di Giuseppe Augieri
Premesso, come dimostra la mia storia personale, che non ho nulla in comune con La Russa, come inguaribile libertario non posso sottacere alcune riflessioni.
Appendere manifesti in cui si accusano Ignazio La Russa e il figlio di essere stupratori è semplicemente un attacco politico che non c’entra proprio nulla con le questioni di genere. È una posizione, questa sì indubbiamente aggressiva, di natura politica messa in atto con l’occasione di una aggressione sessuale, questa invece ancora da verificare. Le indagini su Leonardo La Russa sono ancora in corso, ma c’è già chi ha già emesso una duplice e inappellabile condanna di colpevolezza: figlio e padre sono colpevoli.
A Milano, in una manifestazione di un’associazione femminista, si sono visti manifesti affissi vicino agli uffici del presidente del Senato e ai locali della movida meneghina: «Vogliamo cacciare La Russa da ogni incarico pubblico. Vogliamo chiusi i locali della famiglia e lo studio legale su cui si fonda il loro potere economico e politico. Vogliamo requisiti i loro soldi affinché siano devoluti ai centri antiviolenza». Un esproprio proletario rivisitato nel moderno. Ed io voglio capire, senza veli di alcun genere, chi solidarizza e chi invece condanna queste che non sono parole ma convinzioni. E che, sotto sotto, rinfocolano odi che con la vicenda non hanno nulla a che fare. Noto, infatti, che non c’è neppure una riga dedicata alla presunta vittima.
Il tribunale popolare delle talebane ha emesso la sua condanna “a prescindere”: «Lo stupratore non è malato ma figlio sano del patriarcato. E in questo caso anche di un rivoltante, dichiarato, fascista». (pubblicato sul profilo Istagram). Da notare i like. E’ la conferma che non esiste garantismo, quando di mezzo c’è la lotta politica: solo un feroce giustizialismo a senso unico.
Ma, in questo caso, trasformando così l’inchiesta, si finisce per danneggiare anche la ragazza che ha sporto denuncia. Che non c’entra con la politica e che ha tutto il diritto di veder riconosciuta l’offesa ricevuta esattamente come l’accusato ha tutto il diritto di veder riconosciuta la sua versione, se vera. E chi lo stabilisce deve essere il tribunale.
Strano Paese questo. I giudici si sostituiscono al Parlamento, il “popolo” ai giudici. A quanto l’ordalia? No, questa è una cultura che mi è estranea. Del tutto. E lo dico senza gli infingimenti del political correct.




