A margine dell’Assemblea generale dell’ONU, Turchia e Iraq annunciano il passaggio graduale a Baghdad della base turca di Bashiqa, presidiata dal 2015 vicino a Mosul. Una fonte militare irachena indica la fine dell’anno
New York Due delegazioni, un tavolo a margine dell’81ª Assemblea generale dell’ONU e un dossier che pesa da undici anni sui rapporti fra Ankara e Baghdad.
Mercoledì 23 settembre il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il premier iracheno Ali al-Zaidi si sono seduti l’uno di fronte all’altro con in mezzo la base di Bashiqa-Zilkan: un presidio turco a circa 25 chilometri a nord-est di Mosul, seconda città dell’Iraq, dove secondo la stampa turca stazionano fino a 600 soldati di Ankara dal dicembre 2015.
Ne sono usciti con una dichiarazione congiunta: la base passerà gradualmente al governo federale iracheno.
Il testo è misurato.
«Alla luce dei progressi compiuti dalle misure di sicurezza attuate dall’Iraq, le forze turche consegneranno gradualmente la base di Bashiqa-Zilkan al governo federale dell’Iraq secondo il meccanismo e il calendario concordati», si legge nel comunicato.
Il calendario, però, non è stato reso pubblico. A colmare il vuoto è un comandante militare iracheno a conoscenza dei colloqui, che a Reuters dice che il ritiro scaglionato – da Bashiqa e da un’altra piccola base presso Mosul – dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Ankara non ha commentato quella data.
Perché i turchi erano lì?
Nel 2014 lo Stato Islamico aveva preso Mosul. L’anno dopo la Turchia schierò truppe nell’area con l’intesa del governo regionale curdo di Erbil, spiegando di voler addestrare e proteggere forze irachene e combattenti locali arabi sunniti, turcmeni e curdi impegnati contro i jihadisti.
Lo Stato Islamico ha perso Mosul nel 2017; i soldati turchi sono rimasti.
Sinjar e il PKK
L’intesa di New York non riguarda solo la base.
L’ufficio del premier iracheno fa sapere che le due parti «hanno raggiunto un accordo sul pieno ripristino dell’autorità dello Stato a Sinjar e sulla fine della presenza di elementi armati stranieri fuorilegge»: un riferimento implicito al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), la guerriglia curda che per decenni ha combattuto la Turchia dalle montagne irachene.
Il PKK ha annunciato lo scioglimento nel maggio 2025 e ha tenuto una cerimonia simbolica di disarmo nel nord dell’Iraq nel luglio successivo; per le autorità turche restano sul campo solo alcuni combattenti.
A inizio settembre Baghdad ha dichiarato Sinjar – il distretto yazida a ovest di Mosul – sotto piena autorità federale, dopo l’accordo con i gruppi armati yazidi per la consegna delle armi allo Stato.
Bashiqa, del resto, non è in montagna. Sta fra Erbil e Dohuk, affacciata sulla Piana di Ninive, mentre Ankara mantiene numerosi avamposti sui monti sopra Dohuk, come ricorda un’analisi del Jerusalem Post.
La Turchia consegna così il presidio più visibile e più discusso, non la rete di postazioni da cui conduce le operazioni contro il PKK.
Lo stesso quotidiano israeliano nota che le milizie sciite filo-iraniane si opponevano alla presenza turca e avevano condizionato il proprio disarmo all’uscita di Ankara: Baghdad indica il giugno 2027 come traguardo di quel processo.
In collaborazione con Notizie Geopolitiche.





