
di Marco Sarli
Il braccio di ferro tra Governo e Associazione Bancaria italiana sul “contributo di solidarietà” delle banche
Nel 1999 ero responsabile dell’ufficio studi della federazione dei bancari della UIL e in tale veste ero impegnato nella lunghissima trattativa con l’ABI per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro della categoria, un rinnovo che vide scomparire il modello di inquadramenti che risaliva ad oltre due secoli prima, un contratto che vide la partecipazione, per la prima volta, degli amministratori delegati delle principali banche italiane e che si trasformò in un vero bagno di sangue per quella che, a ragione o a torto, era ancora considerata una categoria di privilegiati.
Partecipando alle riunioni”ristrette” in qualità di tecnico ho avuto modo di sperimentare in prima persona il modo disinvolto dei tecnici dell’ABI nel trattare i dati, prendendo fior da fiore quelli che venivano ritenuti più utili per gli obiettivi che l’associazione si era prefissa, obiettivi che, in realtà, furono pressappoco conseguiti appieno.
Dopo il tentativo alquanto maldestro mediante il quale il Governo Meloni cercò di imporre una tassa sugli extra margini di interesse alle banche (tentativo che si risolse di fatto in un rafforzamento patrimoniale delle stesse mediante la destinazione a riserva di una cifra pari a due volte e mezzo l’imposta prevista), i tecnici del ministero dell’Economia hanno cominciato a sfornare ipotesi su misure che portassero al bilancio dello Stato risorse provenienti da settori che venivano da risultati economici particolarmente floridi: banche, compagnie di assicurazione, aziende farmaceutiche, compagnie energetiche e via discorrendo.
Alla sola ipotesi di un balzello sui congrui extramargini di interesse, le banche di ogni ordine e grado e la loro associazione di categoria in primis hanno reagito con grande veemenza, adducendo l’alquanto strampalata teoria che ciò sarebbe stato assurdo non esistendo previsioni simmetriche per gli anni delle “vacche magre” (quale, ed è il solo esempio disponibile, l’anno orribile del 2020), il tutto accompagnato dagli alti lai della forza politica legata ad una famiglia imprenditoriale che possiede anche un terzo circa per cento di una nota e ben reclamizzata banca italiana.
Ma a ricondurre l’ABI a più miti consigli è bastato che i già menzionati tecnici del Tesoro avanzassero un’ipotesi ben più devastante per i conti delle aziende bancarie e che prevedeva un trattamento per i conti sui depositi della clientela, attualmente allo zero virgola per i depositi liberi, basato su un riconoscimento ex post, su base trimestrale, di un qualcosa parametrato all’EURIBOR, anche esso a tre mesi meno uno spread negativo, un qualcosa di simile a quanto avviene con i mutui indicizzati con la differenza che allo stesso tasso viene applicata una maggiorazione che varia da banca a banca.
L’analisi ex post della giacenza media, in realtà una misura che tiene conto delle somme gestite dalla banca e che contrasta con la teoria più volte espressa da Antonio Patuelli, presidente dall’ABI da un innumerevole numero di mandati, che i conti correnti liberi siano da considerarsi un servizio che la banca fa al cliente e non un qualcosa di cui la banca si serve nella sua operatività ordinaria.
Considerando che la giacenza media si pone significativamente al di sopra dei mille miliardi di euro, una remunerazione più decorosa si queste masse avrebbe rappresentato un salasso significativo per l’intero sistema ed allora il neo direttore generale di ABI si è precipitato, certamente su mandato del comitato esecutivo dell’associazione, ad intavolare interlocuzioni, che le parti definiscono promettenti, su un contributo derivante, a quanto se ne sa, in anticipi di versamenti fiscali rispetto alle scadenze previste, interventi che aiuterebbero i conti del 2025 andando tuttavia a deprimere le entrate per gli anni di pertinenza delle entrate fiscali stesse.
Se le cose stessero realmente così, si tratterebbe né più né meno che di un gioco delle tre carte anche alla luce del fatto che con il PSB il Governo italiano si impegna con Bruxelles su un orizzonte temporale di ben sette anni per cui si metterebbe in moto un meccanismo di minus e plus non necessariamente a somma zero.





