
Articolo di Antonio Foccillo
Ad agosto di solito si tende a ridurre la discussione ed il pensiero su cose molto meno impegnative, perché vige la consuetudine di dimenticare per un attimo i problemi e a concentrarsi sul divertimento e sul non pensare.
Voglio andare contro tendenza e scrivere di quello che avvenuto nel mondo e che ha prodotto una regressione nella vita delle persone.
Sulle pagine di questo giornale ho proposto spesso una riflessione critica sugli accadimenti nel pianeta economia e sui riflessi dei processi di globalizzazione e della finanziarizzazione sulla vita, lavoro e condizioni delle persone.
Poteva sembrare, all’occhio poco attento di qualche lettore, lo sfogo di chi non si vuole piegare ai processi di modernizzazione e ai benefici influssi – come sostenuto dai santoni della globalizzazione – della piena libertà di mercato.
Non mi stancherò mai, invece, di affrontare questi temi, perché questi processi sono determinanti nelle condizioni che stiamo vivendo oggi, per quello che hanno indotto: dalla nuova povertà alla disoccupazione; dalla crisi dell’economia produttiva alla guerra; dalla speculazione con gli aumenti indiscriminati delle materie energetiche all’aumento anche dei generi alimentari.
Molti negano tutto questo, sostenendo che non è così, anzi per effetto della politica del nuovo governo Meloni, molte cose sono cambiata in meglio. Ma è proprio così? A me non pare. Anche perché le condizioni di vita sono peggiorate per fattori esterni e per mancanza di programmazione e individuazione di risoluzioni interne. Scusate il mio pessimismo.
Credo che bisogna, invece interrogarsi proprio su come cambiare questi processi e la situazione economica che si è determinata deve essere affrontata con molta preoccupazione e senza pregiudiziali ideologiche di sorta.
Dopo la bolla finanziaria che ha stravolto il mondo, la pandemia e le guerre nuovi motivi di preoccupazione nascono dalle prossime elezioni negli Stati Uniti, che potrebbe produrre anche conseguenze in tutto il mondo, in quanto entrambi i candidati rappresentano quel mondo economico finanziario che ha creato crisi, disoccupazioni, riduzione di diritti e tutele, ed infine ha alimentato anche i conflitti.
Contemporaneamente, in Europa si è assistito ad una imposizione della politica dell’austerity che ha contribuito a danneggiare anche le economie di molti Stati europei. Infatti, la stessa costruzione dell’Unione Europa basata sulla logica essenzialmente economica e della libertà di mercato, ha aggravando la situazione, facendo aumentare tali diseguaglianze economico-sociali con le sue direttive sempre tendenti a mantenere gli Stati aderenti entro parametri economici dettati dalla Bce.
La costruzione di un’Europa dei popoli e di un’Europa sociale del lavoro è vista sempre più lontana dai cittadini, tanto è vero che, ogni volta, che si vota per far fare un passo in avanti al processo Europeo, i risultati sono sempre negativi e di rifiuto. Le ultime elezioni, oltre a confermare una caduta dei partecipanti al voto, ha visto prevalere le forze di destra ed in alcuni casi quelli della destra estrema.
Fitoussi ha sostenuto: “In assenza di una soluzione redistributiva il contagio della speculazione rischia di determinare un’insolvibilità crescente nell’Eurozona […]. I responsabili dell’Eurozona giocano dunque con il fuoco, e rischiano di far precipitare l’Europa e il mondo intero in una nuova crisi di vasta portata, che potrebbe rivelarsi insopportabile per le popolazioni, già fin troppo provate. […]. È l’architrave della governance europea […] a dimostrare l’insostenibile, ben più del debito pubblico dei paesi dell’Eurozona. Quindi il misto, economia-politica, rischia di mettere il mondo in condizioni ancora peggiori di quelle attuali”.
Queste considerazioni sono sempre valide e per questo ritengo che sia imprescindibile riproporre la necessità di individuare e poi sperimentare un nuovo modello di società fondata su un diverso modello economico e sociale, in grado di ridare un po’ di credibilità alla politica e far sì che la persona ritorni ad essere al centro di ogni azione economica, sociale e politica.
Sembra l’utopia di un nostalgico, ma oggi di fronte ai risultati macroeconomici di questi ultimi anni, dobbiamo imporre forzatamente una discussione sul come modificare un modello di sviluppo che ritiene che i costi sociali ed ambientali siano sperperi.
Il pensiero unico, codificato dal neoliberismo, diventando un dogma, ha imposto le proprie scelte al fine di orientare, essenzialmente, gli investimenti verso interessi finanziari-speculativi, invece che in quelli produttivi nell’economia reale per perseguire soltanto la logica della massimizzazione dei profitti complessivi.
