Una soluzione al disastro c’è
Settemila decreti di espulsione emessi nell’ultimo anno. Soggetti pericolosi, pluripregiudicati, irregolari con curricula criminali che farebbero impallidire qualunque delinquente italiano.
Carta firmata, timbrata, notificata. Risultato: i delinquenti sono quasi tutti rimasti in Italia, contenti e felici, a spese nostre.
Una soluzione esiste. Non è quella adottata finora.
Prima di illustrarla, vale la pena capire come si è arrivati a questo punto. Il meccanismo è semplice, rodato e quasi elegante nella sua perversione. Lo straniero con decreto di espulsione viene trasferito nel CPR di Gjader, in Albania. Entro ventiquattr’ore presenta domanda di protezione internazionale.
La Corte d’Appello di Roma non convalida il trattenimento: il soggetto ha mutato condizione giuridica, è tecnicamente un richiedente asilo, si applicano norme diverse. Rientra in Italia a piede libero.
Come se non bastasse, chi non trova altra via si dichiara omosessuale. L’orientamento sessuale è causa di persecuzione riconosciuta: la domanda sospende l’espulsione. Il metodo è consolidato. La verifica è impossibile.
Il copione si è ripetuto almeno diciassette volte tra aprile 2025 e marzo 2026.
Esiste poi una seconda via, ancora più sbrigativa. Il decreto di espulsione viene notificato, ma il passaporto è scaduto.
Oppure un medico certifica l’inidoneità alla vita in comunità per una patologia alle vie urinarie. Lo Stato notifica un ordine a lasciare il territorio entro sette giorni. Nessuno verifica. L’uomo resta.
I casi che seguono non richiedono commento.
Il 17 febbraio 2026 Fathallah Ouardi viene trasferito dal CPR di Palazzo San Gervasio al centro di Gjader. A suo carico: spaccio di stupefacenti, immigrazione clandestina, furto, resistenza a pubblico ufficiale. E una condanna per violenza sessuale di gruppo. Otto giorni dopo è di nuovo in Italia, a piede libero. Aveva presentato domanda di protezione internazionale. La Corte d’Appello di Roma non aveva convalidato il trattenimento.
Redouane Laaleg è in Italia dal 1995. Ha collezionato ventitré condanne penali per furto aggravato, spaccio, rapina e lesioni. È stato detenuto undici volte. Per tredici volte ha fornito alle autorità generalità false.
Due prefetti hanno firmato il suo decreto di espulsione per pericolosità sociale. Il 21 settembre 2015, in regime di recidiva, ha colpito una donna a calci e pugni alla testa causandole un trauma cranico.
Dieci anni dopo, nell’aprile 2025, viene trasferito a Gjader. La Corte d’Appello di Roma non ha convalidato il trattenimento. Con sentenza del 10 febbraio 2026 il Tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcirlo con settecento euro. Vizio procedurale nel trasferimento.
Lo Stato che lo aveva definito dotato di “persistente e concreta pericolosità sociale” si appresta a firmare l’assegno.
Come si esce da questo sistema?
La risposta non richiede strappi costituzionali, né rotture con l’ordinamento europeo. Richiede una legge. Espulsione eseguita entro quarantott’ore dalla notifica del decreto. Il diritto al ricorso rimane intatto: si esercita dall’ambasciata italiana nel Paese di origine.
Collegamento in videoconferenza con il tribunale competente, avvocato d’ufficio garantito, contraddittorio pieno. Prima esci, poi ti difendi. Non il contrario.
Durante la pandemia i tribunali italiani hanno celebrato udienze in videoconferenza per mesi senza che cadesse il cielo. I processi di mafia si svolgono regolarmente con imputati detenuti collegati a distanza.
Australia, Danimarca e Regno Unito applicano già sistemi analoghi. Sono democrazie con corti indipendenti e opposizioni che non fanno sconti. Se funziona lì, il problema non è giuridico.
Qualcuno si opporrebbe. Vale la pena chiedersi chi. E con quali interessi.
Il sistema di accoglienza italiano vale 3,5 miliardi di euro l’anno. Venticinquemila operatori soltanto nel circuito SAI. Cooperative che fatturano sulla presenza fisica del migrante nel centro: trentacinque euro al giorno per ogni ospite, di cui al diretto interessato arrivano due euro e cinquanta. Il resto è gestione, coordinamento, personale, rendicontazione.
Un’industria vera, con dipendenti, sedi, bilanci, relazioni politiche. Ogni espulsione rapida è una stanza vuota. Ogni stanza vuota è un ricavo che non si incassa. Il decreto di espulsione eseguito in quarantott’ore non è soltanto un atto di sovranità statale: è una minaccia concreta a un modello di business rodato da vent’anni.
Chi insorge contro la proposta di riformare le procedure di rimpatrio lo fa con argomenti giuridici elaborati e lessico umanitario impeccabile. La coerenza tattica non gli manca: difende i propri interessi con gli strumenti disponibili.
Ma la battaglia che presenta come difesa dei diritti fondamentali è, nei fatti, difesa di un mercato. Il pluripregiudicato con ventitré condanne non è un caso umano da tutelare. È un cliente che, finché resta, genera fatturato.
Le navi delle organizzazioni non governative completano il ciclo. Operano nel Mediterraneo con costi nell’ordine di milioni di euro l’anno: solo il carburante della Geo Barents vale quattordicimila euro al giorno di navigazione.
I bilanci esistono. I donatori, spesso, no: coperti da riservatezza nelle note a piè di pagina dei rendiconti annuali.
Fino al giugno 2025 anche il governo tedesco contribuiva con due milioni di euro l’anno stanziati dal Bundestag. Il governo Merz ha interrotto quei fondi. Berlino ha smesso di credere al cavaliere bianco. Roma potrebbe prenderne nota.
Nei primi nove mesi del 2025 il settanta per cento delle domande di asilo è stato respinto in prima istanza. Più di due su tre. Quanti di questi abbiano effettivamente lasciato l’Italia, lo Stato non lo sa o non lo dice. In pratica potrebbero essere rimasti tutti qui.
Il decreto di espulsione deve tornare a significare quello che dice. Non un documento stampato su carta igienica. Un biglietto di ritorno a casa loro. Di sola andata.





