singola misura economica o una specifica scelta politica. Sollevano, più profondamente, una domanda di giustizia, rispetto e partecipazione.

Una società che precarizza cronicamente il lavoro giovanile, che lascia intere periferie ai margini e che risponde al disagio quasi esclusivamente attraverso la retorica del decoro urbano o della repressione rischia di fallire proprio sul terreno del riconoscimento reciproco.

La violenza di alcune manifestazioni, naturalmente, non può essere né giustificata né romanticizzata.

Ma può essere compresa.

Quando la parola non trova ascolto e il dialogo istituzionale sembra non offrire spazi, la frustrazione può degenerare in forme distruttive di reazione.

È il tentativo, spesso disperato, di scuotere un ordine sociale percepito come sordo e indifferente.

Oltre la retorica della sicurezza

Ridurre le tensioni giovanili a una semplice questione di ordine pubblico o a un problema di devianza significa rinunciare a comprendere una parte importante della realtà.

La sicurezza è necessaria.

Ma la sicurezza, da sola, non costruisce una comunità.
Servono scuola, cultura, lavoro, partecipazione, luoghi di aggregazione e soprattutto adulti capaci di ascoltare.

Finché le nostre istituzioni non saranno in grado di ricostruire i canali attraverso i quali ogni giovane possa sentirsi parte integrante, rispettata e stimata della comunità, le piazze continueranno a ribollire.

La lotta non è soltanto per la distribuzione delle risorse. È per qualcosa di più profondo: il diritto a non essere considerati scarti, ma persone di valore.

Finché esisterà un’invisibilità sociale prodotta dall’alto, ci sarà sempre una domanda di riconoscimento che proverà a riprendersi la scena dal basso.

La strada che può “muovere le montagne”: la nonviolenza

E allora, caro nipotino, a voi giovanissimi di oggi voglio indicare una strada diversa, quella che può davvero “muovere le montagne”: la nonviolenza
Non la rassegnazione. Non il silenzio. Non la rinuncia alla protesta.

La nonviolenza è, al contrario, la capacità di trasformare la rabbia in parola, la parola in coscienza e la coscienza in partecipazione.

È la strada attraverso la quale chi si sente invisibile può conquistare il diritto di essere visto senza dover distruggere ciò che lo circonda. È la strada che ho scelto da giovane e che, ancora oggi, continuo a considerare la più difficile e, proprio per questo, la più rivoluzionaria.

Con affetto, con la speranza che tu possa sempre avere il coraggio di guardare il mondo con i tuoi occhi, di non accettarlo passivamente e di provare a cambiarlo senza mai smarrire il rispetto per l’altro.

Un abbraccio grande dal tuo nonno.

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