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Fabianesimo: la strategia silenziosa delle élite che plasma gli Stati

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Fabian Society

Fabianesimo, una cultura di governo silenziosa, istituzionale e progressiva

“Come il socialismo gradualista britannico ha influenzato la costruzione dello Stato moderno e delle classi dirigenti occidentali”.

È riemerso nel dibattito politico e geopolitico un termine che per anni era rimasto un po’ defilato, il fabianesimo.

La curiosità di approfondire e condividere questo tema mi è nata leggendo un articolo del direttore Silvano Danesi, attento osservatore dei fenomeni antropologici e culturali del potere.

In uno dei suoi scritti, dedicato al simbolo del serpente a due teste e ai meccanismi profondi delle élite contemporanee, Danesi citava il fabianesimo, collegandolo alla politica odierna dell’inglese Keir Starmer e dello spagnolo Pedro Sánchez.

Da lì è scattata la mia curiosità: chi sono davvero i cosiddetti Fabiani che in Europa troviamo nelle correnti riformiste e social-liberal e nei progressisti? Quale ruolo hanno avuto nella formazione delle classi dirigenti moderne?

Facendo un passo indietro il fabianesimo nasce a Londra nel 1884 con la Fabian Society, ma non è un movimento rivoluzionario nel senso classico del socialismo europeo dell’Ottocento, al contrario, nasce come un laboratorio intellettuale, convinto che la società non debba essere rovesciata con la rivoluzione, ma trasformata, manipolata gradualmente attraverso le istituzioni, le leggi, l’amministrazione pubblica e il controllo culturale dei luoghi in cui si formano le élite.

Il nome deriva dal generale romano Quinto Fabio Massimo, soprannominato “il Temporeggiatore”, celebre per la strategia adottata contro Annibale, evitare lo scontro diretto e logorare l’avversario lentamente. Questo principio diventa il cuore del fabianesimo, cambiare il sistema poco alla volta, senza rotture improvvise ma attraverso riforme progressive.

Tra i protagonisti della Fabian Society vi furono figure di primo piano della cultura britannica come George Bernard Shaw, Sidney Webb e Beatrice Webb, che non si limitarono a elaborare teorie, lavorarono concretamente alla costruzione di una nuova architettura dello Stato moderno.

Il loro progetto più influente fu la fondazione nel 1895 della London School of Economics. L’obiettivo era esplicito, formare amministratori pubblici, economisti, funzionari e dirigenti capaci di guidare lo Stato sociale del futuro. Nel tempo, la London School sarebbe diventata uno dei principali centri di formazione delle élite politiche e amministrative internazionali.

In questo passaggio storico si intreccia anche un altro elemento spesso poco raccontato, alla fine dell’Ottocento il Regno Unito governava il più grande impero della storia moderna, gestire territori così vasti richiedeva una nuova classe dirigente capace di amministrare, pianificare e governare sistemi complessi.

Le idee fabiane, basate su competenza tecnica, amministrazione razionale e politiche sociali, trovarono un terreno fertile nella formazione dirigenziale dell’amministrazione imperiale.

Molti studenti e funzionari formati nell’ambiente accademico britannico, e in particolare nella London School of Economics, entrarono nelle strutture amministrative dell’Impero e, successivamente, nelle istituzioni internazionali nate nel Novecento.

In questo modo il metodo fabiano, con pazienza, competenza tecnocratica e influenza culturale, contribuì a plasmare non solo la politica britannica ma anche una parte delle reti amministrative che avrebbero poi caratterizzato la governance globale del dopoguerra.

Attraverso prestigiose università, think tank e apparati amministrativi, la cultura fabiana ha contribuito a modellare gran parte della socialdemocrazia europea del novecento, welfare state, sanità pubblica, istruzione universale, intervento regolatore dello Stato nell’economia.

È proprio per questo motivo che molti studiosi vedono nel fabianesimo una delle matrici culturali delle élite politiche europee contemporanee. Non una rete di potere occulto, ma una tradizione intellettuale che ha formato generazioni di dirigenti pubblici, economisti e decisori politici.

Figure come il primo ministro del Regno Unito Keir Starmer o del socialista spagnolo Pedro Sánchez vengono spesso interpretate come espressione moderna di quella cultura politica, Silvano Danesi così scrive: “Non è da ieri che i socialisti europei, a conduzione fabiana, fanno parte della lieta compagnia del serpente a due teste e, guarda caso, il fabiano Keir Starmer e il socialista Pedro Sanchez sono scattati al comando, tentando di opporsi all’intervento in Iran e mettendo allo scoperto una frattura che si sta rivoltando contro chi l’ha messa in atto, in quanto rappresenta, di fatto, un siluro sotto la chiglia dell’Unione Europea”.

Non vuole essere una rottura del sistema, ma una sua trasformazione o erosione progressiva attraverso le istituzioni, per agevolare il serpente a due teste.

La metafora viene usata per indicare la dualità politica, la convergenza tra potere finanziario e la struttura istituzionale delle monarchie che orientano gli equilibri degli Stati, a conferma c’era il simbolo di questa filosofia politica, l’immagine del lupo travestito da pecora, utilizzata nei primi anni della Fabian Society.

La metafora era chiara, la trasformazione del sistema doveva avvenire con pazienza e gradualità, entrando nelle istituzioni e orientandone lentamente le scelte. Per i sostenitori del fabianesimo questo rappresentava una strategia intelligente di riforma, per i critici, il simbolo è diventato nel tempo l’emblema di una politica che cambia il sistema senza però dichiararlo apertamente.

A oltre un secolo dalla sua nascita, il fabianesimo continua a esercitare una forte influenza nel pensiero politico occidentale. Non è un’ideologia gridata, né un movimento rivoluzionario.

È piuttosto una cultura di governo silenziosa, istituzionale e progressiva. Ed è proprio questa sua capacità di operare in silenzio nel lungo periodo che, ancora oggi, lo rende uno dei fenomeni più controversi della storia politica europea.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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