Tutto ciò, in realtà non ha fatto nient’altro che produrre una conseguente divaricazione tra andamento dell’economia reale e i connessi processi politico economico-sociali. Tale situazione, ha concentrato la ricchezza in un numero sempre minore di soggetti, aumentando le aree di povertà, l’emarginazione, e, nello stesso tempo, si sono spinte attività contrarie all’utilità sociale collettiva.
Tutto questo si è riflesso sull’economia produttiva che ha subito una conseguente perdita di competitività. Questo modello imposto dalla finanza speculativa ha esportato ovunque un capitalismo finanziario che è contrario ad ogni forma di solidarismo, in nome dell’individualismo competitivo e tutto quello che viene elargito alle persone più deboli è considerato spreco.
È in questo contesto che si sono configurati, sempre più pressanti gli attacchi al modello socialdemocratico europeo fondato sullo Stato sociale. Lo si è giustificato con la necessità di competitività per rafforzare quel modello di capitalismo selvaggio e delle politiche monetariste diventate ormai ideologia egemone e così facendo si travolgono anche gli stessi principi di civiltà come quelli della coesione e della solidarietà tra gruppi diversi e tra generazioni diverse che hanno fatto forte il modello economico europeo.
Questi principi sono stati, in Italia, i cardini su cui si è fondata la Costituzione, elaborati sulla base della cultura delle forze politiche cattoliche, laiche e socialiste, e sono diventati egemoni nella prassi anche delle relazioni industriali per merito del movimento sindacale, almeno quello di parte riformista e degli imprenditori, quelli più inclini a considerare il bene sociale.
Da più di trentennio, le cose sono cambiate anche in Italia, e la politica debole, pressata dalla economia, invece di pensare ad un rafforzamento delle politiche e delle prestazioni sociali, in un momento di così grande difficoltà, ha attuato un modello sociale ed economico che ha considerato lo Stato come un semplice erogatore di spesa improduttiva.
Di riflesso sono stati enfatizzati, con continuità, i criteri di efficienza del privato, che è stato piano piano portato a sostituire il pubblico e per il bene complessivo del Paese e per rendere competitivo l’intero sistema Italia, deve sviluppare il suo impegno senza nessuna costrizione, anzi aumentando la flessibilità del lavoro e salariale.
L’impianto delle “nuove” proposte politico-economiche si è incentrato, allora, su politiche di tagli alla spesa pubblica senza mai valutare le ricadute sui costi sociali di tale modello, privatizzando interi settori e finanziando il privato per scuola, sanità e previdenza. Si è realizzato così una società con maggiori differenziazioni sociali, in cui è sempre più ridotto il sistema di protezione sociale a favore delle fasce dei cittadini più deboli.
La vicenda della guerra in Ucraina poi ha spinto tutti gli Stati europei a predisporre manovre finanziarie impreviste. Purtroppo tutto è precipitato e quindi sono state rinviate le scelte strategiche di crescita economica e di sviluppo.
In tal senso dal sindacato e dalle forze produttive ed economiche deve venire una nuova iniziativa che metta al centro della discussione politica, economica e sociale la persona, le sue aspettative, i suoi diritti e la sua dignità di lavoratore e cittadino.
Scriveva Luciano Gallino citando Keynes in “Le conseguenze economiche della Pace”, in merito alle drastiche misure imposte ai tedeschi nel dopo guerra: “Keynes era rimasto colpito durante le trattative, cui aveva partecipato, dall’ottusa incapacità dei governanti delle potenze vincitrici di ragionare sulle conseguenze di misure che strappavano la sovranità economica a intere nazioni. I governanti di oggi non sembrano mostrare una maggiore lungimiranza di quelli di ieri”.
Per questo bisogna riproporre una iniziativa politica a livello europeo per ripristinare condizioni di equilibrio nella gestione delle risorse a favore dell’intera collettività e non solo dei paesi egemoni, come è avvenuto fino a ieri. I quali sono stati attenti alla loro stabilità economica più che a quella complessiva dell’intera Europa.
Concludo con la necessità che la politica ritorni a svolgere la sua funzione, esca dalla nefasta influenza che la governa e riparta con scelte che ripristino il bene comune in un processo di sviluppo condiviso, ripristinando una mediazione politica vera che si contrapponga agli interessi economici e assicurando le garanzie della democrazia partecipata e condivisa.
Sarà possibile? O dobbiamo continuare a sopravvivere? Sono convinto che lo si dovrà fare. Non c’è alternativa!





