Renzi non si esprime sul referendum
C’è un silenzio che ha la nobiltà delle cattedrali vuote e un silenzio che ha l’odore stantio dei corridoi di partito.
Il silenzio di Matteo Renzi sul referendum appartiene, senza possibilità di equivoco, alla seconda specie.
Non è surreale – come hanno scritto con un certo imbarazzo i suoi antichi cantori del Foglio, giornale che lo ha cullato come una balia innamorata prima di svezzarlo con qualche pizzico di disincanto. No. Non è surreale. È sordido.
Perché la scena è semplice: una di quelle scene da teatro politico italiano in cui i coltelli volano bassi come rondini prima della tempesta. I suoi ex compagni di partito lo hanno accoltellato alle spalle con una diligenza quasi artigianale, come macellai. Non si sono fermati nemmeno davanti alla famiglia.
E a far da coltelleria – come spesso accade nel nostro Paese – si è prestata quella magistratura che talvolta sembra muoversi con l’obbedienza di una piccola , più che con la maestà di un potere dello Stato.
Ora che sarebbe il momento di parlare – non di gridare, ma almeno di dire da che parte del fiume si sta – Renzi tace.
Tace con la prudenza di un gatto sul davanzale di una cucina altrui: immobile, vigile, pronto a saltare solo quando la pentola si apre.
E allora la domanda diventa inevitabile: chi sei, Matteo Renzi?
Un novello Niccolò Machiavelli? Ma via.
Machiavelli era un anatomista del potere; Renzi è al massimo un prestigiatore da fiera di provincia, uno che tira fuori il coniglio dal cilindro mentre qualcuno dietro il tendone gli tiene fermo il cappello.
No, la verità è più modesta e più rivelatrice.
Renzi è un cacciatore di sedie. Non di idee, non di battaglie, non di destini politici: di sedie. Di quelle poltrone parlamentari che, viste da lontano, sembrano scranni repubblicani e viste da vicino assomigliano sempre più a sgabelli di un bar notturno.
Sa benissimo che, se osasse pronunciarsi per il Sì, nessuno si prenderebbe più la briga di raccogliere quel modesto granello elettorale del suo partitello – una manciata di sabbia nel deserto – per accompagnarlo fino alla passerella di Montecitorio.
E allora tace. Non per strategia, non per altezza di pensiero, non per l’arte sottile della politica. Tace per interesse.
Per il più piccolo e grigio degli interessi: la riconferma di un seggio.
A Firenze, per uno così, esiste un proverbio perfetto: è uno che “leva il fumo alle schiacciate”. Vale a dire uno tanto lesto e scaltro da rubare il vapore al pane caldo senza che il fornaio se ne accorga. Un virtuoso della furbizia minuta. Un acrobata del sottobanco.
Ecco, questo è Renzi: un uomo che ha fatto della rapidità di mano la sua filosofia politica.
Fa quasi tristezza pensare che la sua città – la stessa città che diede i natali a uomini capaci di preferire l’esilio all’umiliazione – oggi produca questo funambolo parlamentare che cammina sul filo del consenso con la grazia inquieta di chi guarda più al salvagente che al mare.
Per entrare in Parlamento sarebbe capace di cantare Bandiera rossa accanto a Nicola Fratoianni e Faccetta nera accanto a Roberto Vannacci.
Oppure – soluzione ancora più elegante – fare ciò che sta facendo adesso: restare muto.
Muto mentre il Paese discute del proprio futuro.
Muto mentre si parla della magistratura che ha trasformato la politica italiana in un campo di mine dove ogni passo può essere un’esplosione.
Muto come una statua di sale piantata sulla riva dell’Arno.
Così il rottamatore – quello che doveva scardinare il sistema con il piede di porco della giovinezza – si è trasformato nel più classico dei personaggi italiani: il sopravvivente.
Non un condottiero.
Non un traditore.
Nemmeno un grande cinico.
Solo un uomo che aspetta, col cappotto già addosso, che qualcuno riapra la porta del Parlamento.
E, nel frattempo, prudentemente, non dice nulla.
Perché le parole, a differenza delle sedie, a volte costano.





